In questa monotona fuga, una novità è stato svegliarsi un mattino ed andare a fare da protagonista all’Expo della Firenze Marathon, con tante speranze e la macchina piena di roba come una chiatta che scende nell’Arno. So che il tempo mi appartiene ancora per poco come Presidente del Club Super Marathon Italia e tra le tante cose che ho voluto provare a fare in questi tre anni c’è anche questa: partecipare ad alcuni Expo importanti per promuovere il Club e le sue iniziative, piccole o grandi che siano, che facciano star bene ed insieme i Soci, non solo nelle corse ma anche nel condividere momenti magici e sogni. Possano essere i giubilei, le gite, le nostre maratone, i giorni insieme, la conoscenza di nuovi amici italiani e stranieri o anche solo trasmettere un po’ di solidarietà o entusiasmo.
Il programma è partecipare all’Expo di Firenze, Reggio Emilia, Milano, Roma, Londra e Amburgo, per farci conoscere. I membri del Club ora sono 460 ma è previsto che dopo i rinnovi di fine anno giungano a 500. Sicuramente è uno dei Club più numerosi ed attivi in Europa, che nel 2018 conterà ben 18 Maratone e molti eventi correlati. Il varo e la preparazione di questo primo Expo da parte del Direttivo è partito da settembre a Forlì, con manifesti specifici, volantini, abbigliamento, gadget e accessori, nonché alcuni cimeli storici. L’Expo per me è cominciato mercoledì per raccogliere tutto il materiale. Venerdì mattina alle 10:00 fuoco alle polveri, primo socio a visitare lo stand, Enzo Funghi. Oltre 100 soci lo hanno poi visitato, alcuni festeggiando il loro giubileo con la consegna del sacro scudetto. Ta questi Salvatore Alessandri che ha raggiunto quota 200 a Valencia, Giorgio Pelagalli 300 alla Ultra K, Luciano Bigi 500 a Firenze, Franco Scarpa per le 300, il velocissimo Aroldo Broccoli per le 50 e tanti altri ancora.
Cristiana accoglie ogni socio al tavolo dello stand facendo gli onori di casa e spiegando le iniziative e rispondendo alle varie domande, un incontro utile perché sostituisce le tante mail e le parole veloci dette in corsa. Un piccolo omaggio, un cappellino, viene dato a chi si iscrive alla Super Marathon di Fano del 4 febbraio o si dimostra interessato a qualche altra iniziativa. Io sto in mezzo alla corsia a distribuire volantini e cercare di attirare l’attenzione dribblando la folla dei diecimila che passano anda e rianda due volte per andare in fondo al corridoio a ritirare la maglietta e poi tornare indietro.
Riuscirò a consegnare a mano più di 3 mila volantini. Specie il sabato è caotico, la calca è impressionante. Sono scalzo, perché stare fisso in posizione per ore mi ha fatto ribollire i piedi, ogni tanto me li pestano. Mi sento indifeso e spesso vengo spostato di dieci metri dalle ondate. Tra la folla spunta qualche vecchio nemico che non saluta e lascia l’amaro della codardia, oppure mi trovo faccia a faccia con vecchi amici o amori trasformati nel tempo da chissà chi e da cosa …. strane sensazioni come se nel flusso di quelle anime gioiose in mezzo a quelle ondate festanti affiorassero scogli che non ho mai visto.
A ciascuno dei tremila a cui consegno in mano il volantino grido “10 maratone in 10 giorni” “10 maratone in dieci giorni”. I più mi guardano spaventati con gli occhi a palla, e presi alla sprovvista rispondono….”magari in dieci anni”, “è tanto se ne faccio una”, “domani è la prima”, “ma come funziona?”, “i giorni chi li sceglie”, “manco morto”, “ma vedi di andartene”, “che è uno scherzo”, “impossibile”, “però davvero?”……. e fuggono via scioccati. Allora ripeto: “Fate 50 maratone ed entrerete nel Club, che ci vuole, una volta erano 100!!!”. E qui la colonna traballa perchè mentre delle 10in10 il 5 per cento ha sentito qualcosa, del Club nessuno ha mai sentito niente, anzi ci scambiano per un agenzia di viaggio o un’associazione che rilascia una Fidelity Card, o peggio ancora promoter di strane apparecchiature o abbonamenti.
Arriva la sera del sabato. La calca si scioglie, comincio a smontare tutto lo stand, fuori piove. E’ rimasto Pino Tundo a darmi una mano: Grand Avucat!!. Mi vede seduto svuotato e abbacchiato su una seggiolina, come se tutto mi fosse precipitato addosso. Se ne vanno le amiche degli stand vicini, del Chianti e di Bagno a Ripoli. Restiamo soli sotto la pioggia che batte sul tetto dell’Expo. Pino mi dice: ”Che c’è campione che non va?”. Preso da una profonda depressione un po’ per volta cerco di rispondergli…”Car al mè Avucat, le minga cume i credevi mì: sèm piscinnin. Siamo un piccolo mondo che nessuno conosce. Crediamo di aver realizzato grandi sogni, battuto record, attraversato continenti, vissuto felici momenti unici, fatto castelli in aria per il futuro e…..invece di questi 10.000 forse in 500 hanno sentito qualcosa di noi. In questi tre giorni mi sono spaccato i piedi e la voce a cavalcare tutte le onde per arrivare a questa conclusione”. L’Expo chiude, me ne vado vagando col ricordo amaro degli scogli affiorati e di questa delusione che mi riporta con umiltà sulla terra. Non posso che dirmi: Dimenticare Firenze!
E’ una notte lunga e piovosa, l’Arno è cupo e nel silenzio singhiozza una cascata in lontananza dopo Ponte Vecchio. Aspetto l’alba come tante altre notti, ma qui è diverso. Transenne e pozzanghere aspettano la carica dei 10.000 che verranno a compiere il sacro rito della Maratona. Cammino senza meta, la pioggia spegne l’anima e i piedi in fiamme, la testa bassa sotto l’acqua rimugina tutto quel che non va, certe notti come questa di novembre sono troppe lunghe da sopportare, l’alba è un miraggio. Firenze è un vecchio labirinto come gli ultimi 6 km della maratona, non si può andar dritti specie di notte. Mi fermo nella pioggia a vegetare in vie che non conosco se non per i nomi antichi come gli stati d’animo: Canto de’ Bischeri, dello Scandalo, del Limbo, de l’Inferno, del Purgatorio, del Paradiso, dei Malcontenti.
Voglio star lontano dall’Arno che mette troppa tristezza di notte e spinge a buttarcisi dentro. Ma è impossibile, bisogna sempre attraversare un Ponte e rischiare di cadere di sotto. Piove ed è buio, anche se ci fosse un fantasma non lo vedrei, ma invece lo sento camminare elegante come raddoppiasse i miei passi con delle vecchie Sketcher. A Ponte San Niccolò ormai la sensazione è certa, mi segue. Attraversiamo il ponte. Tutto tace tranne i vecchi singhiozzi della cascata. Il chiaro dei lampioni illumina l’altra sponda dell’Arno. Da Piazza Giuseppe Poggi saliamo piano tra i vapori verso Piazzale Michelangelo sempre più in alto, Firenze si stende sotto il nostro sguardo, sempre più maestosa e il fantasma accanto a me si illumina di una luce sempre più profonda e calda.
Lo vedo bene adesso, è un angelo dai riccioli biondi. Sono tutto bagnato come lo sarò domani durante la corsa, la mia unica speranza è quella di trovare una pensilina dove trovare riparo e guardare insieme la città. A sinistra il Giardino dell’Iris, poi il Giardino delle Rose piegate nella pioggia. Finalmente arriviamo in cima a piazzale Michelangelo. Piove come quella mattina del 2011 quando partì di qui per l’ultima volta la Maratona.
“Vedi quella cupola enorme? – mi dice – Dammi la mano, non avere paura andiamo”. E così mi prende la mano forte e voliamo nel vento gelido e la pioggia, il freddo non sappiamo neanche cosa sia, così come quando correremo domani. Voliamo, in Piazza del Duomo, attorno ad una delle più belle ed imponenti opere dell’uomo anzi del Brunelleschi. Il mio angelo mi tiene forte e sorride, il suo sguardo sale verso l’alto e mi porta in cima alla cupola tanto che mi vengono le vertigini. “Non mi lasciare ti prego!” gli dico. “Vieni non avere paura” mi risponde e non curandosi delle mie parole continua a planare come un sottomarino negli abissi. Mi parla dolcemente e attraversiamo tutti i luoghi d’arte che una notte da lupi così ci può regalare, viaggiamo alla giusta velocità per non far scattare gli allarmi. Una finestra aperta e via dentro gli Uffizi che attraversiamo rapidamente. Secoli di storia e bellezza scorrono per noi. Poi sbattendo le ali, usciamo dal Corridoio Vasariano a riprendere la pioggia nei Giardini di Boboli e Palazzo Pitti. Infine riprendiamo quota verso Piazzale Michelangelo. Mi gira la testa.
Ormai è l’alba che non promette niente di buono, nel cielo ocra con maestose ed irruente pennellate sono dipinti i colori di una nuova giornata e di nuova vita. Tiro un profondo respiro. Mi sento meglio. Mi giro verso di lui, che diviene sempre più trasparente ed intangibile, sempre meno reale. Due inutili lacrime nella pioggia si perdono in fondo al mio viso, so che non lo rivedrò più. “Non andare ora! E’ stato bellissimo … Non ho molto da darti. Forse solo sofferenza, passioni e vane glorie. La mia vita è un eterno tentativo. Grazie Angelo mio, non ero mai stato parte di tanta bellezza!”.
“Vai è l’alba. Non avere paura della pioggia, corri per quelle strade laggiù, parla, canta, scrivi, ama. Vedrai scorrere 10.000 esistenze, arriverai ultimo forse senza nessun tempo, ma che importa, avrai portato ad ognuna di quelle anime il tuo apporto. Vedrai le storie e le passioni di tutte le 33 edizioni della maratona corse laggiù, di quegli uomini in braghette a lottare contro il vento e il tempo per una medaglia e un dolce ricordo.
Vedrai tutte quelle anime che scalpitano e si alzano in volo come noi, cercando il momento giusto per tornare sulla terra, tagliare il traguardo e avere per poche ore un po’ di gloria. Dentro il labirinto di Firenze non sarai mai solo, la bellezza e la felicità ti seguiranno sempre e se tutto questo ti farà paura, l’unica cosa è dimenticare me, dimenticare Firenze…”. La sua immagine, i suoi riccioli, il suo sorriso ormai evanescenti, cominciano a sfumarsi in una polvere eterea, spazzata dalla pioggia e una fresca ventata mattutina. Scompare per sempre in un turbinio di ricordi e di visioni mentre si illumina pian piano tutta la città dal terrazzo del Piazzale Michelangelo. E’ mattino, l’unica cosa è andare allo start line: dimenticare l’angelo, dimenticare Firenze!
E così sono partito e sono ripassato stando a terra per tutti quei posti magici su cui son volato questa notte, ormai la pioggia non fa più paura. Gli amici sfilano in fretta. Qualche luogo si aggiunge strada facendo: luoghi della memoria e di felicità perdute. Il Parco delle Cascine ad esempio. Mentre io entro, tutto il battaglione esce veloce e come il vento sparisce: non lo rivedrò mai più. In punta di piedi tra una pozzanghera e l’altra cala il silenzio. Dico sempre che entrare nelle Cascine è come entrare in una immensa Cattedrale. Il pensiero non può che andare a Giampaolo Mugnaini con cui ho passato la serata di venerdì a Palazzo Vecchio nella suggestiva cornice degli happenig a contorno della manifestazione. Il vulcanico Giampaolo organizza qui da un paio di anni una sei/dodici ore che ci porta dentro il Parco più felice del mondo: Le Cascine, dove Messer Aprile fa capolino e le bambine si svegliano al suon della primavera. Adesso è autunno inoltrato, il vento “trascina le foglie come spettri” come diceva Shelley.
Siamo rimasti in pochi ma buoni qui in fondo. Me medesimo Presidente uscente e strisciante in cerca di felicità dopo una notte tremenda. Carlà la Baronessa di Carrobbio con il suo grazioso gonnellino gigliato di ritorno da Beaujolais al comando della classifica annuale delle tacche nel Club. Larry Wilson il nostro socio giunto da più lontano avvocato dello Star System di San Francisco che puntualmente giunge qui ogni anno a bagnarsi in Arno. Mario Ferri vulcanico suo accompagnatore ed anfitrione, detto Super Mario, famosissimo in tutta la plaga fiorentina tanto da essere salutato ad ogni angolo dai pochi stoici spettatori sopravvissuti alla pioggia ed al vento. Anda e rianda tre volte per 10 km in questo polmone verde che è una striscia lunga tre chilometri e mezzo e larga poco più di seicento metri a fianco dell’Arno d’Argento che dopo aver salutato il firmamento va verso il mare. Quando usciremo saremo al 16esimo km. Ormai il battaglione dei forti in fuga da un nemico oscuro è sfilato via con tutti i palloncini colorati. Il Parco adesso è tutto per noi della retroguardia. Son tutti nostri i vialetti, i prati e la pioggia che cade sulle foglie secche. Piove su una bella ed ombrosa piscina che ha un nome romantico: “Le Pavoniere”, mi ci specchio tra Pavone e Narciso e mi prende un colpo tanto sono brutto e bagnato nel mio k-way nero, mi sento uguale a calimero.
Solitudine assoluta. Chissà che fine hanno fatto bici, roller, calciatori, scoiattoli e papere. Sì mi ricordo in primavera con tenerezza mamme parere con file di paperini che attraversavano i vialetti in veloci e sussiegose processioni, per poi sparire nell’Arno d’argento, pigro o tumultuoso a seconda dell’umore. Arriviamo fino all’Indiano, dove le ceneri di uno sventurato giovane Principe indiano, morto improvvisamente a Firenze, furono sparse nel punto in cui l’Arno ed il Mugnone si incontrano. Qui viene in mente il tormentone della bella estate scorsa: “corro di notte, i lampioni le stelle, c’è il bar dell’Indiano, profuma di te” (o forse di thè).
Già qui c’è quello vero: “Il bar dell’Indiano” della canzone. Dopo innumerevoli anni, la palazzina dell’Indiano era stata destinata a scopi non fruibili dalla cittadinanza, finalmente vi hanno aperto un bar dove è possibile bere qualcosa, fare uno spuntino o mangiare un gelato di Vivoli. Se ci passate entrate a scoprire il profumo di thè (o forse di te). Poi avanti dentro la navata centrale delle Cascine che è un susseguirsi di colonne alte fino a 40 metri di stile neo classico, colonne bianche a tutto tondo di tigli e lecci. La scopa incombe con una fila di infinite ambulanze e mezzi di soccorso. Chiedo grazia ma non ce ne è per nessuno: basta contemplazione, bisogna correre. Mentre casca il cielo e si alza il vento mi prende il dolce ricordo del gusto di protezione che si ha dello stare dentro un luogo sacro mentre fuori piove forte, al riparo tra grandi colonne centrali della cattedrale verde. Lasciando il parco si passa davanti alla amata fontana del Narciso dove Shelley scrisse l’Ode al Vento dell’Ovest…..
Oh tu vento selvaggio occidentale, àlito
della vita d’Autunno, oh presenza invisibile da cui
le foglie morte sono trascinate, come spettri in fuga
da un mago incantatore, gialle e nere,
pallide e del rossore della febbre, moltitudini
che il contagio ha colpito: oh tu che guidi…..
i semi alati ai loro letti oscuri
dell’inverno in cui giacciono freddi e profondi
come una spoglia sepolta nella tomba
finché la tua azzurra sorella della Primavera
non farà udire la squilla sulla terra in sogno
e colmerà di profumi e di colori vividi
il colle e la pianura, nell’aria i lievi bocci conducendo
simili a greggi al pascolo; oh Spirito selvaggio,
tu che dovunque t’agiti, e distruggi e proteggi: ascolta, ascolta!
“Ascolta ‘na sega!” Ferri grida. “Diamoci una mossa!!” Larry barcolla, ieri sera hanno aperto un Montepulciano TriDoc per annaffiare la porchetta di Monte Savino come dice Mario: adesso è dura trovar la retta via. La pattuglia s’avanza e ogni tanto sorpassa anche qualche drappello di reduci della Campagna di Russia tremanti agli angoli di strada in attesa di soccorso sotto il vento e l’acqua.
Chilometro dopo chilometro percorriamo il nuovo tracciato varato l’anno scorso con la gran boucle (grande ricciolo) finale di sei chilometri tutto nel centro storico. Alla pattuglia si unisce anche il socio onorario del Club Mauro Tomasi che spinge con una mano sola la carrozzina tra selciati e pozzanghere. Ormai gli abitanti hanno ripreso possesso della città e un po’ di strade sono riaperte, l’ode alla lentezza compromette la sicurezza. Un po’ di bolina e un po’ al lasco arriviamo al traguardo sempre agognato, ma ormai sgombro. Siamo a cavallo delle sei ore e dopo un po’ chiudono tutto. Mauro è raggiante è la decima che chiude quest’anno facendo una fatica immane, arriva anche Larry barcollando con il Ferri festante. Cala il sipario dei sogni sulla 34esima Maratona di Firenze. Si spengono le luci. Il teatro s’empie di silenzio. La pattuglia finale verrà classificata più tardi con qualche angoscia. Sul palco cade la penombra. La gioia tornerà domani e sappiamo verrà rinnovata su nuove strade. Nuovo spettacolo ci attende. Cambieranno gli attori. Cambieranno gli interpreti. Ma di ogni passo che faremo saremo noi sempre gli autori, come pur spettatori, non servono elenchi e classifiche. Ma ci rimarrà sempre l’emozione di Mauro e la sua carrozzina con noi in fondo al niente. Ci rimarranno sempre le bellezze che abbiamo attraversato con qualche dolore e la speranza di qualcuno che ci aspettasse all’arrivo: sarà dura Dimenticare Firenze!
Clicca qui per le foto (di Paolo Gino)


