Buia e mesta era la chiesa, dove mi ero recato per la messa vespertina. L’anziano prete eseguiva gesti abitudinari, ed all’omelia ripetè le solite frasi fatte alle poche vecchiette che avevano l’aspetto di una nobiltà decaduta.
All’uscita, il buio s’era fatto più buio, e l’acqua salmastra schiaffeggiava i canali ben oltre la linea verde delle alghe, inondando le “fondamenta”. Silenziosa e triste scivolava una nera gondola rischiarata da una flebile luce, quasi un funerale surreale ad una città votata alla morte.
Mentre me ne andavo per “rami” solitari, sul Canal Grande trionfavano le luci ed i colori di palazzi rimessi a nuovo, e le feste, come a voler scacciare il triste presentimento di una città che lentamente veniva sommersa dal mare. Spontaneo mi giunse il parallelismo con quando, proclamata la neutralità disarmata, la città impazziva per il carnevale, con Napoleone alle porte.
Era notte quando raggiunsi la stazione ferroviaria, luogo di partenze ed addii. Dal treno che man mano si allontanava, vedevo la Serenissima scomparire ai miei occhi, ingoiata dalla nebbia. Un presagio? Casuale associazione d’idee?
Esto perpetua, “che tu sia eterna Venezia” disse sul letto di morte Paolo Sarpi. Il cuore spera che questa città, ricamata dal fango, non ritorni nel fango; la ragione dubita: come è stato possibile rompere il delicato equilibrio della laguna con la costruzione di quell’obbrobrio, situato verso il 20° Km. della maratona! Non c’è MOSE che tenga, se si continua a trivellare la pianura! Da parte mia, mi sento fortunato per essere uno di quelli che hanno fatto in tempo ad averla vista. Anche se composti in altri drammatici frangenti, realistici mi sembrarono i versi di Arnaldo Fusinato, un tempo mandati a memoria: “Venezia, l’ultima ora è venuta…il pan ti manca…sul ponte sventola bandiera bianca”.


