Eco-Trail Gran Sasso d’Italia – Fonte Cerreto (Assergi-Aq)

Lentamente, devotamente, ma a schiena dritta, iniziai il mio cammino verso i valloni che scendono da Campo Imperatore (m.2130), ov’è situata la stazione superiore della funivia. Gradualmente, la mia colonna vertebrale cominciò ad incurvarsi in avanti, tale e tanta era la difficoltà di questo primo tratto di 4 Km., chiamato Km. verticale. Avevo percorso soltanto qualche decina di metri, e non era più sufficiente flettere la schiena, ma bisognava aggrapparsi ai cespugli ed usarli come tiranti. Quando la vegetazione si diradò, fui costretto a piegare le ginocchia ed a procedere umilmente inginocchiato. Non bastò. Più su dovetti assumere una posizione quadrupede, e poi strisciare carponi. Per non ritrovarmi precipitato a Fonte Cerreto, cercai punti d’appoggio sulle pietre, infissi le unghie nel terreno, azzannai l’erba.

Dopo 1h15’ di “scala santa”, raggiunsi l’altopiano di Campo Imperatore. Soffiava un forte vento, ma dopo tanta fatica mi meritavo di sostare per un attimo ad ammirare l’incomparabile scenario che si stendeva sotto i miei piedi. Su questo luogo inaccessibile venne custodito Benito Mussolini dopo la caduta del fascismo, e liberato da un’ardita azione di paracadutisti tedeschi. Ma se poi si pensa che Vittorio Emanuele III°, in fuga da Roma, riuscì ad attraversare un territorio controllato dai tedeschi e, giunto a Pescara, s’imbarcò per Brindisi mentre un aereo germanico fu visto sorvolare il cielo, è lecito mettere in dubbio l’ardimentosità della liberazione del Duce.

Rapito dal paesaggio che aveva cambiato completamente volto ed assunto un aspetto di tipo alpino-dolomitico, misi al bando i ricordi storici con i loro intrighi che mi frullavano nella mente. Lassù dominava la pietra calcarea, modellata in varia forma dagli agenti atmosferici. Intanto, il suolo s’era fatto sicuro e l’altimetria era compatibile con la corsa. Mi ricordai d’essere un bipede, riportai il baricentro in asse verticale e raggiunsi velocemente Sella di Monte Aquila (m. 2357), il punto più alto del trail: il Corno Grande (m.2912) m’apparve in tutta la sua maestosità, divinizzato dalla luminosità conferita dai raggi del sole che, riflettendosi sulla nuda roccia, accecavano i miei occhi. Avrei voluto salire fino alla sommità, da dove, mi dicono, non si vede Roma ( nascosta da Monte Gennaro), ma nelle giornate limpidissime si scorge il Tirreno e l’Adriatico, i monti della Dalmazia, le Tremiti ed il Gargano. Le credenziali di Aurelio Michelangeli non mi permisero di accedere al sancta sanctorum: quel giorno non ne ero degno! Lo guardai, riguardai e feci il voto di ritornarci.

A gran galoppo raggiunsi il Rifugio Garibaldi (m.2231), e quindi, arrancando, il Passo della Portella (m.2260), posto fra due strette pareti rocciose. Iniziai la lunga, sinuosa e ripida discesa che, annullando un dislivello di 1000 m., mi riportava al punto di partenza. Scivolavo lungo gli impervi sentieri ghiaiosi: mi assalì la paura di rotolare nei dirupi. In qualche tratto poggiai il deretano e le mani sui sassi, mi allungai estendendo la schiena, e strisciai con i calcagni in avanti e le palme indietro, in una posizione specularmente opposta a quella tenuta durante la salita del Km. verticale. Finchè venivo superato da concorrenti del tipo XY, non me ne facevo un problema. Ma quando cominciai ad essere spavaldamente raggiunto da concorrenti del tipo XX, la mia carica testosteronica si ribellò con tutta la sua veemenza: l’onta era troppo grande! Mi rialzai, assunsi un portamento decente, riuscii a portare perfino il baricentro in avanti, e conclusi i 16 Km. (come hanno fatto a misurarli!) in 3:03:51, 105°, 2° di categoria. Non so se sia merito mio o demerito degli altri, da quando veleggio fra i sessantenni riesco a portare qualche premio a casa.

O logos deloi: colui il quale vuole godere pienamente la bellezza del massiccio del Gran Sasso deve venirci da turista, non da atleta.

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