Non una collina, ma una ripida parete si è parata loro di fronte! Sono partito buon ultimo, e li ho visti arrampicarsi per guadagnarne l’orlo. Maratoneti? Affatto! Sembravano stambecchi! Questa la parte “eco” del tracciato, una gola sbarrata dal Ponte “detto di Diocleziano” che sostiene la Basilica della Madonna del Ponte e la Torre Campanaria. C’è stato chi, alla sola visione, non ha avuto il coraggio di ritirare il pettorale.
Una volta raggiunto l’argine dell’abisso, era ragionevole aspettarsi un tratto agevole nella parte “city” della gara, per recuperare energie. Macchè! Salite, discese e 40 gradini di scale in mattoni da scendere. Poi, bisognava tuffarsi nuovamente nella parte “eco” per completare il circuito, che avveniva attraverso un pendio interrotto da una serie di sbarramenti in legno. Per alcuni stambecchi, baricentro in avanti, era un gioco; per altri, timorosi ed insicuri, una pena. 1700 m il giro in totale. Assaggiato il primo giro, qualcuno non se l’è sentita di bere l’amaro calice per altre 27 volte, ritirandosi.
L’indomani, Pasqua di Resurrezione, molti, invece di gioire, si sono massaggiati i quadricipiti dolenti, operazione che ha impegnato verosimilmente anche il Lunedì dell’Angelo.
Eppure, la denominazione faceva pensare ad una gara poco impegnativa. Quel city sembrava stemperare le difficoltà che solitamente accompagnano una “eco”. In pochi hanno pensato che, dal responsabile dei trail della IUTA e in terra d’Abruzzo, non si potesse aspettare che un percorso duro. Caro Enrico, qual era il dislivello totale?
In compenso, il tempo limite era “a piacere” dei concorrenti, che alcuni dei 61 classificati hanno preso alla lettera, concludendo il loro calvario nettamente oltre l’ora terza concessa a Gesù.
Tra una foto e l’altra, ho impiegato 40 minuti nel primo giro. Di questo passo, l’avrei terminata al calar del sole, per cui ho smesso di fare il fotografo dilettante e mi sono accodato al branco degli stambecchi.
In alternativa al Venerdì Santo, la gara può essere programmata anche a Pasquetta. Il Parco Diocleziano, verdeggiante e gradevole, si presta ad una scampagnata fuori porta; il borgo antico, incluso nel percorso, è un concentrato di chiese, palazzi antichi, torri, campanili e mura. Gli archi, poi, sembrano non finire mai: il Ponte ha tre archi, la Porta di San Biagio ha un grande arco ogivale, tunnel arcuati reggono palazzi, arcate ha il Palazzo Comunale, il Teatro e il pronao delle chiese, archi sostengono i “vichi”.
Ma è tutta questa città di 35.000 abitanti, posta a 283 mslm, che guarda da una parte al massiccio della Majella e dall’altra all’Adriatico, ad essere interessante.
Una targa affissa in Piazza Plebiscito afferma perentoriamente: “Qui il 1° settembre 1180 a.c. fu fondata Anxa”. Il fondatore sarebbe stato Solima, compagno di Enea. Naturalmente, una data così precisa affonda nella leggenda, non nella storia. Del resto, sebbene i Romani la chiamassero Anxanum: “Nessun monumento in vista può sicuramente attribuirsi ad epoca romana”, compreso il Ponte che dovrebbe chiamarsi “Ponte detto di Diocleziano”.
Per me, che bazzico piatte strade lungo il mare, è stato un proficuo allenamento, cui non voglio rinunciare nei prossimi anni.
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