Gara, fra l’altro, meravigliosa e durissima. Domenica è baciata finalmente dal sole ma l’aria è decisamente frizzante, la giornata è limpida. Tutto perfetto per correre. Alla partenza della maratona i soliti amici, da Torino il grandissimo Andreano, insospettabile classe 1932, Aligi da Sassuolo, Angela e Michele da Barletta, Vito e Max che ieri hanno fatto una 5 ore e parecchi podisti bolognesi. Tutti molto carichi, abbigliamento giusto e sguardo volitivo.
Alle 9 esatte, partenza da Rioveggio dalla statale che passa sotto l’imponente e orribile viadotto dell’autostrada, naturalmente subito in salita ma fortunatamente si abbandona presto la strada principale per strade minori e, dopo qualche km, dentro al bosco. Naturalmente in salita.
Il piano di gara mio e di Gae, forti dei nostri allenamenti al mare sulle morbide colline maremmane di 50 minuti al giorno, ma assolutamente carenti di km nelle gambe era: corsa per 15-20 km e poi via camminando. Non avevamo però fatto i conti con il percorso così duro e le salite così ripide che ci hanno fatto cambiare tattica e abbiamo cominciato a camminare abbastanza presto. Nel bosco il percorso non tanto duro, abbastanza corribile, ci ha ridato fiducia, ma verso il 10 km in una piacevole discesa il mio ginocchio buono ha ceduto e da quel momento le discese che dovevano essere il mio pezzo forte, sono diventate un incubo.
La consolazione era il paesaggio, dolce, verdissimo. Ricordo l’oratorio di Tudiano affacciato alla valle ,così tranquillo che ti veniva voglia di fermarti a pensare un pò. Ricordo il sentiero attorno a Marzabotto che seguiva un percorso che portava ai ruderi e alle lapidi dei martiri. Ricordo l’edera che saliva sulla lapide del parroco dove erano nominate anche le persone della sua famiglia. Ricordo anche la pace del luogo, che chiedeva rispetto. Poi fuori dal bosco, sull’asfalto fra le case, scendendo verso la mezza maratona. E qui arriva il tratto più brutto.
Dopo il ristoro, ci si infila in un tunnel buio e bagnato. Davanti a noi la signora toscana, il ragazzo con la maglietta blù, e basta. Più nessuno. Solo noi, adesso fuori sotto il sole che picchia bene. La strada è spoglia, asfalto puro per un paio di km ancora. Avanti, sotto lo sguardo ironico di un gruppo di ciclisti, solo noi fino al bivio dove la vigilessa carina è un pò distratta, non si cura tanto di indicarci la giusta direzione, sembra un po’ scocciata. Ci vede all’ultimo quando stiamo perdendo la giusta via. Ancora asfalto fino al bivio dove la vigilessa bionda e gentile ci indica una salita assurda e quasi scusandosi ci dice: “Di là!”. E vai che si sale, siamo al 23° km.
Comincio ad essere un po’ stanca. Caldo, sole e salite. Ma il bosco dov’è. Si sale, Gaetano mi tira perchè non ce la faccio più. La signora toscana è rimasta indietro. Il ragazzo blù invece arranca, ma tiene. Tutti inesorabilmente camminando. Passano 1, 2, 5 km. Siamo quasi al 29°. In cima al mondo. Intorno nessuno, il paesaggio bellissimo. Sul ciglio della strada qualche timido ciclamino.
Scendiamo finalmente, ma che male alle ginocchia. Il sole splende sulle mie spalle, la brezza ci accarezza. Ristoro davanti alla chiesa del Poggio, imponente, che si staglia contro un cielo blù. Giù la valle e sulla collina opposta, che pare lontana lontana, surreale, una strada bianca dove sembra che si arrampichino dei puntini colorati. E’ un’illusione. Maratoneti? Possibile, un’altra salita?
Ripartiamo dopo l’ennesima Coca al ristoro, trotterellando, giù per il campo fino al sentiero che ci porta verso quella strada lontana e bianca. Che sale, ancora. Una figura più avanti barcolla, si sdraia. E’ Alfio che non ne può più. Ci rassicura, si riposa solo un pò.
Intanto noi ripartiamo, salendo ancora. Finalmente giù, discesa ma è troppo ripida. Corriamo zigzagando per spezzare la pendenza e finalmente arriviamo sul tratto quasi pianeggiante. Giù al ponte, dove il bivio del 37° km porta a Rioveggio.
Avanti, proviamo a corricchiare ma ormai è una missione impossibile. Le gambe non sono neanche più mie. Passo lesto, mentre incrociamo Isabella sorridente e neanche stanca che torna indietro incontro al suo Vito smarrito nel bosco dove ha perso gli occhiali.
Avanti ancora, 38° km, 40° a Puzzola (!), strada lunga, lunghissima, altro tratto brutto, desolato ma poi dentro un parchetto verdissimo, passaggio sul torrente con l’acqua trasparente, luminosa, salita fra gli alberi, eccoci sulla statale.
Manca poco, pochissimo verso il ponte, in alto l’autostrada, sotto nel prato del centro sportivo, la voce dello speaker. Passiamo sotto l’arco blù che ci aveva battezzato alla partenza e giù giù, altra discesa verso il traguardo. E qui si deve correre, in barba alle ginocchia, alle cartilagini e alla schiena. Dai Gae, corri che arriviamo insieme. Eccoci, sotto lo striscione, ce l’abbiamo fatta. 7 ore e 23 minuti.
Ho i piedi a pezzi e il resto quasi. Ma anche stavolta ce l’abbiamo fatta. Tutti gli accidenti che, strada facendo, ho giurato a Gozzi, che mi aveva assicurato che era una maratona tranquilla, e i giuramenti di mai più ritornare a Montesole, beh… non me li ricordo più, anzi sto pensando che il prossimo anno cercheremo di fare meglio.
Mentre sono seduta finalmente per riconsegnare il chip, mi chiamano per il premio di categoria, pensa un pò . Mi riposo un attimo e arriva anche l’omino classe 1932, meno stanco di me, insieme alla signora toscana. Ormai ci siamo quasi tutti. I maratoneti erano circa 100 e altrettanti quelli che hanno corso la mezza. Pochi quelli che hanno scelto i 10 km. Non male per una gara così difficile. Mi auguro che tutti, anche quelli che correvano davvero, abbiano avuto tempo di guardarsi anche attorno.
Clicca qui per le foto (di Michele Rizzitelli)


