EcoTrail Florence e Galleria dell’Accademia

Da quest’anno la Firenze Urban Trail ha cambiato ragione sociale. Si chiama EcoTrail Florence ed è entrata a far parte del circuito internazionale francese Ecotrail, che si svolge, a detta dell’organizzazione, nelle città “più belle del mondo” riportate nell’immagine sottostante.

Sono previsti 3 percorsi competitivi. Oltre alla classica “13 km By Night” (una sgambata della vigilia molto suggestiva), la EcoTrail offre due percorsi di 42 e 80 km rispettivamente pari a 1.000 e 2.400 m D+.

002Avevo già corso la Firenze Urban Trail nel 2016 (questa la cronaca di allora) quando il T limite era 7 ore e 44 i chilometri da superare. Pur arrivando ultimo insieme a Marina Mocellin, non mi era sembrata una gara proibitiva nonostante una violenta grandinata e la pioggia caduta per buona parte del percorso.

Quest’anno i chilometri sono 42 e il T limite 9 ore. Meno km quindi e 2 ore di tempo in più ….. certamente alla mia portata! Così mi iscrivo certo, anzi certissimo, di farcela senza il minimo dubbio. Per scrupolo, porto i materiali obbligatori, in particolare due bottigliette da mezzo litro, giacca a vento e telo termico che, in mancanza del camelbag che non possiedo, caccio in un normale zainetto.

003Essendo previsti solo 2 ristori, Castel di Poggio (km 16) e Fattoria di Maiano (km 30), si corre in regime di autosufficienza alimentare.

Durante la settimana nevica a Firenze e in tutto il Nord Italia. Poi piove e la temperatura si alza leggermente. Sul sito, l’organizzazione avverte di fare molta attenzione per presenza di fango e neve. All’ultimo momento causa condizioni meteorologiche particolarmente avverse la 80 km viene annullata e i concorrenti sono tutti dirottati sulla gara di 42 km. Mi impressiono un po’, e la certezza di farcela inizia a vacillare. Oltre alle bottigliette d’acqua, porto con me barrette energetiche, fruttini Zuegg e quant’altro.

Il ritrovo è a Piazzale Michelangelo. Anche in una giornata piovosa come questa, la veduta dall’alto di Firenze è sublime. Alle 8:30 si parte. Rallento subito, dopo aver rischiato di scivolare sulla superficie di un lastrone reso viscido dalla pioggia. Pessima idea quella di aver sottovalutato il camelbag: sprovvisto di cintura addominale, lo zainetto sobbalza e le bretelle tendono a cadere dalle spalle.

004Mi raggiunge Paolo Gino accompagnato da una gentil damigella con funzione di scopa. Dopo una prima parte fiancheggiando l’Arno limaccioso che oggi d’argento proprio non è, inizia la salita. Accelero e ben presto resto solo. Nonostante sia coperto a sufficienza, ho freddo e il k-way mi protegge dal vento ma non dalla pioggia: era nel pacco gara di una 6 ore del Donatore di qualche tempo fa e non l’avevo mai testato finora. Come si dice, a caval donato … Inizio a non sopportare più l’idea di dover trascorrere ancora ore in solitudine, bagnato come un pulcino, al freddo e sotto la pioggia battente.

In un tratto di salita all’interno di un bosco inizia il classico “sentiero di lupo”, una ripida salita con sassi scivolosi e radici affioranti, dove gli specialisti del trail fanno la differenza. Rivoli d’acqua scendono da monte e scavano solchi anche profondi che intralciano il cammino. Nel tentativo di raggiungere un terrapieno sovrastante dove il terreno sembra meno eroso dall’acqua, perdo l’equilibrio e casco all’indietro. Mi rialzo tutt’intero ma ricoperto di fango. Così, sfiduciato e stufo, arrivo al ristoro di Castel di Poggio.

005Anche dopo aver mangiato e bevuto in abbondanza, l’umor nero non cambia. Scaccio ogni dubbio residuo osservando due concorrenti francesi e uno fiorentino ritirati che, intirizziti, provano a riscaldarsi avvolti nel telo termico. Il pensiero di dover correre chissà quante altre ore in condizioni precarie, anzi peggio, perché le discese trail devono ancora iniziare, mi induce a rompere ogni indugio. Ritiro!

Sempre accompagnato dalla gentil donzella, poco dopo passa e va il caparbio Paolo Gino, abituato oramai a tempi lunghissimi per giungere al traguardo e non intirizzito causa evidenti doti naturali.

Entriamo in un furgone carico di attrezzature smontate dal ristoro del Castello. Per dovere di ospitalità i due francesi si accomodano in cabina accanto al conducente, mentre all’interno del vano di carico prendono posto l’atleta fiorentino e il sottoscritto. Quando il portellone viene chiuso, piombiamo nel buio più assoluto, menomale che non soffriamo di claustrofobia!

In Piazzale Michelangelo, dopo una doccia caldissima e un’ottima ribollita che mi riconcilia con il mondo, finalmente asciutto osservo l’arrivo di alcuni concorrenti. Sono trascorse 4 ore dallo start, ed ecco la terza e quarta donna intorno alla 30^ posizione  e qualche secondo dopo un concorrente giapponese. Tutti grandi atleti, cultori e specialisti di questa dura disciplina.

006Vengo a sapere che Davide Cheraz, Riccardo Borgialli, Gabriele Pace, tre atleti che stavano dominando la gara, hanno sbagliato percorso e si sono ritirati. La pur valente organizzazione ammette di essere responsabile dell’accaduto e si scusa.

Piove sempre forte e, nell’attesa di prendere alle 18:00 il treno per Bologna, l’unica cosa da fare è entrare in un Museo. Per evitare lunghe code, escludo gli Uffizi e scelgo la Galleria dell’Accademia, famosa per custodire l’incommensurabile David dell’immenso Michelangelo, all’interno della quale passo tre ore piacevolissime trovando anche il tempo di schiacciare un sonnellino seduto su una comoda panca.

Nelle immagini allegate, il Ratto delle Sabine del Giambologna: il modello in gesso conservato all’Accademia e la statua in marmo di Piazza della Signoria. Per finire, il David di Michelangelo riproposto nelle tre versioni fiorentine: una copia bronzea in Piazzale Michelangelo, una marmorea in Piazza della Signoria e l’originale in Galleria, davanti al quale molte donne svengono per l’emozione.

Magica Firenze!

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