Edizione Zero dell’Ecomaratona di Monte Sole. Con un nodo in gola sul percorso della memoria

Sono stato allevato da una nonna che, nonostante fossero passati tanti anni, piangeva tutte le notti il figlio diciottenne Francesco. Era un liceale partito partigiano sulle montagne dell’Ossola e mai più tornato. C’erano tante sue piccole foto consumate in casa. Io ero piccolo e non capivo. Non capivo perché quando mi portava a spasso in un Parco o su un Viale ci dovessimo fermare così a lungo davanti a un monumento ai Caduti o una lapide con quattro vecchi fiori. Aspettavamo qualcuno che non arrivava mai: “Nonna, andiamo”. “Aspetta magari arriva”. Non capivo perché non volesse mai vedere i film di guerra e i film western. Non capivo perché mia mamma mi chiamava Paolo e mia nonna Francesco. Non capivo perché nelle favole e nelle storie che mi raccontava non moriva mai nessuno. Non capivo perché le faceva male la montagna. Quando si è piccoli (e anche da grandi) le cose che non si capiscono si danno per scontate. E così son cresciuto senza saperlo coi partigiani in mezzo alle montagne dell’Ossola. E’ forse una storia comune a tanti altri della mia età, certo che col passare delle generazioni i ricordi si affievoliscono.

foto 2Così quando Giancarlo Gozzi mi diceva: “Vieni a Marzabotto?”, gli ripetevo: “Sono a Berlino quel giorno, ma non ripetermelo più altrimenti vengo!”. E infatti così è stato. Ed è stato per me un commovente calarsi nella memoria alla ricerca delle efferatezze del “Monco” alias Walter Reder. Passo dopo passo con Gianfranco Toschi, soprattutto nella prima parte del percorso, ci siam fermati ad ogni lapide e targa a leggere e capire cosa fosse successo proprio lì. Dal cimitero di San Martino di Caprara, dove vennero ammassati i cadaveri, fino a Caprara di Sopra e alla Chiesa di Casaglia. Tutti nomi che danno i brividi come essere in film dell’orrore senza fine.

E’ davvero un onore e un’emozione infinita partecipare, seppure nelle estreme retrovie, a questa edizione Zero della ECOMARATONA DI MONTE SOLE, fa parte delle moltissime iniziative atte a commemorare l’eccidio di Monte Sole. Son passati 70 anni e dal 27 settembre al 7 novembre nei comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno si svolgeranno moltissime iniziative per commemorare l’eccidio. Gli eventi in programma mirano a ricordare la strage nazifascista di persone innocenti, tra cui donne, anziani e ben 216 bambini, avvenuta sulle colline dei tre comuni dal 29 settembre al 5 ottobre del 1944. Leggo sul volantino che: “Le iniziative spaziano dall’arte allo sport, dalla ricerca storica alla riflessione sugli attuali conflitti. Tra gli avvenimenti, il 29 di settembre, giorno in cui ebbe inizio la strage, Daniele Furlati, compositore delle musiche de “L’uomo che verrà” di Giorgio Diritti, si esibirà in un concerto per la Memoria al pianoforte e alcuni attori del film leggeranno le testimonianze tradotte in simboli per le persone con disabilità e difficoltà di lettura dal Laboratorio delle Meraviglie della Scuola Media di Marzabotto. Da l2 al 4 ottobre si terrà un convegno internazionale organizzato dalla Scuola di Pace per riflettere sulle politiche e le culture della memoria in Europa e sulle stragi di cui gli italiani sono stati perpetratori e non vittime. Il 5 ottobre parteciperanno alla cerimonia ufficiale il Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Federica Mogherini e Pier Luigi Camilli, sindaco di Pitigliano e padre del reporter Simone Camilli, ucciso a Gaza lo scorso agosto. Interverranno anche gli alunni della Scuola di Marzabotto e di Starnberg (Germania), gemellate da molti anni. Dal 7 al 14 ottobre, si terrà un campo internazionale alla Scuola di Pace di Monte Sole al quale parteciperanno ragazzi italiani e tedeschi, palestinesi ed israeliani, nordirlandesi protestanti e cattolici.”

foto 3Io non sono uno storico. Ci sono tantissimi link, wiki e post su Marzabotto. Avrei potuto mettere un paio di collegamenti sterili. Ma preferisco invece mettere due articoli completi. Uno di Arrigo Petacco che dà la visione completa della vicenda storica. Un altro di Renato Giorgi che sprofonda nell’orrore e nei particolari che per quanto macabri occorre ricordare:

La Strage di Marzabotto a cura di Arrigo Petacco:

La strage di Marzabotto del 29 settembre 1944 fu la tragica tappa finale di una «marcia della morte» che era iniziata in Versilia. L’esercito alleato indugiava davanti alla Linea Gotica e il maresciallo Albert Kesserling, per proteggersi dall’«incubo» dei partigiani, aveva ordinato di fare «terra bruciata» alle sue spalle. Kesserling fu il mandante di una strage che nessun’altra superò per dimensioni e per ferocia e che assunse simbolicamente il nome di Marzabotto anche se i paesi colpiti furono molti di più. L’esecutore si chiamava Walter Reder. Era un maggiore delle SS soprannominato «il monco» perché aveva lasciato l’avambraccio sinistro a Charkov, sul fronte orientale. Kesserling lo aveva scelto perché considerato uno «specialista» in materia. Al comando del 16° Panzergrenadier «Reichsfuhrer», il «monco» iniziò il 12 agosto una marcia che lo porterà dalla Versilia alla Lunigiana e al Bolognese lasciando dietro di sé una scia insanguinata di tremila corpi straziati: uomini, donne, vecchi e bambini. In Lunigiana si erano uniti alle SS anche elementi delle Brigate nere di Carrara e, con l’aiuto dei collaborazionisti in camicia nera, Reder continuò a seminare morte. Gragnola, Monzone, Santa Lucia, Vinca: fu un susseguirsi di stragi immotivate. Nella zona non c’erano partigiani: lo dirà anche la sentenza di condanna di Reder: «Non c’erano combattenti. Nei dirupi intorno al paese c’era soltanto povera gente terrorizzata…». A fine settembre il «monco» si spinse in Emilia ai piedi del monte Sole dove si trovava la brigata partigiana «Stella Rossa». Per tre giorni, a Marzabotto, Grizzana e Vado di Monzuno, Reder compì la più tremenda delle sue rappresaglie. In località Caviglia i nazisti irruppero nella chiesa dove don Ubaldo Marchioni aveva radunato i fedeli per recitare il rosario. Furono tutti sterminati a colpi di mitraglia e bombe a mano. Nella frazione di Castellano fu uccisa una donna coi suoi sette figli, a Tagliadazza furono fucilati undici donne e otto bambini, a Caprara vennero rastrellati e uccisi 108 abitanti compresa l’intera famiglia di Antonio Tonelli (15 componenti di cui 10 bambini). A Marzabotto furono anche distrutti 800 appartamenti, una cartiera, un risificio, quindici strade, sette ponti, cinque scuole, undici cimiteri, nove chiese e cinque oratori. Infine, la morte nascosta: prima di andarsene Reder fece disseminare il territorio di mine che continuarono a uccidere fino al 1966 altre 55 persone. Complessivamente, le vittime di Marzabotto, Grizzano e Vado di Monzuno furono 1.830. Fra i caduti, 95 avevano meno di sedici anni, 110 ne avevano meno di dieci, 22 meno di due anni, 8 di un anno e quindici meno di un anno. Il più giovane si chiamava Walter Cardi: era nato da due settimane. Dopo la liberazione Reder, che era riuscito a raggiungere la Baviera, fu catturato dagli americani. Estradato in Italia fu processato dal Tribunale militare di Bologna nel 1951 e condannato all’ergastolo. Dopo molti anni trascorsi nel penitenziario di Gaeta fu graziato per intercessione del governo austriaco. Morì pochi anni dopo in Austria senza mai essere sfiorato dall’ombra del rimorso. A Marzabotto gli unici sopravvissuti furono due bambini, Fernando Piretti, di otto anni, e Paolo Rossi di sei, e una donna, Antonietta Benni, maestra d’asilo delle Orsoline. Per 33 ore finse di essere stata abbattuta anche lei e quando finalmente potè alzarsi, commentò ad alta voce: «Tutti morti, la mia mamma, la mia zia, la mia nonna Rosina, la mia nonna Giovanna, il mio fratellino… Tutti morti». Anche a Marzabotto alcune SS parlavano un italiano perfetto: erano italiani. Per i fatti di Marzabotto ci fu anche una coda processuale italiana. Prima della condanna del maggiore Reder, nel 1946, la corte d’assise di Brescia aveva giudicato Lorenzo Mingardi e Giovanni Quadri, due repubblichini (il primo, reggente del Fascio di Marzabotto, nonché commissario prefettizio durante la carneficina), per collaborazione, omicidio, incendio e devastazione. Mingardi ebbe la pena di morte, poi trasformata in ergastolo. Il secondo, 30 anni, poi ridotti a dieci anni e otto mesi. Tutti e due furono successivamente liberati per amnistia.

LA STRAGE DI MARZABOTTO di Renato Giorgi

foto 4II più terribile massacro compiuto dai nazisti nel nostro Paese, uno dei più feroci della loro storia criminale, ebbe luogo dal 29 settembre al primo ottobre 1944. Lo compirono le SS del maggiore Reder, monco di un braccio, già assassino delle povere vittime innocenti di S. Anna di Stazzema, in Versilia. Ora Reder sconta l’ergastolo a Gaeta con il col. Kappler, il boia delle Fosse Ardeatine. Il 29-30 settembre ed il 1° ottobre furono i giorni più terribili della carneficina, ma continuò anche poi; alcuni per ventura scampati, stanno ancora oggi a testimoniare la verità su quanto allora accadde. Dalle strade prossime e dalla ferrovia, molti sono corsi su verso Casaglia, e con la popolazione del luogo si sono rifugiati in chiesa a prendere conforto dalle parole del Parroco, Don Ubaldo Marchioni, che recita il Rosario sull’altare; nella chiesa in penombra, la massa inginocchiata bisbiglia le parole della fede e della speranza. Irrompono i nazisti, una raffica si alza sopra le grida della gente: Don Ubaldo Marchioni cade sulla predella dell’altare, colpito a morte. Tutti gli altri vengono buttati fuori della chiesa e ammassati nel cimitero. Solo una povera donna non può uscire perché paralizzata alle gambe: Vittoria Nanni. Farà compagnia a Don Marchioni, massacrata nel mezzo della chiesa, mentre disperata urla ed annaspa invano con le braccia per l’aria, inchiodata alla seggiola. Enrica Ansaloni e Giovanni Bettini sono riusciti non visti a rifugiarsi nel campanile, e forse ancora sperano: sono scovati e massacrati sul posto. Gli altri, nell’angusto cimitero di montagna che sembra abbandonato perché di rado accade che si debba spalancare il cancello di ferro battuto roso dalla ruggine, stipati ed accavallati contro le lapidi, le croci di legno e le tombe, vengono falciati dalle mitraglie e fatti bersaglio delle bombe a mano. Sono così sterminati 28 nuclei familiari comprendenti 147 persone di cui 60 bambini. Filippo Pirini perde 7 figli, cosi Agostino Daini. Ernesto Gherardi, Luigi Piretti, Giulio Ruggeri, Giuseppe Soldati e Romano Tedeschi soffrono il massacro di tutti i familiari. Sisto Mazzanti e Primo Vannini scompaiono con tutta la famiglia. Quando, dopo lungo tempo, le bombe naziste hanno finito di dilaniare corpi e sconvolgere tombe, in un punto il rigido ammasso scomposto si muove e s’alza in piedi, illeso, un bimbo di sei anni, della famiglia Tonelli: guarda in giro non vede nazisti e grida avoce alta, verso i morti, incitando a fuggire, a mettersi in salvo. Da sotto il cumulo dei morti esce una fanciulla ferita. Lucia Sabbioni, che prima di allontanarsi invita il Tonelli a seguirla. “lo resto” risponde il bimbo “voglio morire con la mia mamma!” e si accosta alla madre riversa tra i cadaveri di altri 5 figli. II piccolo Tonelli poco dopo cadrà colpito da una granata. Dal massacro si salvò anche un’altra giovinetta, Lidia Pirini di 15 anni, che così riferisce la propria tragica avventura. “Era il 29 settembre, alle ore 9 del mattino. Alla notizia dell’arrivo dei nazisti, avevo preferito fuggire a Casaglia, sembrandomi Cerpiano luogo meno sicuro. Abbandonai così i miei familiari, e non ero con loro quando li massacrarono. Infatti mia madre ed una sorella di 12 anni, otto cugini e quattro zie furono massacrati il 29-30 settembre in Cerpiano. Il 29 li ferirono soltanto, il 30 i nazisti tornarono a finirli. Quando a Casaglia fummo convinti che i nazisti stavano per arrivare perché si sentivano gli spari e si vedeva il fumo degli incendi, nessuno sapeva dove andare e cosa fare. Alla fine ci rifugiammo in chiesa, una chiesa abbastanza grande, era piena per metà, e Don Marchioni cominciò a recitare il Rosario. Ho saputo in seguito che lo trovarono ucciso ai piedi dell’altare: allora non me ne accorsi, e adesso riferisco solo quanto ricordo. Quando arrivarono i nazisti io non li vidi, avevo paura a guardarli in faccia. Chiusero la porta della chiesa e dentro tutti urlavano di terrore, specialmente i bambini. Dopo un poco tornarono ad aprire e si misero di qua e di là dalla porta con i mitra puntati. Ci fecero uscire tutti in mezzo a loro e ci condussero al cimitero: dovettero scardinare il cancello con i fucili perché non riuscivano ad aprirlo. Ci fecero ammucchiare contro la cappella, tra le lapidi e le croci di legno; loro s’erano messi negli angoli e si erano inginocchiati per prendere bene la mira. Avevano mitra e fucili e cominciarono a sparare. Fui colpita da una pallottola di mitra alla coscia destra e caddi svenuta. Quando tornai ad aprire gli occhi, la prima cosa che vidi furono i nazisti che giravano ancora per il cimitero, poi mi accorsi che addosso a me c’erano degli altri, erano morti e non mi potevo muovere; avevo proprio sopra un ragazzo che conoscevo, era rigido e freddo, per fortuna potevo respirare perché la testa restava fuori. Mi accorsi anche del dolore alla coscia, che aumentava sempre più. Mi avevano scheggiato l’osso e non sono mai più riuscita a guarire bene. Anche dopo mesi e anni di cura. Venne la sera, venne la notte, io stavo sempre là sotto senza rischiare a gridare o lamentarmi, perché avevo paura, anche se il dolore alla coscia si era fatto insopportabile e non riuscivo più a respirare per quelli che mi stavano sopra. Intorno a me sentivo i lamenti di alcuni feriti, così passò la notte e quasi tutto il giorno del 30. Sul tardo pomeriggio arrivò finalmente un uomo a cercare i familiari: li trovò tutti massacrati e anche una parente ferita che trasportò fuori dal mucchio dei cadaveri. Lo chiamai e mi venne vicino tutti morti mi disse, moglie e 5 figli tutti morti . Mi dimenticai di chiedergli che mi tirasse fuori dalla mia posizione, né a lui venne in mente di farlo. Lo pregai però di tornare ad aiutarmi, dopo aver soccorso la sua parente; promise di farlo, purché non avesse avvertito la presenza dei nazisti. Cosi se ne andò ed io stetti ad aspettare. Verso sera, ci si vedeva ancora, trovai finalmente la forza di decidermi, riuscii a scostarmi i cadaveri di dosso e piano piano mi allontanai dal cimitero. Ancora sui fatti di Casaglia, parla Elena Ruggeri che vi perdette la madre, una sorella di 16 anni, due zii e due cugini, Augusto di 14 e Lina di 6 anni. “Allora avevo 18 anni- dice- il 29 Settembre alle ore 9 circa arrivarono le S.S. Scappammo in chiesa, dove pensavamo di essere rispettate, tanto più che eravamo tutte donne e bambini perché gli uomini validi erano per le macchie. Il parroco diceva il rosario. Di noi, chi pregava e chi piangeva. Avevamo chiuso la porta della chiesa. I nazisti arrivarono e cominciarono ad urlare e battere con furia contro la porta, credo anzi che la buttarono giù. Quando sentimmo i colpi contro la porta, io, una zia e Giorgio Munarini, un cuginetto di 13 anni che si era aggrappato alle nostre mani, scappammo in sacrestia, di dove, dietro una colonnina di fronte alla porta che dava sulla chiesa, assistemmo a quello che vi accadeva. S’erano messi ai lati della porta della chiesa, facevano uscire tutti e li picchiavano ridendo, mentre passavano in mezzo. Il Parroco che sapeva il tedesco, parlò con 2 di loro, ma dall’espressione della sua faccia noi capivamo che non c’era nulla da fare; continuavano a ridere mostrando il mitra, e, poiché il Parroco insisteva, lo uccisero con una raffica sopra l’altare. Avevo messo una mano sulla bocca di mio cugino Giorgio per paura che gridasse. Ammazzarono anche una vecchia paralitica che non si poteva muovere. Fuggimmo alla disperata dalla sacrestia nel bosco, lontano un centinaio di metri: ci videro mentre si correva, ci spararono e gettarono anche delle bombe a mano, per fortuna senza colpirci. Nel bosco ci sentimmo più sicuri perché si sapeva che non sarebbero venuti; avevano sempre avuto un terrore folle del bosco; c’era anche un sentiero poco lontano neppure 30 metri, ma non si azzardarono a venire. Dal bosco vedemmo che fecero andar tutti verso il cimitero vicino alla chiesa dopo aver scardinato il cancello a spallate aiutandosi con i fucili. Dal nostro posto vedevamo dentro al cimitero. Dopo un quarto d’ora che li avevano messi contro la cappella, aprirono il fuoco con le mitraglie e gettarono anche delle bombe a mano. Sparavano molto basso, per colpire i bambini. Appena finito il massacro, se ne andarono. Alle 4 del pomeriggio entrai nel cimitero a cercare i miei, ma non li trovai perché erano sotto il mucchio dei morti. Da un angolo della cappella mi chiamò mia cugina Elide Ruggeri ferita ad un fianco: era con una zia che aveva le gambe fracassate e morì dopo 3 giorni. Giunse intanto mio padre che al mattino s’era rifugiato nella macchia e salvò mia cugina. Alle ore 11 erano arrivati alcuni partigiani che riuscirono a portare al sicuro dei feriti. ‘Noi stemmo nel bosco per 3 giorni e per 3 notti. Mio padre e mio zio furono uccisi tre giorni dopo, anch’essi a Casaglia”. Sempre a Casaglia, in località Casa Beguzzi, le famiglie Armaroli, Benassi, Cerè, Nanni, Pasellie Padriali, ammassate di fronte alla mitraglia cadono in numero di 38 tra cui 6 bambini. A Caprara di Marzabotto, per timore che taluno potesse fuggire, non volendo d’altra parte perdere tempo in assassinii isolati, i nazisti pensarono di legare le persone man mano rastrellate, e quando il numero era sufficiente, tutto il gruppo era stretto dalla corda, come un covone di grano, e del gruppo mitraglie e bombe a mano facevano strage. Legati assieme da una grossa fune, 16 donne vennero trovate trucidate. Una di esse stringeva ancora al corpo una creaturina di pochi mesi. Presso la famiglia Moschetti, i nazifascisti arrivarono quando una giovane donna aveva appena dato alla luce la sua creatura, l’aveva baciata sugli occhi e la bocca, stava per adagiarla vicino a sé tra le lenzuola, e dormire, quando si sentirono i nazifascisti sparare e buttare bombe sotto casa. Aiutata dalla madre, la giovane saltò dal letto e cercò scampo, con il neonato stretto tra le braccia. La madre cadde subito, abbattuta sulle scale di casa. La giovane correva, per il campo, insensibile al dolore che ancora le straziava le viscere, correva disperata cercando con gli occhi fra la terra e le cose amiche il rifugio per la vita del figlio, che tra le sue braccia sommesso faceva udire i primi vagiti come un pigolio: la raggiunsero e l’uccisero sotto la vigna, mentre il neonato, buttato in aria, era bersaglio ai loro fucili. Molta della gente di Caprara di Marzabotto viene rastrellata e rinchiusa nella locale osteria dove i nazisti la massacrarono con le bombe a mano e poi la distruggono con i lanciafiamme. I caduti sono 107 di cui 24 bambini. Cercano di salvarsi Vittorina Venturi e la madre, saltando da una finestra. Invano, entrambe sono subito falciate. Tonelli Antonio perde tutti i 15 componenti la propria famiglia, di cui 10 bambini. Anche Quirico Lanzarini, Celso Lanzarini e Giulio Ventura vedono massacrata tutta la famiglia, così molti altri di cui mai si poté avere notizie. La moglie e 4 figli di Gaetano Venturi cadono nel massacro con la nuora e le nipotine: dopo la liberazione il Ventura ritroverà anche i cadaveri di altri due figli che aveva creduti salvi. Leandro Lorenzini racconta di avere allora perduto il padre ed il figlio di 15 anni “Il padre lo uccisero subito, il primo giorno del rastrellamento, il figlio il 10 ottobre, con quelli di S. Giovanni. Particolari della strage e cosa facevano i nazisti, non sono in grado di dire, se con loro c’erano anche quelli della Repubblica Sociale, non lo so: so soltanto che quando mi accorsi che ammazzavano tutti, mi buttai in fondo a un fosso e riuscii a tirarmi dietro anche mia moglie. Nascosti dentro all’acqua, li vedemmo passare vicino a noi, quasi ci toccavano Non ci videro, per fortuna nostra. Fosse stato cosi anche per mio padre e mio figlio. Dopo la liberazione tornai a Caprara per lavorare la mia vigna. Capitai sopra una mina, ce n’erano tante. Cosi adesso mi tiro dietro la gamba di legno”. Ancora sui delitti di Caprara, depone Roberto Carboni. Egli, fatto raro per un abitatore dell’acrocoro, non lamenta alcun famigliare caduto. “Verso le 10 del mattino si cominciarono a sentire gli spari in molte direzioni e per i monti si vedevano case in fiamme e grandi fumate nere. Nei precedenti rastrellamenti, i nazifascisti avevano sempre catturato solo gli uomini per deportarli o fucilarli, avevano anche bruciato case, ma rispettato le donne e i bambini. Perciò quella mattina, quando ci rendemmo conto della presenza dei nazifascisti, noi uomini validi decidemmo di nasconderci, ma per la sorte delle donne e dei bambini, pensammo di non doverci preoccupare. Quindi noi uomini corremmo nella macchia, perché tutti si sapeva che là i nazifascisti non sarebbero venuti, avevano una gran paura ad inoltrarsi tra le piante. Fin che ci furono nazifascisti nelle vicinanze, cioè per ben 5 giorni, rimasi nascosto. Quando finalmente tornai, mi si presentò la casa bruciata ed in parte crollata. Davanti a casa non c’era nessuno, ma come entrai in cucina, dopo essermi fatto strada tra le macerie, la trovai piena di cadaveri accatastati, erano 44, tutte donne e bambini, parte li conoscevo perché erano miei vicini, altri erano gente di Villa Ignano, Sperticano ed altri luoghi. Li avevano tutti ammucchiati in cucina, poi dalla porta che dava sulla strada, li avevano massacrati con la mitraglia e lebombe a mano. Impossibile scappare, perché di fuori stavano in agguato e chi provò fu ributtato dentro a colpi di fucile, come si capiva da alcuni cadaveri che facevano mucchio proprio sotto la finestra. A vedere quella quantità di morti, si capiva che doveva essere stata una cosa tremenda, per lo più erano uno sopra all’altro contro la parete di fronte all’uscita, segno che spingevano da quel lato nell’ultima disperata illusione di trovare scampo, di fuggire davanti alla canna della mitraglia che sparava dal vano della porta. Poi i nazifascisti avevano minato la casa che in parte era crollata sui cadaveri. C’erano bimbi e donne consumati dal fuoco, quando li raccogliemmo per seppellirli, le carni bruciate si sfacevano. Riuscimmo a seppellirli tutti in una grande buca”. Sempre in quel giorno, Maria Collina perdette 4 figli, di cui il minore una bimba di soli 4 mesi. “Io- ricorda piangendo la donna- cercai di far capire ad un nazista, che lì c’erano solo vecchi donne e bambini, ma lui mi cacciò indietro dicendo: “Non importa niente!'”. Fabbri Medardo fu rastrellato e rinchiuso in una casa di Rovecchia. Dalla finestra assistette ad uno spettacolo agghiacciante. Tutti i componenti della famiglia che abitava nella casa, vennero messi in riga contro il muro della stalla. Un nazista, con una grossa pistola, li uccise uno per uno, bimbi compresi. A pochi metri, una cinquantina di commilitoni assistevano impassibili. Piangendo un bimbo si attacco alle gambe dei boia, questi se lo scrollo con un calcio e lo fini con un colpo al cranio. A Casone di S. Martino in 18 perdono la vita: Mirka Parisini, incinta di 6 mesi, viene denudata e pugnalata nel ventre; poi le sparano due fucilate al petto; in un rifugio di S. Giovanni, 47 persone tra cui 12 bimbi e 2 suore cercano scampo. Trovarono tutti la morte più orrenda. Cadono la moglie e i 5 figli di Gherardo Fiori, i familiari di Mario Fiori, di Edoardo Castagnari, di Giuseppe Massa, di Pietro Paselli ed altri ancora Al bivio tra la chiesa e il cimitero di S Martino, i nazifascisti adoperano la benzina per distruggere i corpi di 52 persone massacrate dalla mitraglia. Luccarini Gaetano è abbattuto e bruciato con la moglie e 6 figli, Angelo Lorenzini ha 13 morti, Augusto Casagrande 6; cadde anche la famiglia del Parroco Don Ubaldo Marchioni, tutti meno il vecchio padre. “A me hanno massacrato 14 familiari”, racconta Giuseppe Lorenzini. “La moglie e 2 figli, uno di 5 l’altro di 4 anni, li fucilarono il giorno 29 settembre a S. Giovanni, il giorno dopo a S. Martino furono assassinati dai nazifascisti mia madre, 3 sorelle, 3 cognate e 4 nipoti. Io, buttandomi dalla finestra, ero riuscito a rifugiarmi nel bosco. Dal bosco sentivo le grida della gente di S. Giovanni. Sentivo anche le grida degli assassini, e ce n’erano che parlavano in dialetto emiliano, ma tutti avevano i vestiti delle SS. Il giorno dopo a S. Martino vidi di lontano un gruppo di gente, tutte donne e bambini, con un solo uomo in mezzo che girava con una gamba offesa, sparpagliarsi di corsa per i campi a branco, ma senza direzione precisa. Sentii dei colpi, poi i nazisti li circondarono e li riunirono. Fecero presto, ve lo dico io: picchiavano sulle dita e le unghie delle mani e dei piedi con i calci dei fucili. Li portarono proprio davanti alla porta della nostra casa, dove li fecero ammucchiare e li massacrarono tutti a raffiche di mitraglia. Poi, uno per uno, gli diedero un colpo di fucile alla nuca per sicurezza. Tornarono ad ammucchiarli perché nel morire s’erano un poco dispersi, spinsero sul posto un carro di fascine che rovesciarono sopra i morti, aggiustarono per bene le fascine, in modo da coprire tutti i cadaveri, fuori non spuntava neppure un piede, poi diedero fuoco. Inutile dire che anche le case furono tutte bruciate. Della figlia di mio fratello, di 4 anni, non siamo mai più riusciti a ritrovare la testa. Non mi volli allontanare dalla zona senza prima aver dato sepoltura ai miei morti; sepoltura provvisoria, s’intende, così come si poteva. Mi unii con altri scampati, alcuni facevano la guardia nei punti più opportuni, perché i nazifascisti passavano e ripassavano sempre. Gli altri provvedevano alla sepoltura. Impiegammo 2 giorni a seppellirli tutti, e non dico quante volte anche noi corremmo il rischio di essere presi e massacrati. Spari e raffiche se ne sentivano ogni momento e il fumo degli incendi c’era sempre, vicino e lontano”. Paselli Duilio vive ora in una casa bianca, sopra un colle a fianco del ponte della ferrovia, nascosta da una macchia di grandi piante. E’ la casa di un tempo, ricostruita nei muri, non ancora ammobiliata, salvo qualche tavolo e poche seggiole. Nelle stanze vuote, un po’ buie per l’ombra delle piante, egli vaga solo, ricordando i suoi 10 familiari. “Il 25 settembre sfollammo da casa Beguzzi, troppo bassa e vicina al fiume e alla ferrovia, e riparammo a S. Martino, che pareva più sicuro. Il 29 mattino gli uomini scapparono tutti per timore di essere deportati. Infatti tutte le altre volte che i nazifascisti erano venuti in rastrellamento, sempre se l’erano presa con gli uomini giovani e validi e li avevano catturati e anche fucilati; mai avevano toccato le donne e i bambini. Passò una prima squadra di nazisti, il giorno 29, e non fecero nulla; pensammo che anche questa volta ce la saremmo cavata solo con la paura. Invece il 30 arrivò una seconda squadra: presero tutti quelli che poterono, li misero contro la casa dei contadini del Parroco e li falciarono con le mitraglie. Poi li bruciarono con le fascine e con l’altra roba che avevano loro. Uno della famiglia Lorenzini di S.Martino, che aveva assistito al massacro, mi raccontò in seguito che, mentre erano chiusi nella Parrocchia, prima di essere massacrati, una mia figlia sposata, col suo bimbo al collo, nel vedere uccidere il marito sotto i suoi occhi, si scaglio contro i nazifascisti chiamandoli vigliacchi e assassini. Uno delle SS le rispose nel nostro dialetto; essendosi subito accorto che così si era tradito, fece segno agli altri e portarono tutti fuori al massacro, anche mia figlia col bambino in collo”. Aldo Gamberini racconta: “Noi venivamo dalla Cerreta di Montorio del Comune di Monzuno, sfollati a Cadotto. Il 29 Settembre mi alzai che ancora era buio e pioveva; mi allacciavo una scarpa nei pressi della stalla conversando con tre partigiani. Improvvisamente sentimmo delle urla dalla parte opposto della casa. I tre partigiani corsero ma si trovarono di fronte a una grande ondata di SS, li comandava uno basso e grosso che mi parve un capitano. Immediatamente i tre partigiani cominciarono a sparare, ma c’era troppa differenza di numero e dovettero retrocedere: sempre difendendosi presero la strada per il loro comando, io corsi a nascondermi in località Cà di Dorino, circa un km da Cadotto. Correndo per il campo mi spararono molte raffiche e colpi. Mentre fuggivo, a Cadotto cominciò un forte combattimento. Dalla posizione dove mi trovavo, non udivo nulla neppure gli spari della battaglia tra partigiani e SS, solo vedevo il fumo e il fuoco degli incendi. Dopo circa un’ora e mezza che ero nel fosso, sul sentiero per Cadotto, più in alto di fianco, vidi passare una colonna di civili, quasi tutti donne e bambini, andavano in fila, avevano con sé fagotti e valigie; sei SS, a mitra puntati incalzavano la fila e la tenevano unita. Guardai bene se c’erano i miei, ma non li vidi e mi sentii con più speranza. Pensai che li portavano in campo di concentramento. Dopo un’ora invece, tutto d’un colpo, mi arrivò un grande urlo, sembrava una voce sola, ma non sentii spari. Li avevano massacrati tutti sotto Pornarino. Proprio mentre passava la fila dei civili e delle SS mi sentii toccare ad una gamba: era Mascherino, il mio cane. Presi paura che abbaiando mi facesse scoprire e cercai in tasca il coltello che sempre avevo con me, per ucciderlo, ma non lo trovai. Del resto non ce n’era bisogno perché Mascherino si accucciò ai miei piedi e più non si mosse. In seguito compresi che era corso a cercarmi dopo che avevano massacrato i miei. Pioveva sempre, del combattimento verso Cadotto non si sentiva nulla, solo vedevo intorno per i monti e le valli bruciare le case le stalle e i fienili, sentivo anche i crolli delle case tra le fiamme, e le urla delle bestie legate alle mangiatoie. Ero combattuto tra il desiderio di correre dai miei e la paura di trovare una disgrazia. Passai cosi tutta la giornata. Verso le 10 di sera, con un buio che dovevo camminare a tasto coi piedi, arrivai a Rivabella di Cadotto dove trovai una donna che tirava acqua dal pozzo e che mi diede un pezzo di pane. A Cadotto non tornai più, in principio perché temevo la sorte dei miei, poi perché rimase tra le due linee, quella nazista e quella degli anglo-americani. Ci tornai solo dopo la Liberazione. Tornai a Cadotto nel maggio del 1945 a cercare i resti dei miei che ritrovai nel posto stesso dov’erano caduti, ricoperti da un po’ di terra. Riconobbi mia moglie dalle scarpe e da una rebecca di lana che non s’era bruciata non so per quale caso; mia figlia maggiore la riconobbi per i denti d’oro, mio fratello per la pipa vicina alle ossa, i figli, perché di bambini c’erano solo i miei”. Tra Cadotto, Prunaro e Steccola, 145 sono gli assassinati e nel conto 40 bambini.E il 29-30 settembre e 1 ottobre la serie di massacri non ha fine. Alla Canovetta di Villa Ignano cadono in 20. All’oratorio di Cerpiano ammucchiano 49 persone, di cui 19 bimbi e 25 donne. I bimbi son messi in fila contro il muro esterno e con promesse di cibo e danaro a lungo invitati e poi minacciati a dire quanto sapevano dei partigiani. I bimbi non parlano e vengono di nuovo scaraventati nell’interno dell’oratorio. Segue subito un primo lancio di bombe a mano che assassina 30 persone. Poi leSS decidono di riposare e a lungo gozzovigliano attorno all’oratorio. I lamenti di una ferita agonizzante li disturba: è la signora Nina Frabboni Fabbris di Bologna che un nazista s’affretta a finire. Emilia Tossani e il vecchio Pietro Orlandi con la nipote tentano la fuga; vanno poco oltre la soglia. I nazisti possono gozzovigliare tranquilli.

Clicca qui per la classifica

Clicca qui per le foto (di Paolo Gino)

Clicca qui per le foto (di Michele Rizzitelli)

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Leggi anche