Non c’era tempo per guardarsi intorno per le ripide salite e discese su terreni impervi, per i sentieri a volte ridottissimi. C’erano gli Alpini a prestare soccorso, mentre gli “attori” si arrampicavano tenendosi ben stretto fra le mani un cavo di acciaio che li avrebbe portati in vetta al monte Capanne.
Giorgio Pelagalli, da oggi soprannominato il “muflone dell’Elba”, è riuscito a concludere in 11 ore e 30 minuti, con mezz’ora di vantaggio sul tempo limite, poi prorogato di un’ora, viste le grossissime difficoltà che tale tracciato prevedeva. Gli organizzatori si sono fatti, forse, prendere la mano ad allungare, di oltre 13 km, un percorso che l’anno prima era di quarantasei. La primavera, appena arrivata 24 ore prima, ha evitato un mezzo disastro in tutti i sensi. Comunque è bene quel che finisce bene!
Per dare ulteriore risalto all’impresa di Giorgio, deve essere raccontato l’epilogo della sua gara. Mancava un chilometro all’arrivo, il bus pubblico, che passando da Marciana Marina andava diretto a Portoferraio per prendere il traghetto per il continente, doveva transitare alle ore 17:38, ultimo modo per rientrare la domenica a casa. Giorgio Pelagalli viene visto sbucare sulla strada laterale che precede il lungomare e il gonfiabile dell’arrivo. Era una coltre di polvere grigia dalla testa ai piedi, la bava alla bocca si era cristallizzata ai lati della stessa. Io lo affianco a volo: “Mancano 3 minuti all’autobus, devi sprintare, Giorgiooo!”. Lo seguo fino all’arrivo, ma duro fatica a stargli dietro. Taglia il traguardo, mentre io vado dall’altra parte delle transenne per non intralciare. L’altoparlante scandisce il suo nome e l’età. Incredibile! La medaglia al collo: “No, non c’è tempo Giorgio!” La prende in mano a volo. Non c’è tempo per lo speaker che voleva sapere, non c’è tempo per il ristoro. Scappiamo subito, dobbiamo passare di sopra, per trovarsi magari davanti il bus, mentre sempre a volo un inserviente mi passa per lui pezzi di crostata, acqua e coca per il dopo!
frattempo, la mia Antonella aveva l’ordine di trattenere il più possibile alla fermata l’autista. Alcune ragazze, che avevano visto la scena e che pure loro erano al capolinea, si erano coalizzate, nel ritardare la salita sul bus, con la scusa di mettere qualche valigetta nel deposito bagagli; altre avevano finto di inciampare sugli scalini, mettendosi a sedere e quindi ostruendo il passo agli altri passeggeri. Erano le 17:39, quando facciamo la curva che immette nella provinciale. Io mi ero già preparato a far cadere Giorgio per terra, davanti al pullman, mentre transitava. E se poi non frenava! Fortunatamente non c’è stato bisogno di tutto ciò; il lavoro al “corpo” di Antonella e &, ci aveva fatto guadagnare quel prezioso minuto.
Applausi a non finire dalla folla di curiosi che aveva capito che c’era da vivere qualche momento di suspence. Mancava solo che la Snai accettasse giocate sulla riuscita del tentativo! Della corsa di quasi 12 ore non interessava più a nessuno, quello che affascinava tutti era l’epilogo di questa seconda performance. Spinto da tutti sull’autobus con la veemenza tipica di coloro che vorrebbero spingere “Berlusconi” da un’altra parte, salutando dai finestrini si vedeva chiaro il palmo delle loro mani imbiancate, o se preferite ingrigite dalla polvere, che mista a sudore era rimasta impressa, a mò di autografo.
A proposito, dovevo partecipare pure io, ma la notte porta consiglio. Il giorno prima avevo sistemato la casa che possiedo proprio vicino a Marciana, per renderla pronta per gli affitti estivi, tanto io, con le maratone quasi tutte le domeniche, come faccio a godermela! Ero abbastanza acciaccato e poi io sono fedele solo alla “Maratona”, come molti sanno, tutto il resto è in secondo piano. Oltretutto ho dedicato quella domenica a passeggiare con Antonella e, una volta ogni tanto, avere un rapporto di coppia “normale” mi ha fatto sentire meno “anormale”.


