Corsa, correre cos’è? Per me, un perdurante stato attivo di contemplazione, quasi yoga, tuttavia in movimento. La solitudine affatica la mente, pur se i riflessi permangono lucidi, attenti. Gli occhi luccicano nell’ ammirare, contemplare il cangiare dei colori. L’olfatto attraversato da fluido profumato, pungente della campagna invasa da sterminate corolle infiorate, volteggianti sciami di api a carpirne il nettare. Il ricordo, oltre la misura del tempo, va alle notti di luna del Passatore tra danze di lucciole in campi di spighe dorate, il frastornante rumoroso cri-cri dei grilli ciarlieri.
Corriamo, ci alleniamo per esercitarci a ben vivere e a ben morire, come insegnava Epicuro. Corsa da sempre è disciplina, motivo di condivisione, dello stare assieme, comunicare. Filippide corse dalla Piana di Maratona ad Atene a morire, dopo l’annuncio della vittoria. Antitesi della corsa è il non essere in simbiosi; l’isolamento non finalizza, limita, snatura l’impegno. I primati correvano allo scopo di raggiungere, catturare la preda. Il radiocronista Mario Ferreti esclamando “Un uomo solo al comando” lasciava alla Storia, non la solitudine di Fausto Coppi, bensì l’epopea della simultanea scalata della Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro, Sestriere sino al traguardo di Pinerolo, raggiunto da quell’immenso Campione 12 minuti prima di Gino Bartali. Solitudine mai alberga nella mente del maratoneta. Regna la forza dello andare avanti oltre il limite, quasi verso l’ignoto, acquisendo valori quali: dignità, coraggio, lealtà, lotta con l’obbiettivo non di vincere, ma migliorarsi ed essere sempre più se stesso. Partecipazione competitiva, consapevolezza, piacere nell’ aver raggiunto il risultato a valere dell’impegno profuso. Confronto agonistico sincero, leale sempre nei limiti dell’altrui rispetto.
In uno ad applicazione, volontà carattere, tenacia, il maratoneta amatoriale ha o deve avere notevole equilibrio mentale nel riuscire a coniugare l’attività sportiva al dovere, rapporto naturale col nucleo familiare. Il viaggiare per il mondo, conoscere, confrontarsi con altre realtà è naturale farlo con i propri cari, con non indifferente dispendio di risorse. Il protocollo degli Assoluti, invece, è definito sotto tutti gli aspetti. Forse anche ciò intendeva Stefano Baldini, nell’ accompagnarmi ai metri finali in Piazza Verdi a Busseto alla maratona Dei Luoghi Verdiani il 2005, al mio “Grazie Maestro”, replicare “vorrei raggiungere il traguardo delle tue 85”.
O volenti e dolenti, siamo al secondo anno del non correre, quasi del vagare senza meta, come il povero Edipo nella tragedia di Sofocle. Lungi da me ogni sorta di spirito polemico, nel pieno, incondizionato, sincero rispetto delle decisioni prese da ognuno. Un dato è certo: sono state annullate rimandate agli anni avvenire maratone mondiali, già motivo d’incontro, partecipazione di razze, etnie,per sterminate aggregazioni di maratoneti. Personalmente ho il cruccio del Passatore ammesso che si faccia, non so se ci andrò il 2022 per l’avanzare dell’età. L’amico Cristian Bergamo, dopo avere rimandato la nostra Maratona delle Grecia Salentina a novembre 2021, l’ha procrastinata al 2022. Ripeto, constatando la cruda realtà e senza spirito polemico di sorta, evidenzio che sin dalla prima fase della pandemia alcuni di noi hanno inteso continuare a fare gare, come nulla fosse successo nel mondo, enumerandole nel libro d’oro personale. Giusto che si sia orgogliosi dei risultati raggiunti. Non consono, tuttavia, in piena calamità, far finta, immaginare che tutto va ben. Lo cantava nel 1975 Ombretta Colli, fedele compagna del grande, indimenticabile Giorgio Gaber.
Che tutto sia sempre sereno,
che le persone anziane stian benone
che i giovani abbian sempre un’occasione
c’è la salute (tutto va ben)
siamo tutti amici (tutto va ben)
siamo felici.
Quanto scrivo è del tutto personale, nessun intento a stimolare accondiscendenza di sorta. Nel contempo, ringrazio Massimo Montinaro per l’abnegazione che profonde nell’organizzare queste pseudo gare in solitaria. Riconosciuta serietà dei partecipanti nel misurare e fare la distanza come da programma. Ad una maratona di Roma si stabilì che tagliando curve e rotonde si accorciava di un km e mezzo il percorso. “Allu PANARU”si parte con la consapevolezza di non essere in gara sino a che, col passare del tempo: soli, sforzo, stanchezza, desiderio di concludere fanno riemergere lo stato di agonismo, proprio della corsa. Come quando, per cause patologiche non si avverte sensazione di dolore, pur trasmesso dal cervello.
Va bene che rimanga il logo “Lu Panaru”. Il mio compianto Maestro Cesare Vernole, quando non gradiva una gara, era solito denominarla “Gara te li Cecurari”-dei venditori di cicorie-. Caro Massimo siamo i primi a saperlo di non essere in gara, Speriamo ancora per poco.
Un caro saluto a Tutti, mi scuso di nuovo per la franchezza espressiva, anche perchè da aprile, quando ho iniziato a scrivere questo riscontro, ad oggi: non è cambiato molto.


