FANNY E PASQUALE

Così passai la serata
gironzolando tra bar e piazze fino ad infilarmi nel castello eccezionalmente
aperto per una serata speciale. Il castello chiamato Kronborg è conosciuto
da molti anche come “Elsinore”, ed è famoso per l’ambientazione della
tragedia di Amleto che viene rappresentato nel castello reale tutte le
estati dal 1816, quando andò in scena per la prima volta in occasione del
200º anniversario della morte di William Shakespeare con un cast composto da
soldati. Il palcoscenico fu allora la torre telegrafo nell’angolo sud-ovest
del castello. La tragedia è stata poi rappresentata più volte nel cortile e
in varie sedi della fortificazione. Quella sera erano state montate delle
grandi reti in cima agli spalti verso il mare.
Ad un tratto vidi un palcoscenico ed Orazio raggiungere Amleto per metterlo
al corrente delle apparizioni di uno spirito con le sembianze del padre e
del proprio presentimento che questi voglia parlare solamente con lui.  Sono
le Undici decidono come la tragedia d’incontrarsi sulle mura verso quell’ora
precisa. Giunti sulle mura lo spirito fa la sua apparizione e chiede subito
di parlare con il solo Amleto. Questi, intuendo che si tratta dello spirito
del padre, accetta senza esitazioni. Quando rimangono soli, lo spettro svela
ad Amleto questa tremenda verità: suo zio, ambendo al trono e al matrimonio
con la Regina, lo aveva ucciso, versandogli nell’orecchio un veleno mortale
a base di giusquiamo mentre dormiva in giardino. Alla fine della tragica
storia lo spettro chiede al giovane di vendicarlo, ed egli accoglie la
richiesta senza indugiare. Purtroppo era in inglese ma davano un opuscoletto
per seguirlo. Quando diventava buio a quelle latiudini che sono appunto le
23 sulle reti saliva una nebbia artificiale che si trasmutava nelle
proiezione di uno spettro.
Questo il mio ricordo di quella notte un po’ impressionistico sugli spalti
di Elsinore, in mezzo  agli uomini del corpo di guardia tra il pubblico. Uno
degli ufficiali si alzò proprio accanto a me spaventandomi gridando ad alta
vove sono Marcello, e chiede se sia di nuovo apparsa «la cosa» (has this
thing appear’d again to-night). La ‘cosa’: viene subito precisato di che si
tratti. Secondo Orazio, dice Marcello, non è altro che una nostra fantasia
(’tis but our fantasy) e non, invece, una vista orrenda (dreaded sight), una
apparizione (apparition) che già si è ripetuta due volte. Ed ecco, mentre
Bernardo, l’altro ufficiale, racconta («La notte scorsa – quella stella là,
un poco a ponente del polo, era arrivata a schiarir nel suo giro giusto la
parte del cielo dove ora brilla – Marcello e io, la campana batteva il
tocco…») Marcello grida: «Zitto! Guardate! Là, eccolo, torna!». Ombra,
chiusa nella sua armatura che, «nel morto silenzio della mezzanotte» (in the
dead vast and middle of the night), si fa avanti, «lenta, solenne, piena di
maestà», come riferirà poi Orazio ad Amleto, nella «figura di vostro padre»
(a figure like your father).
La proiezione sulle reti nella nebbia per giovan hicthhiker della valpadana
non incute timore ma meraviglia come vedere un alba boreale o avere un
dejavù infinito e il suo manifestarsi, trascorrendo mobile, rappreso entro
le tenui e incerte luminosità notturne, mi turba e non mi atterrisce,
aspetto, ma il fantasma non risponde alle domande di Orazio. Pure, nota
Bernardo tra la folla, mostra desiderio a che gli si parli, it would be
spoke to. E infatti sembra cercare, tra i presenti, il suo interlocutore, ma
senbra si rivolga proprio a me che son lì disteso nel prato, ma poiché non
lo trova, tace. Affida tuttavia la sua eloquenza a quel suo rendersi
visibile e prender fisionomia certa. E all’esser visto. Si mostra figure,
image, illusion, shape: questi i termini con i quali lo chiama Shakespeare.
Il suo apparire e il solo vederlo, inducono a ragionamenti e a pensieri che
mi tornano ancora dopo 40 anni. Gli astanti tentano di rispondere
all’enigma: illusoria forma che si rende presente, che prende aspetto e si
condensa, radunando le nebbie tra le reti, innanzi agli occhi. È uno
specialissimo farsi presenza, catarsi pura, siam tutti fantasmi, fuggiti per
sempre, e questo assumere una riconoscibile forma, un tale consistere come
immagine che prende posto e si imprime in linee e volumi che vanno a
occupare la tua prospettiva, lo spazio che hai di fronte è una magia
irripetibile. Accade, diresti, in virtù di un procedimento che si muove e
viene configurandosi via via nella mente e, al contempo, grado a grado si
impara e si installa in una apertura che accoglie sensazione e
immaginazione. Fa di un pensiero una percezione specialissimma attorno a
Mezzanotte quarant’anni fa aspettando un traghetto.
La gente sfolla albeggia presto qui al nord. Il piccolo zaino mi fa da
cuscino e guardo le stelle sparire nella luce del mattino nascosto in un
cespuglio dentro al castello ormai vuoto. Mi addormento sogno  Orazio che si
reca da Amleto per raccontargli di quella inquietante apparizione notturna
sui camminamenti di Elsinore, il giovane principe gli dice: «Mio padre, mi
pare di vederlo…», e Orazio, stupito: «oh! Dove, Monsignore?»; e Amleto,
continuando: «con gli occhi della mente, Orazio» (in my mind’s eye,
Horatio). Orazio, che, dal canto suo, al primo presentarsi dello spettro
aveva giudicato quella vista bastevole «a turbar l’occhio della mente» (to
trouble the mind’s eye). Occhio della mente, chiamalo terzo occhio o hominis
animus E poi mi addormentai morire, dormire… nient’altro
Essere, o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna
o prender armi contro un mare d’affanni
e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire…
nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci riflettere
Degli stivali verdi verdi, un gran calcione sul fianco, una luce vivida, gli
occhiali bagnati e la faccia più sorpresa che incazzata di un giardiniere mi
distolsero dai rovelli notturni. Il pingue giardiniere mi accompagnò con
complicità ad un’uscita di servizio, mi girai un attimo indietro e tutto era
svanito.  Forse non avevo perso quel traghetto invano e la frontiera per la
Svezia poteva aspettare ancora.
Tornando al Gargano la profezia dell’ultima maratona della Speranza non si è
avverata e niente è stato più nefasto che chiamarsi Suviana Sucheèfinita. Ed
eccomi qui a raccontare il seguito in un piacevole viaggio per santificare
un appuntamento di tarda primavera per tutti i maratoneti la Stracagnano,
oppure Ultra Cagnano Varano o chiamala come vuoi Stop a Mezzanotte o
semplicemente Stop alle Cozze. Occasione per una vacanza a zingarare per lo
Sperone e trovare Paquale Giuliani nel suo mondo che sa di paesi
addormentati sulla collina, reti al sole, racconti intrecciati su tavolini
sparsi nella piazza, umanità profonda e rilassata. Cagnano nei ricordi di
tuttisono le  scarpinate sulla strada del lago e i quintali di cozze mai
domite nelle panze dei maratoneti.
Ma come non ricordare anche le vacanze raccontate e quasi gridate da tanti
amici e prima ancora dai nostri padri per i quali il Gargano negli anni
60/70 era terra misteriosa oltre le colonne d’ercole dell’ ancora intatto ed
incontaminato paesaggio, però dura¬mente colpito dall’emigrazione e, che
subiva già i primi colpi di uno sviluppo turistico che rischiava di
stravolgere in profondità lo Sperone. Descrivevano il Gargano come una zona
povera, civile, felice, diverso da tutti gli altri, compiuto in se stesso,
elementare e complessa, un conti¬nente umano contraddittorio e bellissimo.
Oppure i racconti fatti da mia madre e le sue amiche piissime che seguivano
le tante vicende a carattere spirituale che han¬no segnato il territorio per
loro paragonabile solo con l’Umbria Francescana, per  la sincera vocazione
religiosa dei garganici che ha qualcosa di più: una fede quasi  aggres¬siva
e rocciosa. La foresta Umbra messa lì per caso le faceva confondere tra san
Francesco e Padre Pio. Raccontavano di San Giovanni Rotondo, con note molto
acute, mostrando meraviglia per il dinamico prodigio di una città esplosa
intorno alla santità di un uomo ignaro e per loro morto povero tra i poveri.

Amavano i fasti e la bellezza della Baia delle Zagare per quella volta che
ci erano capitate per sbaglio, raccontavano dei selvaggi calanchi a picco
sul mare, non smettavano mai di descrivere i fiori e le fragaranze, tanto
che ora che non ci son più spero che il loro pulmann in paradiso si fermi
proprio lì. Si ricordavano un po’ tristi  della povertà, di Car¬pino che  si
addentrava nella Foresta Umbra, descrivevano Rodi Garganico come la capitale
del Gargano, dove nella magia degli agru¬meti c’era qualche piccola
industria. La località preferita era Pe¬schici, nella quale andavano a colpo
sicuro per la magia del tramonto e del paesaggio tra il grigio rosato dei
muri antichi, il bianco e l’azzurro.
Con Pasquale siam scesi al tramonto al Lago Varano là dove nasce la
ricchezza del paese e le sue cozze. Barche abbandonate, case scialbate a
calce, pochi ghirighori tracciati da incerti pennelli nell’acqua arancione,
tra artigianali vecchie reti e di¬segni dai tratti dritti intinti di cielo.
Siamo  seduti  dentro un noto ristorante sapor  anni Sessanta completamente
vuoto per sintomi postpandemici, ci si sente a casa. I lunghi capelli
bianchi uniti dal famoso codino, rendon a Pasquale il fascino di un nativo
americano e di un originale dello sperone. Non arriva nessuno solo due
carabinieri di pattuglia che ci fan sentire più che amici congiunti come si
usa adesso, e da congiunti tra una cozza e un fritto si può penetrare meglio
nella complessa realtà garganica tra emigrazione, sbagli di gioventù,
pionererismo podistico, sagre e vite intrecciate sui tavolini della piazza.
Un carabiniere ci fa la foto evitandoci gentilmente un selfie. Si fa buio e
qualcuno arriva come se volesse nascondersi nell’ombra del ristorante. I
racconti varcano i tanti paesi nel mondo dove son sparsi le sorelle e gli
amicidi Pasquale. Il suo grande rammarico è per il trasferimento di Don
Luca, il dinamico e appassionato parroco maratoneta da Cagnano,  alla
splendida Mattinata perdendo oltre a un amico una guida spirituale unica per
il paese.
Non so perché questo straziante distacco nella mia mente si rimescolava in
me fino ricordare un passo di un libro di Rosso in cui negli anni sessanta
proprio a Mattinata tutto il paese accompagnava un giovane fino alla
corriera e gli amici più intimi lo chiudevano in un cerchio di silenzio.
Sembrava in tutto e per tutto il funerale di un vivo, un congedo straziante
che privava il Gargano di un altro giovane, lasciando in giro solo donne,
vecchi e bambini.
 “La nostra” “Stop a mezzanotte” in un 2020 così, è venuta così, sul filo
del ricordo e dell’immaginazione tessendo nuovi disegni. Le cozze son andate
oltre la mezzanotte. La luce del lago di Varano sapeva un po’ del Sole a
mezzanotte. Mi ritornava ancora in mente la Svezia, le albe boreali, il
laghi coi muschi e i licheni, l’ambiente e il momento mi ricorda il mio film
preferito di Bergman ‘Fanny e Alexander’.
Fanny e Alexander, dove Alexander mi ricordava Pasquale, un bambino che
vuole continuare a sognare al di là di ogni avversità, dove nel finale la
nonna Helena legge questo per il nipotino Alexander che appoggia la testa
sul suo grembo.
«Tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio
non esistono, l’immaginazione fila e tesse nuovi disegni»
Non parlo di  Bergamo, ma di Bergman Ingemar Bergman, il Fellini Svedese
anche se più freddo e calcolatore e con troppi veli di tristezza.  Questa a
parte di Gargano tra il Lago di Lesina e Varano ricorda le distese delle
isola di Fårö, la piccola isola Svedese che fu ultima dimora di Ingemar
Bergman,. Per arrivarci  occorre passare da Visby, centro del Gotland,
un’altra isola, più grande a un’ora di volo da Stoccolma. A queste
latitudini, l’estate è fatta di un tepore lontano, che pure fa felici gli
svedesi e il clima di vacanza si avverte ovunque cone tra Vieste e Peschici.
Raggiunsi Fårö una quindicina di anni fa in moto in un’altra fase svedese
della mia vita, complice anche un motoraduno e frequentazioni locali. Anche
se il viaggio e i traghetti erano scomodi mi sembrava d’obbligo andarci, un
rito da fare almeno una volta nella vita, devoto al maestro Bergman. Sulle
quelle scogliere, nei boschi, nelle stradine, Bergman ha girato alcuni tra i
suoi film più belli. Il regista aveva scelto Fårö per caso, spinto dai
produttori alla ricerca di set più raggiungibili da Stoccolma, rispetto
all’arcipelago scozzese delle Orcadi, (altra mia meta agognata) ben più
costose, che Bergman avrebbe voluto per il film Attraverso lo specchio. Una
volta visitata Farö, Ingemar Bergman se ne innamorò perdutamente. Acquistò
tutta la punta dell’isola e oggi riposa nel piccolo cimitero lassù.
Ci arrivai lungo una strada deserta si intravedeva il piccolo museo dedicato
al maestro e la chiesa dove è seppellito, tra calette e piccoli fiordi. La
vegetazione era rigogliosa in quel periodo dell’anno: boschi e foreste,
circondati da muretti a secco o da piccoli cancelli che servono a contenere
un po’ gli spostamenti delle tante pecore dalla pelliccia scura che da
queste parti si muovono libere e te le trovi tra le ruote della moto. Belle
case in legno, o piccole e spartane “stuga” sono disseminate solitarie qua e
là. L’isola mantiene un suo carattere selvaggio. Solitario dove
l’incomunicabilità è un bene da salvare almeno all’apparenza. Gli Svedesi la
sanno lunga a tal proposito lunghi silenzi che poi si accendono come appunto
i fiammeri Svedesi.
Bergman è ovunque e si può compiere un piccolo pelleggrinaggio: dal piccolo
faro, nel nord dell’isola alla sontuosa scogliera punteggiata dai Rauk, vere
e proprie sculture selvagge, che fecero da sfondo a “Persona”, o “Attraverso
lo specchio”; dalle case che qui possedeva, al villaggetto di pescatori dove
girò “Sussurri e grida”, alle basse foreste contorte di pini e abeti,
mirtilli e felci.
Nel museo a lui dedicato ci sono video d’epoca, che lo immortalano,
giovanissimo, mentre faceva sopralluoghi, oppure eccolo, sul set, con le sue
muse Bibi Anderson e Liv Ulmann. Ecco le gigantografie, gli oggetti di vita
quotidiana, documentari, la riproduzione del teatrino di Fanny e Alexander.
(vedi Immagine)
Già  “Fanny e Alexander”  “Fanny e Paquale“ l’emozione intensa e la passione
controllata di chi riassume i film e i fantasmi di tutta una vita di un
regista. E’ una meravigliosa summa dei motivi bergmaniani, la fede e la
magia, la paura e il mistero, la malvagità che guida molte vite e il
riscatto che si ricerca nella morte, la scommessa con il diavolo, con i
simboli mai cancellati dell’immaginazione infantile e dell’istituzione
adulta. C’è stato un periodo in cui si considerava Bergman una specie di
filosofo cinematografico, un divulgatore di problemi esistenziali, un
piccolo prontuario per spettatori colti e molto ambiziosi.
Già  “Fanny e Alexander”  “Fanny e Paquale“ l’emozione intensa è in chiave
di favola infantile, di un’infanzia rivisitata con gli occhi, le malinconie
e il coraggio degli adulti, storia di una famiglia di teatranti agli inizi
del secolo, storia di due fratelli, il bambino Alexander, la bambina Fanny,
che aprono gli occhi sul mondo tra la finzione dell’arte e le durezze
dell’esperienza. gli uomini sono soli, non c’è una realtà fuori dal mondo,
la felicità consiste nell’adattarsi alle cose, la felicità è la piccola o
grande gioia dell’amore e dei sensi che scopron la vita.
Già  “Fanny e Alexander”  “Fanny e Paquale“ l’emozione intensa di poter
essere ancora insieme dopo il disastro della pandemia dove tutti i ritmi di
vita si sono fermati e ci siamo accorti che il tempo e lo spazio non
esistevano e anche le corse dovevano e sono immaginari fili che tessono
nuovi disegni e Alexander – Pasquale è il bambino che vuole continuare a
sognare appoggia la testa sulla nonna Helena che gli racconta:
«Tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio
non esistono, l’immaginazione fila e tesse nuovi disegni»

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