O forse, ma credo più certamente, sarei io stesso a non riuscire a farlo, mi mancherebbero le parole.
Immagino però di essere steso in riva al mare, quando il frastuono delle onde, in un rumore sordo, stordisce i gabbiani, facendoli svolazzare nel vento in una disordinata danza, solo per occhi distratti. E tu sei lì a fissarmi, come se fossi inverosibilmente morto, seppur vivo, cercando di capire il mio essere silenzioso.
Mi entri nell’anima e io, con occhi lucidi, senza proferir nessun verbo, ti racconto…
Sei la pioggia, sottile, che cade dolcemente dopo mesi di siccità e penetra nelle viscere della terra rendendola fertile per il nuovo raccolto…
e il sole delle fredde e buie giornate d’inverno che riscalda la pelle donandoti buon umore, e un bianco sorriso…
e il vento degli antichi naviganti perduti nella bonaccia, che spira verso casa…
e la musica soave di un concerto d’archi, note che ascoltandole riesci a capire che il mondo poi non è così cattivo, e ci fai pace…
e l’amore, senza il quale non è vita, della fusione dei corpi…
e il primo vero bacio di passione, quello no, non si può mai dimenticare…
Così come l’orgoglio d’esser diventato padre.
E poi ti ho visto correre nel vento e sorridere. Forse non ci credi, ma quella gioia sul tuo volto, ogni volta che tagli un traguardo, è come la nascita di un figlio.
Come potrei essere padre, senza una madre? Corriamo insieme, prendimi la mano.
Due radici della stessa natura, attratti dalla medesima luce, lentamente si unirono e, sfiorandosi le labbra, vissero abbracciati per l’eternità.
Per te Luisa.
Tuo Paolo



