Firenze, 6 marzo – 3° Firenze Urban Trail. “La c’era dimolta mota…”

A Firenze avevo corso quattro volte la maratona stradale: la prima, nel 1991, riuscendo ad abbattere il muro delle 3.30; una seconda nel 1995, quando feci 3.27 salvo che i tempi erano rilevati a mano e ci misero in coda senza lasciarci tagliare il traguardo, col risultato che mi diedero parecchi minuti in più, mentre tempi favolosi furono realizzati da una coppia modenese che alle Cascine passò sotto un nastro guadagnando 5 o più km. Io aspettai vari anni prima di tornare a Firenze.

002Veramente, ci tornai per il Passatore, quattro volte tra il 2001 e il 2006; poi mi stufai di correre nel traffico e soprattutto di constatare come parecchi colleghi salivano e scendevano dalle auto per finire in classifica con tutti gli onori.

Ottima dunque l’idea di questa ultramaratona-trail, grosso modo (la butto lì) una quindicina di km di asfalto, più qualche scalinata, e il resto sterrato, con saliscendi frequenti ma non troppo impegnativi (alla fine il Gps mi darà 1100 metri saliti e scesi, che secondo una proposta fatta da un consocio dovrebbero valere 11 km in più come distanza lineare … (ma l’ingegner Liccardi non l’ha raccolta, e bonalè).

Va detto che, se certe maratone urbane (Milano, Torino, Verona ecc.) diluiscono i passaggi davanti ai monumenti in un brodo di km e km per squallidi quartieri periferici o stradoni anonimi, Firenze come Roma potrebbe permettersi una maratona tutta nel perimetro urbano senza mai annoiare o schifare il corridore. In più di Roma, Firenze ha le colline, dall’una e dall’altra parte del fiume: e i panorami documentati da Mariolino valgono più delle mie chiacchiere.

003Meno pittoresca certamente è la zona verso il 15° km, quando si esce dal greto dell’Arno per avviarsi verso le colline di Settignano, Fiesole, Maiano, ma se non altro possiamo illuminarci puntando lo sguardo in alto. Potremmo considerare il giro una specie di 8: prima parte sulla sponda sinistra, oltre Ponte Vecchio, salita per il giardino di Boboli in direzione di piazzale Michelangelo (solo sfiorato) e San Miniato, da dove si scende verso il ponte S. Niccolò (giusto di fronte all’albergo dove ci aveva alloggiato Cenci, e dove alle 6 e mezzo di mattina la stanza delle colazioni era piena non solo di podisti ma anche di giapponesi stagionati, e chi glielo fa fare di alzarsi così presto?).

Da qui, dopo 9 km, più o meno identici a quelli dei 3 km corsi la sera prima, ci mandano per il secondo anello dell’8, lungo il greto dell’Arno, per sentieri e carraie dal lato destro, fino al primo dei quattro ristori (non tanti, ma ben forniti). E si ricomincia a montare su, quasi sempre per sterrato, salvo molto acciottolato quando giriamo in lungo e in largo per Fiesole. Al secondo ristoro mi serve Giovanni M., l’ultramaratoneta fiesolano che per sua sventura alla maratona di Reggio del 2005 vide un celebre leader politico salire su un’auto al km 21: mal gliene incolse, perché fu investito (e non solo lui) dall’orda dei progressisti benpensanti che non potevano tollerare una visione così scomoda.

La sera prima è piovuto, e nuvoloni neri fanno presagire la bufera che si scatenerà verso mezzogiorno; ma già prima del diluvio un podista la cui maglietta recita “ricomincio da 150” nell’affiancarmi osserva che c’è dimolta mota. La quale mota si coprirà di bianco durante le tre grandinate (o “gragnole”, come credo dicano qui) del mezzogiorno, cui seguirà una breve pausa (circa all’altezza del terzo ristoro), e poi pioggia crescente durante la picchiata su asfalto dal km 31 al 38, che ci riporta in riva all’Arno, grosso modo da dove eravamo saliti prima (infatti il quarto ristoro, se non ricordo male, è lo stesso del primo, o nei paraggi).

004E si riemerge in città, sotto una pioggia ormai violenta, un gran diradarsi del personale di assistenza e soprattutto della segnaletica: sparite del tutto le palline arancioni a terra, il penultimo addetto che incontro mi raccomanda di stare sul marciapiede nel Lungarno e rispettare i semafori.

All’altezza della biblioteca Nazionale, in mancanza di segnali, decido di traversare il lungarno delle Grazie, intravedendo in piazza Cavalleggeri l’impermeabile giallo dell’ultimo addetto; poco dopo di lui, l’ultima freccia residua indica la destra, dove mi rassicura il vedere colleghi podisti che hanno finito da poco. A destra è la chiesa che serba “l’itale glorie”, per dirla con Foscolo (chissà se qualche supermaratoneta reclamerà un posto per sé), a sinistra la piazza quasi deserta salvo i giudici d’arrivo e i ristoratori, tra cui la celebre Ilaria Razzolini.

A duecento metri sta la palestra con deposito bagagli (incustoditi, ma sopravvissuti) per i maschi, mentre le donne, poverine, hanno tutti gli agi di fianco al traguardo. Complessivamente, fra 30 e 45 km, siamo classificati in circa 400: meno di quelli che il tracciato meriterebbe, ma forse la paura del tempo massimo (un po’ severo) tiene lontani i più, quei 900 che si accontentano della notturna del sabato.

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