di Laura Failli
Questa maratona è sempre una ghiotta occasione per spolparsi una bella bistecca…

Per i podisti toscani Firenze è sempre stata quanto di simile ci può essere alla “maratona di casa”, non esistendo una vera e propria gara di maratona in molte delle province della regione. È stata, ed è, anche il grande palcoscenico di debutto alla distanza regina scelta da moltissimi runners della zona, me inclusa e, da maratoneta a maratoneta, è forse superfluo menzionare quali siano i brividi e l’esaltazione quasi estatica che accompagna l’esordio di ciascuno di noi sulla Grande Via dei 42,195 km.
Così si corre la prima e poi si ritorna, a Firenze, tutti gli anni, se possibile. A volte anche quando apparentemente non è possibile, a causa di infortuni, malattie, pandemie, problemi, sofferenze. Si zoppica fin sulla linea di partenza, che sia Piazzale Michelangelo o il Lungarno Pecori Giraldi o Piazza Duomo (e scusatemi se è poco!) e poi accade il miracolo e semplicemente si va, lasciandosi ciascuno la propria croce alle spalle, oppure sulle spalle, ma più leggera, perché sei a Firenze e i sensi traboccano di catartica bellezza.
Sì, la maratona di Firenze è toscana nel cuore, noi toscani ce la sentiamo cucita addosso da un sarto sapiente anche se veniamo da altre province, e in quel breve lasso di tempo persino dimentichiamo i nostri atavici campanilismi, tanto che nemmeno ci disturba più la parlata fiorentina, anzi, non ci fosse se ne sentirebbe la mancanza. Toscanissima dunque, ma anche italiana, perché ci si viene dall’Alpe alla Sicilia e perché tutti si sentono un po’ come a casa a Firenze, e soprattutto internazionale, con partecipanti che provengono davvero da tutto il mondo, in un tributo di riconoscenza a quello che è forse lo scrigno più ricco di tesori di tutta l’umanità e di tutte le epoche passate e future.
L’atmosfera festante e laboriosa a un tempo apre con l’Expo Maratona il venerdì precedente, sempre bene organizzato, anche se quest’anno di dimensioni un po’ ridotte rispetto al solito, con la gente raggruppata a fare autoscatti nei due highlights del percorso Expo: il grande tabellone azzurro con tutti i nomi dei partecipanti in ordine alfabetico, scritti in piccolo in caratteri bianchi, e lo schermo elettronico su cui appare il tuo nome quando ci passi accanto, dopo avere ritirato il chip. Sono piccoli dettagli, ma già fanno salire alta la tensione dell’attesa per il fatidico “day after”.
Firenze, si sa, è l’ultima domenica di novembre da anni annorum, e da una città come questa, nel centro Italia, certo, ma pur sempre adagiata in una conca sulle rive di un grande fiume, calda e afosa in estate, rigida in inverno e umida tutto l’anno, ci si può aspettare qualsiasi condizione meteo, come è capitato a me nella decina di maratone corse: caldo, vento, acquazzone, gelo, si prende quel che viene. Quest’anno la città del Sommo Poeta ci ha regalato una giornata da cartolina, pavoneggiandosi voluttuosa nelle sue bellezze architettoniche avvolte da una luce dorata fulgida e fresca, un cielo azzurro mosso da nubi bianche e vaporose, un connubio unico di arte e natura da far venir voglia di pagare il biglietto per avere avuto la grazia di assistervi.
La partenza, che per tutti gli altri è in Piazza Duomo, per noi della griglia color fucsia, che raggruppa i giovani neofiti e i pensionati della corsa in un bel connubio di età diverse, è ovviamente Piazza della Signoria, a qualche centinaio di metri zeppi di podisti dal gonfiabile della partenza, tanto che non ti rendi nemmeno bene conto di quando venga dato lo start e vedi da lontano, in fondo a Via de’ Calzaiuoli, il rosso cupolone del Brunelleschi, laggiù dove per i runners è già iniziata la gara.
Cammina cammina, dopo nemmeno 11 minuti anch’io taglio la linea di partenza. Il chip fa beep, e Firenze ti risucchia e ti trascina lungo un viaggio antico ma sempre nuovo.
Quando la corsa partiva da Piazzale Michelangelo, alle Cascine si arrivava verso il 30 chilometro e, intruppati nel gruppone che correva intorno ai 6/km, non si sentiva più l’allegro vociare, ma solo il ritmo cadenzato di mille e mille passi e il fruscio dell’aria spostata dalla massa di persone in movimento. Ora alle Cascine si entra verso l’8° km, si è ancora pieni di energie e, in una perfetta giornata invernale come questa, si può godere delle molte attrazioni di questo grande polmone verde della città, percorrendo il parco per tutta la sua lunghezza, avanti e indietro per due volte. Mentre entro alle Cascine, incontro il gruppo che sta uscendo dietro i pacer delle 3:15. Veloci e di bella postura atletica, alcuni di loro, pur viaggiando a 4,30/km, vedendomi tutta sola all’inizio del viaggio, trovano il fiato e la gentilezza per incitarmi e sorridermi. Nutro una profonda ammirazione per queste persone.
L’organizzazione impeccabile non è fatta solo di sapienti scelte, ma anche e soprattutto di esseri umani, a partire dai volontari, sempre sorridenti e incoraggianti, anche con gli ultimi, dopo aver trascorso tante ore sulla strada con una bandierina arancione. Affascinante anche l’offerta musicale, con band in prossimità dei punti di ristoro che suonano ogni genere di musica, dal pop italiano al rock inglese. Fantastici i percussionisti etnici, un gruppo di artisti di colore con vari tipi di tamburi piazzati sul piano scoperto di un double-decker bus, quelli che di solito fanno i giri turistici della città. Quest’anno c’è anche una postazione con musica iraniana, un’iniziativa a favore della democrazia nel paese, con lo striscione blu Free Iran, lo stesso logo che portano sulle magliette alcuni podisti che incontro.
Il percorso copre tutte le attrazioni della città, con due giri di Piazza Duomo, i tre passaggi sull’Arno, i Lungarni, la Firenze rinascimentale e quella medievale. Dirigendosi verso Ponte Vecchio, si apre improvvisa la sontuosità di Piazza Pitti, con il maestoso palazzo che la domina dall’alto, simbolo perenne della potenza della famiglia Medici, che ancora vegliano sulla città che in ogni angolo ostenta il famoso stemma con i sei bisanti, che tutti chiamano volgarmente palle.
Arrivo nel primo pomeriggio, con mia sorpresa (non ero certa che sarei riuscita a finirla) con largo anticipo rispetto al tempo limite di 6 ore, anche se Firenze è sempre generosa e classifica gli arrivati fino alle 6 ore e mezza. L’aria s’è fatta rigida e tagliente, nonostante il telo termico che mi avvolge le spalle e, dopo la passeggiata per raggiungere Piazza Santa Maria Novella dove è ubicato il deposito borse, decido su due piedi di fermarmi per la notte e dedicare il lunedì alla visita di alcune delle molte mostre che la città ospita in questo periodo natalizio.

Ci sono mostre importanti:
- “Escher”, al Museo degli Innocenti dal 20 ottobre al 23 marzo 2023, con 200 tele del geniale artista olandese.
- “Passione Novecento, da Paul Klee a Damien Hirst”, a Palazzo Medici Riccardi dal 24 settembre all’8 gennaio 2023.
- “Olafur Elìasson Nel Tuo Tempo”, a Palazzo Strozzi, dal 22 settembre al 21 gennaio 2023.
- “Paolo Rossi, il Ragazzo d’Oro”, Palazzo Medici Ricciardi, conclusasi il 30 novembre.
“Passione Novecento” presenta 38 opere da collezioni private che, al termine della mostra torneranno dai loro proprietari e sarà molto difficile ammirarle di nuovo, non essendo stato pubblicato nemmeno il catalogo. La “passione” cui si riferisce il titolo della mostra è proprio quella di collezionisti e mecenati, che hanno grandemente contribuito a far conoscere e capire a un pubblico sempre più vasto le avanguardie del Novecento, spesso di non facile lettura. L’importanza delle opere presentate, a mio avviso, sta nel fatto che siano in gran parte sconosciute al grande pubblico, proprio perché abitualmente “rinchiuse” in collezioni private.
Soffermandomi su quelle che mi sono piaciute di più, nella prima sala c’è la Natura Morta con Libri e Cesto di Renato Guttuso. I libri dai vivaci colori sono disposti in modo disordinato e armonico insieme al cesto di vimini che spesso ricorre nelle opere del periodo neorealista dell’autore. Sulla stessa parete, il bellissimo Limonaro (1919) di Primo Conte, al confine tra Futurismo e Metafisica, con la figura a mezzobusto che fuma la pipa e tiene con le mani un limone, mentre due piani con bottiglie e una pallina si intersecano con quello del volto dell’uomo. Rimango a lungo a contemplare quest’opera dell’artista fiorentino che all’epoca aveva solo 19 anni ma aveva già conosciuto gli artisti più rivoluzionari del tempo frequentando la casa viareggina di Plinio Nomellini.
C’è un’opera del surrealista e letterato Alberto Savinio, pseudonimo di Andrea Francesco De Chirico, e una molto bella del suo più noto fratello, Giorgio, intitolata Enigma Politico, con una statua di spalle, senza poterne vedere lo sguardo, un braccio lievemente scostato dal corpo, che proietta la sua ombra inquietante in una piazza deserta, mentre le case dalle finestre chiuse osservano mute.
Bellissima l’opera di Cecily Brown, pittrice londinese, che si intitola “Couple”, “Coppia”, dove due innamorati si abbracciano mentre il loro corpi e abiti sembrano fondersi con la natura lussureggiante che li circonda, con foglie, fiori colorati, vento. Come se l’amore potesse sciogliere la solitudine e l’isolamento e renderci tutt’uno con l’altro, con il mondo che ci circonda, con l’essenza della vita.
Uscendo dalla mostra, sempre nel complesso di Palazzo Medici Riccardi, mi imbatto dopo pochi metri in qualcosa di inaspettato: una mostra in onore di Paolo Rossi, “Paolo, un ragazzo d’oro”, purtroppo per voi terminata il 30 novembre. Incuriosita, entro e mi perdo negli anni della mia gioventù: le prime maglie, filmati, interviste, oggetti personali, il pallone d’oro, grandi foto a parete. Musica epica. Il tutto per ricordare il grande e umile campione, scomparso prematuramente, nel 40° anniversario dei Mondiali di Spagna. C’è anche un angolo di realtà virtuale, dove un ragazzo e una ragazza giovanissimi e gentili mi mettono in testa un casco e rivivo “live” le emozioni di Italia-Brasile 3-2 allo stadio Sarria di Barcellona, il 5 luglio 1982, proprio mentre studiavo per l’esame di maturità. Quando il game finisce, mi tolgo l’elmetto virtuale e vedo i due che mi guardano sorridenti e incuriositi, per tutti gli strani gesti che devo aver fatto mentre ero tornata indietro di 40 anni. “Sapete, – dico loro – questi sono i miei mondiali. Quelli quando io ero giovane come voi.” L’ultima gigantografia mi commuove. E’ la famosissima immagine di Pablito che esulta a braccia alzate, composta da migliaia di altre immagini più piccole. In calce c’è una didascalia: “Paolo Rossi 1956 – ∞”
La mostra a Palazzo Strozzi è di Olafur Eliasson, artista contemporaneo islandese-danese che lavora con grandi istallazioni, giochi di luci e prospettive metafisiche, e si sposa in modo intrigante con l’antichità del sontuoso Palazzo. L’esposizione è tutta da vivere a immersione, interagendo con le istallazioni, modificandole con la propria presenza e i gesti e, in ultima analisi, entrando a far parte delle opere stesse. Bellissima la stanza con il soffitto a specchio e la semicirconferenza, o il caleidoscopio, o il sole rosso luminoso e riflettente, che, ruotando, nasconde e rivela tratti di realtà, e scompone e sublima l’immagine di chi ci si rispecchia. L’opera più intrigante e misteriosa è però “Arcobaleno”, una sottile incessante pioggia di goccioline d’acqua dove la luce si rifrange in onde dei colori dell’iride, che il visitatore può attraversare, bagnandosi e scoprendo cosa sia realmente un arcobaleno al di là della sua mera percezione visiva.
A Firenze sono poi tornata in seguito, una decina di giorni dopo la maratona, per visitare la mostra di Escher, il più importante artista grafico dei nostri tempi, che consta di oltre 200 opere e merita un’intera giornata, anche perché nel prezzo del biglietto è inclusa una visita all’esposizione sulla storia dello Spedale degli Innocenti, con le tristi storie e i piccoli oggetti di tutti i bimbi che vi furono lasciati da famiglie troppo povere per poterli crescere. Abbandonandoli davanti alla grata, le mamme lasciavano un “segno”: una medaglietta, un biglietto, una collanina, spezzati a metà. L’altra metà la tenevano, sperando un giorno di poter tornare a riprendersi i figli, riconoscendoli facendo combaciare le due parti del “segno”.
Così è passata un’altra Maratona di Firenze, e Firenze non ci delude mai, ma va vissuta e amata in compagnia. Le cose più belle? Quelle che non ho visto da sola.





















