Mercoledì 28 maggio. Dieci giorni dopo Cracovia, zoppico ancora per un dolore all’alluce del piede sinistro. Se pur tardivamente, mi reco al Pronto Soccorso dell’Ospedale Maggiore. Dopo circa quattro ore di attesa, il referto della radiografia non lascia dubbi: “infrazione della falange ungueale del primo dito”. Mi incartonano “a regola d’arte” l’alluce con un bendaggio elastico che dovrò tenere per 15 giorni. Salterà Suviana, mi metto il cuore in pace, amen e così sia. Il giorno dopo l’alluce stretto a regola d’arte nel bendaggio fa male più di prima e oltretutto mi prude in maniera insopportabile. Con una decisa sforbiciata distruggo l’opera d’arte, e pazienza se ci vorrà più tempo per guarire. Dopo Suviana, dovrò purtroppo rinunciare anche al Gargano e un altro punto-maratona sarà buttato al vento.
Domenica 1 giugno. Spaparanzato su una comodissima poltroncina, sto guardando con mia moglie il bel film di fantascienza “Edge ot Tomorrow”. Protagonista un Tom Cruise non più giovincello, nei panni di un lavativo imboscato, eroe suo malgrado, che un misterioso destino costringe a morire e rinascere centinaia di volte. Alla scena clou, proprio sul più bello, avverto un fastidio al torace localizzato nella zona dello sterno. Incapace di seguire ancora la trama del film, mi concentro sull’evolversi delle sensazioni che giungono dal mio cuore pazzerello. Il fastidio diventa oppressione, infine un senso di peso e costrizione persistente. Anche se il polso non è accelerato, il respiro è regolare e il braccio sinistro non duole, alcuni sintomi sono quelli di un infarto in fase iniziale insorto a riposo.
Impaurito, e con mia moglie più spaventata di me, mi precipito fuori dal cinema e quindici minuti dopo eccomi nuovamente al Pronto Soccorso del Maggiore. La pressione è normale e l’elettrocardiogramma nei limiti della norma. Siccome nel frattempo la sensazione di oppressione è sparita, dopo il Codice Rosso iniziale mi assegnano un Codice Verde. Quattro ore dopo, alle 23:00, ho ancora 10 persone davanti a me. Senza avvertire il personale vado a casa, prendo il telefonino e qualche libro da leggere quindi, da solo, torno al Maggiore.
Lunedì 2 giugno. Alle 3:00 del mattino mi ricoverano nel reparto “Osservazione Breve”, che essendo in Area Verde tanto “Breve” non sarà. Sdraiato su un lettino mi guardo intorno. Alla mia sinistra un extracomunitario dorme in maniera scomposta russando come un trombone. A destra una vecchia badante inveisce in romeno contro il suo assistito, un grasso omone sofferente che si lamenta troppo rumorosamente. Di fronte c’è un tale ammanettato dall’aria truce che tossisce convulsamente, guardato a vista da un poliziotto assonnato e più sfigato di lui. Uno spaccato di un’umanità dolorante e degradata che popola il Pronto Soccorso delle grandi città durante le ore notturne.
Mi prelevano il sangue ogni tre ore. Verso le 9:00 del mattino dopo una notte insonne, una bella e loquace infermiera con la delicatezza di un elefante mi informa di alcune complicanze dovute a un incremento della Troponina, molecola che – sentenzia – se presente nel sangue è indice di infarto. L’atmosfera torna meno pesante quando riesco a parlare con il medico responsabile del Pronto Soccorso: anche se in assenza di angina pectoris e della negatività dell’elettrocardiogramma, in considerazione però della positività della Troponina (Ingresso 127, 108 al 2° prelievo, al 3° prelievo < 56 ng/l) sarò trasferito all’unità operativa di Cardiologia per ulteriori accertamenti. Mi tranquillizzo un po’, anche se resta il dubbio che non mi abbiano detto tutto per non infierire.
Alle 14:00 i portantini mi trasportano in barella al 4° piano in una camera grande e luminosa già occupata da due pazienti affetti da gravi problemi di cuore con i quali stringo subito amicizia. Il primo, 72enne, è lì da tre giorni, raccolto semi-incosciente sulla corsia d’emergenza dell’autostrada con 40 di pressione massima e 15 di minima. Il secondo, 76enne, ricoverato d’urgenza quattro giorni fa con 230 battiti/minuto. Entrambi con un curriculum costellato da svariati ricoveri, aritmie cardiache, fibrillazioni atriali, by pass coronarici e pacemaker.
A meno di non poter pagare servigi extra-lusso, quando si è ricoverati all’ospedale sei uno dei tanti. Nonostante abbia già fatto circolare la voce di essere un maratoneta (ex?) con tanta voglia di tornare a correre la maratona, nessun trattamento di favore mi viene riservato. Mi è preclusa ogni possibilità di movimento. C’è il divieto assoluto di uscire dal reparto, non posso neppure andare in ascensore al bar o all’edicola del piano terra. Sono monitorato 24 ore su 24 tramite l’applicazione al torace di elettrodi alimentati da una batteria appesa al collo che trasmette il battito cardiaco all’elettrocardiografo situato nell’ufficio operativo dello staff infermieristico. Talvolta l’elettrodo si stacca e al monitor appare un elettrocardiogramma piatto: immediatamente un infermiere arriva al mio capezzale per verificare se sono deceduto. Risistema l’elettrodo e se ne va.
Dopo una giornata festiva caratterizzata da noia mortale (solo pillole, iniezioni antitromboemboliche, prelievi e ECG) per l’assenza di medici e primari tutti al mareee tutti al mareee a bagnar le chiappe chiareee, a sera arriva la notizia: il giorno dopo sarò sottoposto a coronarografia. È un esame diagnostico invasivo (quindi non privo di rischi) da eseguirsi in anestesia locale, che studia le coronarie (arterie che distribuiscono il sangue e quindi ossigeno e nutrimento al cuore garantendone il corretto funzionamento) al fine di individuare eventuali anomalie di circolazione sanguigna dovute a restringimenti o occlusioni. Firmo il mio consenso a effettuare contestualmente, a insindacabile giudizio dell’equipe medica, anche l’angioplastica coronarica e all’inserimento dello “stent” con la famosa tecnica del palloncino.
Dalla mezzanotte di oggi dovrò osservare uno stretto digiuno. Vorrei abbuffarmi con il pasto serale ma, nonostante abbia tempestivamente avvertito di essere vegetariano, arriva un vassoio a base di pollo e affettati vari con contorno di tre carote lesse. Trangugio carote e un panino e ringrazio, è l’occasione giusta per far scendere un po’ la pancetta.
Martedì 3 giugno. Dopo una seconda notte insonne causa il concerto dei compagni di stanza che vincono ex equo la medaglia d’oro nell’arte del russare, ruttare e trombettare (nel senso dantesco “ed elli avea del cul fatto trombetta”), finalmente alle 14:00 entro nella sala della coronarografia.
Prima dell’intervento scopro che nelle corsie ospedaliere il digiuno deve intendersi “assoluto”. Per eliminare il rischio di rigurgito e soffocamento è vietato non solo mangiare ma anche bere, tranne qualche sorsetto per ingollare le medicine salvavita. Faccio presente di aver bevuto a volontà per tutta la mattinata e un’infermiera mi sgrida per questo. Mi scuso, ma in cuor mio mando i dirigenti ospedalieri a quel paese per la mancanza di una informazione corretta. Oltre il rischio insito nell’operazione in sé, ci sarà quindi anche quello per eventuali rigurgiti e soffocamenti.
Fortunatamente l’intervento procede senza intoppi. Un quarto d’ora dopo è tutto finito. A parte una piccola placchetta compatibile con l’età, le mie coronarie sono OK e l’angioplastica non è necessaria. Torno al reparto e trascorro la restante parte della giornata nella solita noia mortale. A sera, dopo una intera giornata passata a digiunare anche dopo l’intervento (ma questa volta solo per il mangiare), finalmente alle 18:00 ecco il vassoio con l’agognato cibo vegetariano che mi riconcilia con la vita.
Mercoledì 4 giugno. Alle 10:00 arriva il primario con codazzo al seguito. Mi precisa che la Troponina non è obbligatoriamente indice di infarto. Lo è solo quando i livelli di questa si innalzano 4/8 ore dopo l’evento per raggiungere il picco in 24/48 ore e mantenendosi a livelli elevati per circa 10 giorni. Precisa che il mio “dolore” al petto “con tutta probabilità” è stato di natura muscolare. Conclusione: non ho nulla, e posso ricominciare a correre le mie amate maratone. S’informa quando sarà la prossima. L’invito domenica a Suviana dove, alluce permettendo, correrò la 429esima. Il primario ride e mi stringe la mano. Tutto il codazzo al seguito ride insieme a lui compreso la bella e loquace infermiera con la delicatezza di un elefante.
Dovrò fare ancora un Ecocardiogramma-Doppler e se sarà tutto OK, sarò dimesso. Alle 13:30 il medico di reparto mi consegna la lettera di dimissioni con le seguenti conclusioni: “dolore toracico non coronarico in paziente con assenza di lesioni coronariche emodinamicamente significative”. Alle 14:00 lascio l’ospedale e torno finalmente a casa. Questa insolita Maratona dell’Ospedale Maggiore di Bologna la ricorderò per un bel pezzo.
Sabato sera farò un test di 10 minuti di corsa. Se l’alluce non farà i capricci, ma sarà difficile, ci vedremo a Suviana.
Dimenticavo: siccome m’è rimasta la voglia di sapere come va a finire Tom Cruise che muore e rinasce centinaia di volte, stasera tornerò al cinema a rivedere “Edge ot Tomorrow”. Incrocerò le dita perché, in sintonia con la trama del film, non succeda anche a me di dover ripetere, anche una sola volta, l’esperienza appena vissuta.



