Genova per noi… è l’odore dei limoni

Eppur parenti siamo in po’
Di quella gente che c’è lì
Che come noi è forse un po’ selvatica ma
La paura che ci fa quel mare scuro
E che si muove anche di notte
Non sta fermo mai

Genova per noi
Che stiamo in fondo alle classifiche
E abbiamo la gloria rare volte
E il resto è pioggia che ci bagna
Genova, dicevo, e un’idea come un’altra

Ma quella faccia un po’ così
Quell’espressione un po’ così
Che abbiamo noi

Mentre guardiamo Genova
Ed ogni volta l’annusiamo
E circospetti ci muoviamo
Un po’ randagi ci sentiamo noi

Maratona, scimmia di luce e di follia
Foschia, pesci,…

Lasciaci, tornare ai nostri temporali
Genova, ha I giorni tutti uguali

In un’immobile campagna
Con la pioggia che ci bagna
E i gamberoni rossi sono un sogno
E il sole è un lampo giallo al parabrise

Con quella faccia un po’ così
Quell’espressione un po’ così
Che abbiamo noi
Che abbiamo visto Genova

Cambiando solo le tre parole sottolineate di quel gran genio de l’Avucàt di Asti si può esprimere tutto l’amore e il timore che provo per questa seducente città, schiacciata tra le onde e le rocce. Qualcuno si è chiesto se era il tempo di riportare 14 anni dopo una maratona tra le sue strade, a giudicare dall’entusiasmo del giorno prima direi proprio di sì. Ho vissuto fin dai primi istanti la voglia che hanno avuto tutti di correre ancora qui e  di dare una zampata al triste destino che l’ha colpita il 14 agosto. Ho seguito con ansia gli annullamenti e la conferma della gara dopo il 5 ottobre. Per sostenere l’idea ho preso un grande stand nell’expo del Porto Antico tra il mare scuro e la sopraelevata, dove son passati tanti amici e la solidarietà con la città. Ho un delizioso ricordo di quell pomeriggio concluso con una tranquilla serata tra amici in riva al mare, con un Hartmann malinconico che come il suo alter ego Paganini era avvolto in quell’ipocondria ben nota dopo le esecuzioni irripetibili, con Richard raggiante per la sua duecentesima fatica strabiliante socio della val Sarentino sopra Bolzano che ha corso ben 70 maratone sotto le tre ore e infine con Mariolino tra dolori e speranze che di certo già presagiva cosa l’aspettava (vedi suo articolo). Ma la corsa del giorno dopo è stata magnifica tra un immergersi in tanti ricordi e piccoli rimpianti. Ad esempio mi è dispiaciuto non scendere a Boccadasse e toccare la Lanterna. Mi sono vergognato a sciacallare per Sanpierdarena sotto il ponte Morandi. Non ce l’ho fatta a tenere lo sguardo alto al giro di boa, sfiorando gli sfollati in attesa in quella domenica mattina di autunno di entrare nella loro casa di là delle transenne. Mi attraeva il leggiadro incedere sulla sopraelevata avanzando su una nuvola con tutto il traffico e i problemi sotto, e noi lì a fluttuare come gli angeli di Chagall, un piede dopo l’altro guardando il mare tra le navi e le gru come non esistesse lo spazio e il tempo ma solo la percezione soggettiva di un piacere assoluto in quel momento in quella città tra tanti runners felici che andavano e venivano dall’Empireo. Ma non siam giunti al settimo cielo,  ci han deviato e fatto scendere dalla nostra volta celeste. Mancavano sei chilometri. Ricordo le lacrime di Santina che non ce la faceva proprio a buttare via la maratona e lo spaesamento di chi doveva tornare sulla terra tra le chiacchere e i distintivi delle autorità. Solo nel 2018 ho abbandonato così una decina di gare, ma l’amarezza iniziale per il torto subito poi si scolora in un senso di liberazione per la febbre da tacca. Buon viso a cattivo gioco? Masochismo? Ipocrisia? Di certo quando parto non so se arriverò e in mezzo c’è un viaggio che non mi voglio perdere. Spero che Antonio e gli amici della Zena Runners continuino a crederci e anche le autorità, con un può di buon senso si può tirare una riga e ricominciare da capo.

Genova merita di più da tutti. Genova merita il viaggio, e il viaggio poi è continuato tra i caruggi e i mercatini infiniti e il palazzo Ducale con la mostra di Pagani Rockstar (quello vero) e di Enzo Tortora. Con il premio Letterario Primo Levi, i fuochi artificiali in piazza De Ferrari e i cioccolatini. Poi la Prima al Carlo Felice con l’Aida e quei grandi sfondi in cui si contemplavano tutti e quattro gli elementi vitali del fuoco, dell’acqua, della terra e dell’aria. Impressionanti gli ascensori che facevano sparire anche 50 coristi con un impatto emotivo grandioso come i sentimenti trasmessi dall’opera.

Ma Genova è sola e bastarda di notte nella pioggia leggera nel il silenzio degli ultimi taxi. Genova è sapere che il vento del mare non entrerà mai in queste vie, Genova è andare nel buio dietro l’ospedale dei poveri in corso Dogali dove è nato Montale e non c’è più il ”Carubba con l’organino a manovella e il cieco che vendeva il bollettino del lotto”.

Genova sono “i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità…”
Genova è l’odore dei Limoni

https://youtu.be/EqDamPNE94E

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