GRANDI DONNE

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E tornando al confronto uomini-donne, il rapporto RunRepeat-Iaaf sottolinea, dati alla mano, come “i Paesi con la più alta percentuale di partecipanti donne, siano quelli che vantano la maggiori condizioni di parità di genere: Islanda, Stati Uniti e Canada. Sorprendente, in questo senso, vedere Svizzera e Italia in coda alla classifica”.

L’istantanea l’hanno scattata RunRepeat e Iaaf (la federazione internazionale di atletica leggera) nel rapporto ‘The state of running 2019’ che ha analizzato il 96% dei risultati delle gare negli Stati Uniti, il 91% di quelli nell’Unione europea, Canada e Australia, e una buona fetta delle gare in Asia, Africa e Sud America. Escludendo, appunto, i professionisti. Nel complesso 193 nazioni riconosciute dall’Onu. In totale 107,9 milioni di risultati di gara e 70 mila eventi compresi nell’arco di tempo che va dal 1986 al 2018. (fonte la Repubblica) https://www.repubblica.it/sport/running/storie/2019/06/13/news/runner_mondo-228699789/

Ripercorriamo ora questa fantastica ricorsa del mondo rosa dallo 0% del 1966 al 50% attuale negli stralci di quest’articolo piacevolissimo che riprende brani classici della letteratura ormai di quando tutto è iniziato nel 1966 quando due piccole grandi donne, a distanza di un anno e senza sapere l’una dell’altra, cambiarono la storia correndo quella maratona di nascosto: la maratona di Boston. Prima Roberta Bobbi Gibb, poi Kathrine Kathy Switzer

Video della prima maratoneta: https://youtu.be/fOGXvBAmTsY

PAOLO GINO

STORIE DI DONNE BOBBY E CATHY LE PRIME DUE MARATONETE

di Sfefano Tamburini dal Tirreno

ORGOGLIO E PREGIUDIZIO. L’orgoglio contro il pregiudizio, due donne ribelli e un mondo ancora abbracciato al medioevo dei diritti negati. Poco più di mezzo secolo fa, un niente nel lungo cammino dell’umanità, nell’America di Martin Luther King e di Muhammad Ali, vanno in scena due gare che saranno vinte da chi non doveva esserci. Siamo nel cuore degli anni Sessanta, siamo a Boston, scenario di una delle più grandi maratone del mondo, siamo nell’epoca in cui la medicina e la vita quotidiana negano alle donne ciò che oggi appare scontato: il diritto di essere come gli uomini. Alle Olimpiadi il programma al femminile dell’atletica si ferma agli 800 metri, niente 1.500, 5.000 e 10.000 e men che meno maratona, i 42 chilometri e 195 metri della gara simbolo. La scienza, la fisiologia, parla di pericoli per la salute, addirittura di crescita selvaggia di peli o rischi di distacco dell’utero per le sollecitazioni. Celestiali sciocchezze spacciate per verità assoluta. Due piccole grandi donne, a distanza di un anno e senza sapere l’una dell’altra, cambiano la storia correndo quella maratona di nascosto. Prima Roberta Bobbi Gibb, poi Kathrine Kathy Switzer. Dunque, tutto parte da un atto di disobbedienza, di ribellione. Proprio come Claudette Colvin, che poco più di dieci anni prima, il 2 marzo 1955, a Montgomery (Alabama) viene arrestata per aver rifiutato di cedere il suo posto su un autobus destinato ai bianchi. E come Rosa Parks, che nove mesi dopo e ancora a Montgomery diviene famosa per un gesto simile. Sono i tempi della conquista dei diritti attraverso il disprezzo di regole ingiuste. …………………….

FRA PROGRESSO E INCIVILTÀ Sono atti di ribellione in un Paese moralmente arretrato che però sta già pensando alla conquista della Luna. Pochi giorni prima del 19 aprile della prima Grande Ribellione a passo di corsa, sulla navicella Gemini 8 debutta in orbita Neil Armstrong, quello che poi il 21 luglio del 1969 sarà il primo uomo a mettere piede sulla Luna, quello della frase «questo è un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l’umanità». È dunque un’America che punta alle stelle ma non sa ancora guardare negli occhi i cittadini dell’ultima fila.

GRANDI PASSI PER L’UMANITÀ E quindi serve un altro grande balzo: quale occasione migliore di una corsa fatta di tanti piccoli passi? Comincia a farli, a Boston, la 23enne Roberta Bobbi Gibb. Siamo nel 1966, il 16 aprile si svolgerà la maratona più antica degli States, si corre dal 1897 ed è solo per uomini. Bobbi si iscrive a febbraio spedendo una lettera agli organizzatori dalla sua casa da studentessa, trasferita a Boston da Cambridge, sempre nel Massachusetts, senza nascondere il suo essere donna perché non sa che non si può. Si è innamorata di quella gara due anni prima vedendo i concorrenti sfilare vicino al bosco dove sta correndo anche lei. Quando le arriva la busta con il marchio della maratona, pensa che ci sia il pettorale. Invece c’è un foglio firmato da Will Cloney, il direttore di gara: «Le regole internazionali non contemplano la partecipazione delle donne alle maratone perché “fisiologicamente non idonee”». Bobbi non si arrende. «A quel punto capii che stavo correndo per molto di più che raggiungere un traguardo personale, stavo correndo per cambiare il modo di pensare della gente». Così si allena duramente e il giorno della gara si presenta vestita da maschio, con i pantaloncini del fratello che le vanno larghi. Per sicurezza si nasconde fra i cespugli vicino alla partenza, poi si lancia nel gruppo. E qui c’è già la prima vittoria, gli altri concorrenti, quando si accorgono che è una donna, la incoraggiano, la spronano a proseguire con parole che sono carezze: «Non permetteremo a nessuno di cacciarti. La strada è di tutti». Anche fra il pubblico c’è chi nota i lineamenti femminili e sono solo applausi. Al 32esimo chilometro c’è da affrontare Heartbreak Hill, la “Collina spaccacuore”, seicento metri di durissima salita. Lì pensa di crollare ma sono proprio le parole delle donne ai lati della strada a darle forza. Si libera delle ultime tracce di travestimento e, dopo 3 h 21’40”, al traguardo la accoglie il governatore repubblicano dello Stato del Massachiussets, l’italo-americano John Anthony Volpe, che le stringe la mano per complimentarsi. Ma nell’ordine di arrivo non c’è traccia di Bobbi.

IL TRUCCO DELLE INIZIALI. L’anno dopo, quando quasi nessuno sa del suo primo blitz, Bobbi ripete lo show con le stesse modalità. E in gara c’è anche la 20enne Kathrine Kathy Switzer: lei lo sa che come donna non potrebbe e allora – dal suo college di Syracuse, Stato di New York – manda il modulo di iscrizione con le iniziali del nome, K.V. per Kathrine Virginia. Le arriva una busta con il pettorale 261, di fatto è la prima donna ufficialmente iscritta a una maratona. Al via tutto fila liscio ma al terzo chilometro si avvicina il direttore di gara, Jocke Semple, con fare minaccioso: «Get the hell out of my race and give me those numbers!», «Vattene dalla mia gara e dammi il tuo pettorale!». Insieme con Kathy ci sono l’allenatore Arnie Briggs e il fidanzato, Tom Miller, un atleta del lancio del martello. Si scaglia contro Semple e permette a Kathy di andare avanti. Alla fine ci metterà 4 ore e 20 minuti, soffrirà ma andrà avanti ripetendo a sé stessa: «Qualunque cosa accada, devo finire questa gara anche a costo di arrivare in ginocchio. Se non arrivo alla fine, la gente dirà che le donne non sono in grado di farlo».Le foto di Kathy finiscono sui giornali, perché stavolta la notizia non è chi ha vinto, è che c’è lei. Al ritorno, in auto con il fidanzato, si ferma in un autogrill: la riconoscono e la applaudono. Un ragazzo si avvicina con un giornale che in prima ha la foto di lei e dell'”assalto” del direttore di gara. Le porge quel giornale: «Lo tenga. È il mio grazie». E dunque sale fin da subito potente la richiesta di ammettere finalmente anche le donne. Il via arriva nel 1972, nello stesso anno alle Olimpiadi ci sono anche i 1.500, da quelle del 1984 anche 3.000 e maratona. Oggi donne e uomini corrono le stesse distanze.

I RICONOSCIMENTI POSTUMI L’onda lunga delle corse delle due ribelli Kathy la ricorda così: «Dopo tutti questi anni, devo ringraziare Jocke Semple per avermi attaccata. Perché ha creato una fotografia. Una delle foto più motivanti nel movimento per i diritti delle donne, perché si è spostata dalla corsa al contesto sociale. È stato meraviglioso come quella cosa negativa sia diventata una delle più positive nella mia vita. Quel giorno lui non mi ha solo fatta arrabbiare e spaventata, ma mi ha ispirata».Gli organizzatori della maratona di Boston risarciranno poi le due donne coraggiose. Bobbi viene a lungo ignorata, i giornali e le tv parlano solo di Kathy, fino a quando la invitano a correre nel 1986 in occasione del ventennale della sua impresa. Le consegnano la medaglia come vincitrice della prima edizione femminile, la sua. Torna poi anche in quelle delle ricorrenze numero 30 e 35. Anche Kathy torna a Boston, più volte: «Ora alla maratona di Boston ho sempre le spalle bagnate, perché le altre donne mi abbracciano piangendo. Piangono di gioia perché la corsa ha cambiato loro la vita». L’ultima volta è nel 2017 quando ha 70 anni e ancora il pettorale 261. Chiude in 4 ore, 44 minuti, 31 secondi e un milione di applausi lungo un percorso pieno di amore e riconoscenza. Alla fine le consegnano per sempre quel pettorale, non lo daranno più a nessuno. Il numero 261 ora è il simbolo del progresso figlio delle ribellione, di una corsa contro regole inique per far vincere la civiltà. Grazie a Kathy e Bobbie che al via erano ragazze e al traguardo donne.

GRANDI DONNE.

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Kathy Switzer Boston Maraton 1967

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