Una curiosità: il termine dialettale triestino “bavisela” sta per venticello, come quello che ci ha accarezzato lungo il percorso, o anche aria di festa, quella che si è respirata all’arrivo, in città. Temevamo di incorrere in una rabbiosa bora, tipica della zona, ed invece siamo incappati nel dolce soffio del bavisela.
I primi chilometri si sono susseguiti su una tranquilla strada asfaltata, completamente chiusa al traffico, con ampi tratti di salita, immersa nell’immenso verde della Slovenia, terra dall’aspetto alquanto selvaggio. Alberi e prati a perdita d’occhio ci hanno donato la forte impressione di attraversare una zona boschiva di cui l’uomo non prende cura, ma egualmente ordinata, affascinante e perfetta per natura, resa più espressiva dalla presenza di alcune mucche che pascolavano liberamente.
La regione, poco popolata, comunicava ampiamente la sua travagliata storia, quel senso di amarezza ancora vivo e mai sepolto, troppo recente per essere dimenticato: anni di scontri e di oppressioni, guerra fredda, lotte per l’indipendenza e spartizioni.
Nella zona di confine, situata poco prima del 10° km e raggiunta procedendo per una leggera discesa, mi ha colpito un vecchio casello di frontiera semidistrutto. Quel luogo, assai desolato, esprimeva a chiare lettere il suo stato di abbandono, in un’area che è stata per lungo tempo “terra di nessuno” ed ancora dà l’idea di esserlo.
Abbiamo dunque proseguito in territorio italiano, dove il verde continuava a dominare, ed attraversato alcune gallerie scavate nella roccia carsica.
Il percorso di gara, paesaggisticamente unico, godeva di un dislivello favorevole che dava la possibilità, a chi era ben preparato, di realizzare un buon tempo, sfruttando al massimo le sue ondulazioni. In alternativa, si poteva procedere a basso ritmo, per godere dell’ambiente circostante, osservando tutto ciò che incontrava la nostra vista, cercando di non perdersi un solo centimetro cubo di quel paradiso. Ovviamente, ho optato per la seconda ipotesi!
Grazie alla quasi totale assenza di auto, fatto salvo di vederle passare sotto di noi nel tratto in cui si sorvolava l’autostrada, attorno al 16° km (ed in cui le avvertivamo più con il naso e con le orecchie che con gli occhi!), ci siamo sentiti completamente assorbiti dall’immenso polmone verde che stavamo attraversando, che trasmetteva al nostro fisico una considerevole ossigenazione.
Giunti alla sommità più alta del percorso, attorno al 30° km, in prossimità del piccolo borgo di Santa Croce, frazione di Trieste ben lungi dalla città, ecco aprirsi davanti a noi una discesa ripidissima ed un inaspettato quanto mai spettacolare scorcio, che personalmente mi ha dato la sensazione di squarciarmi il cuore per la sorpresa e per la meraviglia. Una lingua di strada pareva scivolare giù e ancor più in basso, proprio di fronte a noi, si mostrava improvvisamente il mare, come una porzione di mappamondo, con la caratteristica forma ad arco di circonferenza. I più prudenti procedevano di passo, un po’ per la pendenza troppo ardita ed un po’ per godere della quanto mai panoramica visione.
In più punti ho avvertito il desiderio di fermarmi per scattare delle fotografie ma, non avendo l’abitudine a correre con la fotocamera, mi sono impressa ben bene nella mente le immagini di quelle cartoline dai colori accesi e dagli argentei riflessi sul brezzato mare, che sono certa non scoloriranno presto.
La strada costiera ci ha poi regalato un susseguirsi di paesaggi mozzafiato: sotto di noi la ferrovia, ed ancora più giù e più a destra, di nuovo l’immenso mare, generoso di insenature naturali e di porticcioli. L’ampio golfo su cui si affacciava la ormai vicina Trieste era qualcosa di semplicemente spettacolare, specie allorché lo sguardo raggiungeva il prestigioso quanto mai incantevole castello di Miramare, in cui la leggendaria principessa Sissi d’Asburgo, imperatrice d’Austria, amava soggiornare (e come darle torto?).
I chilometri che ci avvicinavano all’agognato traguardo costeggiando il lungomare erano pervasi da un silenzio atipico e da una quasi totale assenza di persone o di fattori che potessero distrarre. I nostri animi si caricavano di un’immensa sensazione di quiete e ci riportavano al tempo attuale, che non è ancora quello della chiassosa estate.
Procedendo verso il centro di Trieste, infine, abbiamo potuto ammirare la città, i suoi meravigliosi antichi palazzi dalle diverse architetture, gli storici caffè ed i vecchi tram dalle porte di legno che la percorrevano.
Il traguardo plurimo sulla Piazza Unità d’Italia, la più grande d’Europa ad affacciarsi sul mare, a tre corsie parallele a causa delle diverse distanze di gara, ne ha fatto uno degli arrivi più belli d’Italia. Abbiamo trovato ad attenderci una città in festa, con stand e bancarelle sul lungomare.
Più di 600 gli arrivati, tra cui si poteva contare una considerevole partecipazione di stranieri, giunti dalle vicine Slovenia, Croazia, Austria, Ungheria e Germania, oltre ad un gruppo tutto femminile, proveniente dalla Norvegia, capitanato da una donna-coraggio.
L’organizzazione si è dimostrata molto attenta alle esigenze dei podisti, ponendo allo stesso tempo un particolare riguardo all’ambiente: i ristori, abbondantemente assortiti, erano accompagnati da contenitori differenziati per i rifiuti ed in loro prossimità erano altresì distribuiti diversi wc chimici (nella stragrande maggioranza delle gare assolutamente inesistenti!).
Concludo affermando che la maratona di Trieste, a mio avviso, può essere annoverata tra quelle che meglio rappresentano il concetto di “turismo sportivo”.









