HO COZZATO A VARANO


malformazione e dopo 4 mesi stava faticosamente riprendendo a camminare, per
cui decidemmo per una vacanza stanziale unica nella nostra storia: 2
settimane in villaggio turistico. E, del tutto casualmente, la scelta cadde
su un villaggio al Lido di Varano. Tolta una gita a San Giovanni Rotondo e
una alle Isole Tremiti, per due settimane non uscimmo dal campeggio… o
quasi.
Ricordo che era il secondo o terzo giorno. La giornata era incerta tendente
alla pioggia per cui decidemmo di andare in auto a San Giovanni Rotondo.
Tornati al camping vengo coinvolto nella classica partita a calcio
genitori-figli… uno sgambetto da dietro e finisco lungo e disteso nella
classica posa “a pelle di leopardo”. Mi rialzo e continuo, ma man mano che
passa il tempo sento il braccio sinistro che si intorpidisce. Ora della fine
della partita faccio fatica a muoverlo ed è insensibile come anestetizzato.
A cena riprende la sensibilità ma è un sollievo di breve durata: iniziano i
dolori e la notte non dormo.
La mattina presto sono alla reception dove mi comunicano che l’ospedale con
il pronto soccorso è a San Severo (non ho idea di dove sia, ma qualche vaga
reminiscenza geografica mi dice che non è proprio dietro l’angolo), ma forse
c’è un poliambulatorio a Rodi Garganico (questo almeno è vicino). Ovviamente
siamo in giro con la macchina grossa e mia moglie non guida nulla che ecceda
le dimensioni della sua CLIO. Per fortuna per guidare il braccio sinistro
serve poco… e il solo problema è dove appoggiarlo.
Vado a Rodi e inizio la solita trafila: guardia medica, medico del
poliambulatorio e, finalmente, dopo circa due ore vengo inviato a fare una
lastra. Quando entro nella sala raggi resto a bocca aperta: la sala è un
salone riempito quasi interamente da un macchinario immenso che produce un
forte rumore di ferraglia. Da un momento all’altro mi aspetto di vedere
entrare Roentgen in persona per fare i suoi esperimenti sui raggi X.
Invece entra una radiologa molto competente che in breve mi dà il responso:
frattura del capitello radiale. La testa del radio, dove si innesta
l’articolazione del gomito, si è rotta di netto. Per fortuna, visto il tipo
di frattura, l’osso è rimasto fermo in sede e allineato per cui potrei
evitare l’intervento che in genere in questi casi è inevitabile. Unica
particolarità: per i gessi bisogna andare… a San Severo. Poi, mentre compila
il referto mi dice una cosa che non dimenticherò mai: “come dipendente
pubblico devo inviarla a San Severo, ma se fosse mio parente…” e mi ha
guardato negli occhi “…le suggerirei di andare a San Giovanni Rotondo. Non
solo sono bravi, ma non troverà queste cose…” e con la mano ha indicato
l’apparecchiatura infernale dalla quale l’assistente stava tirando fuori una
lastra formato 50×70. Un gesto e uno sguardo che dicevano molto sulla
umanità e i dilemmi quotidiani di una persona competente messa a lavorare
con mezzi inadeguati. Trascurando il fatto che per chiunque avesse
necessità, da Rodi (dove era possibile fare la lastra seppure con macchinari
antiquati) a San Severo (dove invece facevano i gessi) ci sono 60 km!…
onestamente non so se in questi 6 anni la situazione sia cambiata. Lo spero
per le tante splendide persone che ho conosciuto là, ma ho qualche dubbio…
Ovviamente conoscere la causa delle mie disavventure era solo una tappa
intermedia, non la soluzione dei miei problemi, ma comunque confortato
decido di andare a San Giovanni Rotondo. Tra l’altro, grazie alla gita del
giorno prima, potevo almeno dire di conoscere la strada. Ciononostante si
trattava pur sempre di 50 km abbastanza tortuosi da fare con un braccio
inservibile.
Arrivato in qualche modo a San Giovanni Rotondo faccio il triage. Arrivato
con i miei mezzi e non in pericolo di vita, se possibile, ho una priorità
negativa, per cui mi accingo a una nuova e dolorosa attesa. Finalmente è
pomeriggio avanzato quando vengo ammesso alla visita dall’ortopedico.
Conferma la diagnosi della collega con tanto di commento sulla mia fortuna
“Se facciamo un buon lavoro con il gesso non dovrà operarsi e tornerà come
nuovo”… solo che ormai è pomeriggio. I gessi li fanno al mattino. Per di più
oggi è venerdì, per cui… ci vediamo lunedì mattina.
Forse è il caldo, lo stomaco vuoto o chissà cosa altro, di fatto vacillo:
ancora 60 ore con questo dolore? Non faccio a tempo a dare voce al mio
sgomento che entra un infermiere armato di un pezzo di cartone spesso e di
forbici. In quattro e quattro otto prepara uno scafandro ad angolo retto che
imbottisce di ovatta e mi stringe intorno al braccio bendando stretto. È
quanto mai ingombrante ma efficace: tempo 5 minuti e non sento più dolore.
È incredibile come la presenza o assenza di dolore trasformi la vita. Uscito
mi aspettano ancora 50 km di rientro e tra due giorni o poco più sarò di
nuovo qui, ma poco importa. Se mi sbrigo forse arrivo in tempo per la
merenda e riesco persino a sorridere quando mi arriva un messaggio di mia
moglie: “Visto che sei in giro, vedi se trovi un supermercato per comprare i
pannolini che non bastano per tutta la vacanza”.
Nel weekend faremo la nostra gita alle Isole Tremiti (già prenotata), poi,
come detto, non ci muoveremo più se non per passare dalla spiaggia alla
piscina e viceversa. Cioè, questo il resto della famiglia. Io ovviamente
tornai a San Giovanni Rotondo il lunedì per fare il gesso e poi ancora il
giovedì per una lastra di controllo per verificare che l’osso fosse in
posizione corretta (il tutto sempre da solo mentre la famiglia si godeva la
vacanza al sole). Alla fine in quelle due settimane scavai un solco sulla
strada Varano-San Giovanni Rotondo diventando di casa all’ospedale al punto
che alla fine mi chiamavano “il milanese”.
Dopo 40 giorni vissuti tutti al mare senza poter fare una nuotata (dopo la
Puglia andai da mia madre in Liguria) l’ortopedico che mi tolse il gesso si
complimentò per il lavoro fatto dai colleghi pugliesi predicendo comunque
una riduzione di mobilità dell’articolazione tra il 10 e il 30%. Due mesi di
riabilitazione a lacrime e sangue mi hanno riportato a una mobilità completa
del tutto simile a quella del braccio destro.
Oggi l’unico ricordo concreto di quella dis-avventura ce l’ho proprio quando
corro a lungo: tenendo il braccio piegato ad angolo retto, quando supero
l’ora di corsa questo tende a bloccarsi. Allora devo sgranchirlo con due o
tre estensioni complete e rapide fino a che, con uno schiocco potente
l’articolazione si sblocca nuovamente. Per cui quando corro (come oggi) il
mio fisico non perde occasione per richiamare alla mente la vacanza di
Varano e le sue impreviste peripezie.
BERTOLETTI (1).jpg

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