Hollenlauf Bodenfelder, 10 Maggio 2014. I delitti della foresta

foto 2Per arrivarci bisogna fare nove ore di macchina da Milano. Il posto è difficile da trovare. Molte strade interrotte fanno impazzire il navigatore. Bisogna proprio prendere le cartine come una volta e orientarsi con le stelle. Ci si arriva tra le basse montagne di Solling a nord e la Foresta Reinhard a sud. Dopo un lungo giro l’abbiamo trovato seguendo un meandro del fiume Weser. Attorno qualche prato e solo foreste. Quando arriviamo di notte, il paesino è tutto spento. Vaghiamo con circospezione cercando un’indicazione di essere nel posto giusto. Verso l’una troviamo nel cortile di una scuola elementare un gonfiabile ed alcune tracce inequivocabili che lì si svolgerà una gara il giorno seguente. Ma tutto attorno è silenzio e una strana nebbia che fa venire i brividi.

Tornati sul camperino, io e Piero cerchiamo di prendere sonno. Non c’è verso di dormire. Mi collego ad internet per avere qualche notizia in più del luogo. Con molta sorpresa appaiono solo foto di poliziotti, luoghi recintati tipo “scena del crimine”, tanti fiori messi nei cippi dei prati e funerali con bare bianche.

Purtroppo qualcosa di inquietante successe qui. Anzi due gravi fatti. Tra il 2007 e il 2008, Bodenfelde è stato al centro dell’attenzione della stampa tedesca per la scoperta dei delitti della “vedova nera”. Si scoprì, infatti, che una donna di quasi settanta anni, nata nel 1939, ex prostituta, tra il 1994 e il 2000 aveva fatto uccidere quattro pensionati tra i 71 e gli 84 anni, che aveva incontrato rispondendo a degli annunci. Dopo una breve frequentazione li sposava, quindi, giorno dopo giorno, li rendeva inermi con sedativi, fino a farli soffocare da un complice di 14 anni più giovane di lei, il tutto per acquisire la loro eredità. Fu proprio la confessione del complice, il 27 agosto 2007, a portare alla scoperta dei fatti. Anche lui era psicologicamente dipendente dalla donna e fu condannato a una pena ridotta come responsabile per il triplice omicidio e omicidio colposo in un caso, ora sta scontando 12 anni nel carcere di Roßdorf. Lei, invece, nell’estate del 2008, è stata condannata al carcere a vita per i quattro omicidi, ed è ora rinchiusa nel carcere di Vechta.

foto 3Assai più mostruoso il fatto avvenuto tre anni fa. Il 21 novembre 2010, i corpi di un ragazzo di 13 anni e una ragazza di 14 anni sono stati trovati in una zona della foresta di Bodenfelde. Dopo una vera caccia all’uomo, che tenne col fiato sospeso mezza Germania, due giorni dopo venne arrestato un ventiseienne di Uslar, un paesino a 10 km. Dopo un breve interrogatorio confessò di aver ucciso entrambi. Il tribunale distrettuale di Göttingen lo ha condannato, il 27 giugno 2011, al carcere a vita con ricovero in un ospedale psichiatrico.

Dopo aver a chiuso bene il Camper, proviamo a riaddormentarci. Sono le quattro, un gran trambusto. Che succede? La polizia ha chiuso il piazzale e stanno arrivando un mucchio di macchine. Apprendiamo con sollievo che non hanno ammazzato nessuno.

Alle 4.30 del mattino partono quelli della 101 km. Infatti, qui si corre una 101, 67, 42, 21, 14. La nostra 42 parte alle 9. Ci iscriviamo sul posto con 28€ e alle nove finalmente lo start. Si parte dalla scuola elementare. Bodenfelde, letteralmente, significa campo di terra. E’ 105 m sul livello del mare. Come si parte si va subito in collina attraverso fitte foreste. Per i 42 km, la somma dell’altimetria ufficiale è 1.146 m, ma alla fine i km saranno 43 e l’altimetria 1500 m. La strada è sempre in leggera salita fino alla fine. Ricordo solo due discese. Una impossibile, in un campo da sci ripidissimo in erba zuppa, dove non si poteva neanche stare fermi sulle chiappe e l’unico sistema era lasciarsi scivolare cercando di fermarsi prima o poi. L’altra era una via Crucis con tutte le cappellette che ho ribattezzato “Via Fanghis”; qui ho rivissuto l’esperienza viscida della Monfortiana 2014.

Questi alcuni nomi incontrati sul percorso. “Passeggiata Mill Valley” con il parco dei cervi; “Casa all’inferno” in cima a una ripida salita; “This place is so sweet”, “questo posto è così dolce”, sento sussurrare alle mie spalle, a me invece fa venire i brividi. Si sale alle “Montagna delle Monache”, in cima c’è una torre enorme delle telecomunicazioni con la “casa degli incendi”. Poi si entra in un bosco dove ad un certo punto appare una croce nera alta 4 metri immersa negli alberi, che quando me la trovo davanti faccio un salto indietro dallo spavento. Scende una strana nebbia nella foresta. Una nebbia che grava solo due metri al suolo come nei film dell’orrore. Invece un forte vento sbatte la punta degli alberi e li muove come anime dannate emettendo dei sinistri scricchiolii.

Per fortuna esco incolume dal buio della vegetazione e mi lascio indietro l’incubo. Dopo una breve doccia, io e Piero ce la svigniamo. Passiamo da Marburg, dove devo fare una breve visita in onore a Nuto Revelli ed al suo bel libro, che lessi una ventina di anni fa: “Il disperso di Marburg”. Parlava di una leggenda “Il cavaliere biondo sul cavallo bianco”. Revelli riprese una leggenda cuneese, quella di un tedesco “buono”, che durante la guerra usciva a cavallo dalla caserma di San Rocco, scambiava qualche parola con i bimbi, donava un sigaro a un contadino e ogni giorno, alla medesima ora, ritornava in caserma. La sua pareva un’innocente passeggiata, in parte lungo la sponda del fiume locale, quasi un tentativo di avere, sia pur per poco tempo, un sogno di normalità nell’atroce tedio della guerra. Ma era imprudente, perché la zona pullulava di partigiani e accadde così che, un giorno, alla caserma ritornò solo il cavallo e di lui non si seppe più niente, tranne poche parole mormorate a voce bassa dalla popolazione locale che raccontava di come, catturato da patrioti, o da sbandati, fosse stato ucciso su un isolotto del corso d’acqua e di come il suo corpo fosse rimasto a lungo nascosto nella bassa boscaglia, fino a quando una piena del fiume l’aveva portato via, lasciando solo un lembo di stoffa bianca impigliato in un ramo. Quel lembo di stoffa bianca mi è rimasto impresso nella memoria come quel nome: Marburg.

foto 5Altro luogo sulla strada dal nome evocativo: Münchhausen. Da qui nacquero “Le avventure del barone di Münchhausen”, un libro famoso e tanti film. La storia dice che “Münchhausen era uno dei paggi di Antonio Ulrico II, duca di Brunswick-Lüneburg, che si trasferì col suo padrone in Russia. Era di stanza a Riga, ma partecipò a due campagne contro l’Impero ottomano nel 1740 e 1741. Dopo il pensionamento, visse con la moglie nella sua tenuta in Bodenwerder fino a che lei morì nel 1790. Qui acquistò una grande reputazione per i suoi racconti divertenti ed esagerati; allo stesso tempo divenne un rispettato uomo d’affari. Morì nel 1797.” Proprio a questo personaggio, realmente esistito, si è ispirato Rudolf Erich Raspe per il protagonista del romanzo “Le avventure del barone di Münchhausen”. Il vero Barone era, infatti, divenuto famoso per i suoi inverosimili racconti: tra questi, un viaggio sulla luna, un viaggio a cavallo di una palla di cannone, ed il suo uscire incolume dalle sabbie mobili tirandosi fuori per i propri capelli.

Oltre ad aver visto il film e letto il libro, lo ricordo con piacere per le serate passate con gli amici a giocare ad un vecchio gioco di ruolo. I giocatori impersonavano narratori che si raccontavano reciprocamente delle storie. Uno dei giocatori si rivolge all’altro dicendo, per esempio: “Così, barone, raccontateci la storia di quella volta che avete salvato la città di Roma da un’invasione di formiche usando solo una forcina”, oppure “Raccontateci di quella volta che con il semplice ausilio di due frati e una forma di parmigiano raddrizzaste la Torre di Pisa”. Chi accetta la sfida inizia cercando di raccontare la sua storia e gli altri possono interromperlo e mettere in dubbio la veridicità di quanto viene raccontato. Allo stesso modo ho provato con Piero a passare le lunghe ore di trasferta alla guida, provando a rifarlo a modo nostro: “Così Maestro, raccontateci la storia di quella volta che faceste il “monte Resegone” e poi di fila la “50 km dell’Adda…”.

Clicca qui per le foto (di Paolo Gino)

 

 

 

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