Partire la mattina al buio e tornare la sera! Da buio a buio! Fin qui tutto sembrerebbe filare liscio, è una mia scelta, purtroppo non condivisa dalla mia Signora. La sveglia è a notte fonda, tramite cellulare, che non deve suonare ma solo vibrare! Non posso correre il rischio di appoggiarlo al cuscino o sotto di esso. Può sfuggirmi, andare dalla sua parte del letto e quindi svegliarla. Risultato: va sempre a finire che dormo e non dormo, arrivando quasi sempre a spengere la suoneria prima che questa suoni. Mi alzo, quindi, con la massima cautela; il borsone ed il vestiario, che di lì e qualche ora si tramuterà in sudario, sono già sulla panca dinanzi al bagno. Mi chiudo dentro e, mannaggia, anche questa volta ho dimenticato di oliare le cerniere della porta. La sento strofinarsi nel letto, lei si rigira, sembra che si sia riappisolata. Dopo “l’untura” su tutti i punti sensibili con vasellina, sistemo le funzioni fisiologiche e tiro lo sciacquone, non prima di aver coperto la tazza con i quattro accappatoi, per eliminare il rumore dello scroscio, e finalmente mi vesto con la tenuta sportiva d’ordinanza.
Terminata l’opera, vado in cucina a farmi “lo accuccio”. Trattasi di una mia invenzione per l’austerity. Riscaldo una tazza con acqua e qualche goccia di limone nel micro-onde, fino alla quasi ebollizione. Prima che il timer automatico suoni, creando seri problemi, la tolgo e faccio colazione con pane e marmellata. E’ l’ora della partenza, tutto è filato liscio, torno in camera, mi avvicino a lei per un bacio sulla guancia appena sfiorata, chiudo la porta di casa e, nel buio della notte, mi avvio verso l’auto.
I compagni di viaggio mi aspettano al solito posto. L’avventura è cominciata, un’altra pagina di storia da scrivere. Sono in anticipo, meglio, mi frugo in tasca per prendere le chiavi ma, porcaccia miseria, l’ho lasciate sulla panca! E chi ce l’ha il coraggio di suonare! Dopo varie riflessioni su come entrare di straforo in casa, mi viene l’idea geniale. I miei suoceri, che abitano a 500 m, tengono in giardino, in un posto segreto, le nostre chiavi di riserva. Dopo molti tentativi, a tentoni dato il buio, le trovo. Di corsa torno a casa, finalmente apro, prendo le chiavi dell’auto e con il massimo silenzio richiudo il portone. Sfortunatamente, non mi accorgo che “Minù”, il gatto di casa, si era infilato fra le mie gambe e la porta socchiusa, dirigendosi verso la strada. Fortunatamente, il buio fuori lo frena un attimo, appena il tempo di acchiapparlo a volo e rimetterlo dentro. Meglio così, se il gatto fosse sparito nel buio, io ero fregato e se fossi partito senza averlo ritrovato, chi me lo avrebbe più dato il coraggio di tornare! Altro pericolo scampato.
Appuntamento con gli altri rispettato al secondo, si parte davvero! Del resto della giornata non parlo in quanto è sempre una nuova avventura con situazioni ed emozioni sempre diverse. Per un giorno “torno ragazzo” e nel contempo torno sempre acciaccato.
Generalmente, il ritorno a casa è per l’ora di cena, a tavola ci sono suoceri, fidanzati dei figli, ecc. Entrando con la borsa appesantita, a volte oltre misura, dal pacco gara e poche volte con qualche premio di categoria, mi aspetterei se non un applauso per la riuscita della nuova impresa, magari un gesto, una mano allungata per alleviare il peso che tengo nelle mani. A volte, la luce sulle scale non è stata neppure accesa al suono del campanello, facendomi brancolare nel buio, fino al piano. A volte ho le gambe da “burattino”, dopo 5 o 6 ore di guida post maratona.
“La cena è pronta, vieni subito a tavola, è questa l’ora di tornare?”. Vorrei urlare che devo fare la doccia, che il sudore accumulato si è cristallizzato e che devo fare pipì, ma rimango in silenzio. Solo il tempo di spruzzarmi a più non posso acqua di colonia e subito a tavola, con lo sventolio delle mani che altera i sapori delle pietanze con quel mix di acre e lavanda propagatosi nell’aria. La medaglia, magari quella di Roma che ho al collo, trofeo dell’impresa, passa completamente inosservata. Il campionato di calcio, risultati e filmati, la fa da padrone. Mi sento un corpo estraneo. Mi viene servita una grande quantità di prelibatezze che, volente o dolente, devo mangiare. Mancherei di rispetto a chi si è adoperata tutto il giorno, di sabato e magari di domenica, a preparare tali delizie.
Vorrei andare in bagno, poi a letto, vorrei, vorrei, ma non posso! E che dire, poi, del fatto che non posso lamentarmi! Non posso dire: “Ahi!“. La risposta alla mia supplica è sempre la stessa: “Te l’ha ordinato il dottore? Quindi non ti lamentare!”. Per non sentire sempre queste parole, allora, all’insorgere di un dolore muscolare o generalizzato, dico: “Yah!”. In questo modo, con tale trovata, evito la replica. Ma vi sembra giusta una cosa del genere?
Finita la cena, finalmente, tutti a casa. Vedo il miraggio della doccia calda dissolversi, quando mi sento dire, con occhio furbo: “Andiamo a nanna?”. Capisco l’antifona, ho un sonno dannato, in più i cristalli liquidi da tutte le parti del corpo. Come fare? Mi ricordo che proprio alla maratona di Roma, dopo l’arrivo, uscito dall’imbuto del ritiro borse, mi ero seduto su una panchina, proprio sotto la statua di Giulio Cesare. Un vento gelido mi metteva i brividi mentre cominciavo a spogliarmi degli indumenti fradici dal sudore, per il sospirato ricambio. Un piccolo asciugamano copriva le mie “miserie”, mentre mi sfilavo lo slip. Due signore impellicciate, sedute vicino, notarono il mio gesto e una dette una gomitata all’altra. Notai tale mossa e rivolgendomi a loro dissi che era inutile fare “l’occhio vispo”, tanto in quel momento c’era poco da vedere. Anzi, un dubbio mi venne quando, alzando l’asciugamano, non lo vedevo più. “Eppure c’era, eppure c’era!”. Si alzarono deluse, lasciandomi finalmente più libero ed a mio agio nella ricerca.
La situazione, arrivato a casa la domenica sera, era la stessa. Cosa fare per saltare l’ostacolo? “Facciamo prima un ramino?”. Il ramino è il miglior sonnifero per la mia Signora e questo estremo sacrificio, dopo naturalmente aver sacrificato il mio estro ed aver perso, provoca l’effetto sonno e, sbadigliando, mi dice: “Vai a fare la doccia, ti aspetto a letto!”. “Aspetta pure mascherina!”, penso. Dopo un’ora abbondante, esco fuori dal bagno, dove l’umido dell’acqua a bollore o quasi aveva fatto lacrimare tutte le mattonelle di ceramica alla parete. Sembrava di essere in val Padana di Novembre. Entro pianissimo nel letto, tutto tace, Morfeo l’ha già rapita ed io, finalmente, posso pensare ad addormentarmi, contando non le pecorelle, come di solito viene fatto, ma i maratoneti che a uno a uno mi avevano superato in corsa, e sussurravo: “Ahi, ahi”, ogni tanto, ma a bassa voce, però: “Aver la mia Signora NON MARATONETA, è stato il dono più grande che mi potesse capitare. Se, causa interessi diversi, facciamo insieme qualche piccolo sacrificio, lo facciamo volentieri. Naufragar m’è dolce in questo mar!”.




