Tutti questi processi metabolici ho cominciato ad attivarli nel novembre di trent’anni fa, quando le Divisioni dell’Ospedale in cui lavoravo osarono sfidarsi in un torneo di calcio. Fino al liceo avevo giocato ogni giorno al pallone, all’università raramente, un po’ perché gli amici si disperdono per altre strade, un po’ perché gli studi di Medicina richiedono, è vero, poca intelligenza, ma molto tempo da passare su voluminosi trattati (per essere un buon medico, però, sono indispensabili non comuni capacità di sintesi) ed un po’ perché, facendo il pendolare, passavo molte ore sui treni (come si vede, viaggiare è un mio vizio antico!). Laureato, m’illudevo di trovare spazio per lo sport: capii molto presto che non avevo raggiunto un bel niente e, tra ospedale, specializzazione, corsi di aggiornamento ed ambulatorio privato, tempo da dedicare ad attività fisiche non ne rimaneva. Dopo 5 anni dalla laurea, mi ritrovavo con le gambe ipotrofiche ed il fiato corto e, non permettendomi gli impegni di allenarmi con gli altri colleghi, pensai di darmi un minimo di tono muscolare e di rendere beanti gli alveoli polmonari facendo corse solitarie. Conclusosi il torneo di calcio con il mio Reparto di Ortopedia all’ultimo posto (per completezza, devo dire che a fine campionato venni selezionato come mediano d’attacco in una partita contro una rappresentativa di un Ospedale di una città vicina), la corsa rimase “nostris affixa medullis” (impressa nel mio cuore).
La domenica, lontano dalla città, solitario percorrevo una strada fiancheggiata da pini che dopo 6 Km. portava alla collina di Canne della Battaglia, dalla cui sommità Annibale, scorgendo il console plebeo P. Terenzio Varrone, cui quel giorno toccava il comando, pronto ad accettar battaglia, aveva esclamato: “ C’è cascato il figlio del mugnaio!”, e ringraziò gli dei che tutto si andava predisponendo nelle migliori condizioni per il suo piano. In quella torrida giornata d’agosto del 216 A.C., non ci fu scampo per migliaia di soldati caduti nella trappola del cartaginese, e non passò giorno senza che i Romani non maledicessero quella tremenda disfatta, reclamando con rabbia la rivincita, che si presero in una fredda giornata autunnale di quattordici anni dopo a Zama. Giunto in cima, abbracciavo con lo sguardo tutta la pianura sottostante, sulla quale aleggiava il solenne respiro della grande Storia: percepivo l’incrociare delle spade, le urla, i lamenti ed i pianti, mentre l’Aufidus, unico testimone sopravvissuto, continuava a scorrere lento verso il mare.
Qui me ne andavo a ritemprare la mente ed il corpo dopo una settimana di lavoro stressante. Lungo il ciglio della strada ho visto i fiori sbocciare e poi appassire. In autunno il contadino spaccava l’arida zolla e seminava il grano, in inverno i terreni si trasformavano in immensi tappeti verdi ed in estate si coloravano di giallo che, ai raggi infuocati del sole, risplendevano più dell’oro abbacinando gli occhi, mentre in lontananza le trebbiatrici lavoravano senza sosta al ritmo del loro stridulo suono. A fine settembre la vendemmia era già in atto, annunciata dal dolciastro sapore del mosto che cominciava a sgorgare dall’uva ammassata nei tini. Una leggera foschia a novembre rendeva triste l’animo, ma a tirarlo su provvedeva la brucatura a mano della “coratina” che riempiva l’aria con il suo intenso profumo. Seguiva la potatura, e le narici venivano stimolate dall’acre odore delle frasche d’ulivo bruciate ancora verdi. Spettacolare era la vista sempre cangiante del Tavoliere dall’alto della collina. D’estate l’Ofanto scorreva mite e docile come un agnello, d’inverno si precipitava verso l’Adriatico come un toro infuriato. Distinguevo chiaramente il luogo (vi sorge una masseria) dove l’altro console, il patrizio Lucio Paolo Emilio, si lanciò nella battaglia per lasciarsi uccidere in combattimento; se fosse sopravvissuto, avrebbe dovuto riferire al Senato dell’indecorosa condotta dell’altro console, e di un console romano si poteva parlare solo bene! La pianura, infine, si perdeva nel Golfo di Manfredonia, a sua volta delimitato dal Gargano.
Credo d’essere stato il primo dalle mie parti a correre per strade di campagna per il solo piacere di correre, quando quei pochi che lo facevano se ne andavano ad ansimare in pista con il cronometro in mano.
Qualche anno dopo conobbi l’esistenza dei criterium regionali, e la domenica non andai più a Canne della Battaglia. Diventarono i centri storici di piccole città, che altrimenti non avrei conosciuto, i luoghi del mio interesse. Noci, Cisternino, Locorotondo, Conversano ecc.. mi hanno deliziato con le loro stradine strette e tortuose invase dai profumi del ragù proveniente dalle case, al cui uscio era all’opera la vecchierella che con abili mani dava forma agli “strascinati”, seduta al tavoliere.
La grande aspirazione era la maratona, che ai miei occhi di allora appariva mitica, massacrante, riservata a pochi, si diceva, ed appunto per questo per me stimolante. Venne all’improvviso, inaspettata, per caso, ma grandiosa ed eccitante, resa popolare dalle due vittorie consecutive di Pizzolato. Il mese di ottobre del 1986 stava finendo, e ci fu una rinuncia di un accompagnatore che doveva partire per la maratona di New York. Mi fu promesso che, se lo avessi sostituito, un pettorale per me si sarebbe comunque trovato: non ci pensai un attimo, sebbene avessi nella gambe i 10 Km. settimanali! Il giorno prima di partire percorsi 25 Km., che lasciarono il segno sul mio polpaccio destro non abituato a simili distanze, per cui, giunto nella Grande Mela, non potetti allenarmi al Central Park con i miei compagni di viaggio. Con queste premesse ed in queste disastrose condizioni, il 2/11/1986, feci il mio esordio alla maratona più famosa del mondo. Sul pettorale non c’era scritto il mio nome, ma quello di un certo Vizzini con il suo tempo: 2h24’! Inesperto e frastornato in quella massa di atleti, non mi ritrovai fra i top runners, com’era mio diritto, ma nelle ultime file, che più mi competevano, ove tutti mi guardavano come un extraterrestre, intimidendomi ancor di più. Aspettavo con ansia il colpo di cannone che mi avrebbe salvato da quella incresciosa situazione: in movimento sarei stato uno dei tanti corridori senza gli occhi di tutti addosso. Quando il cielo venne squarciato da quel tuono liberatorio, puntai lo sguardo su una ragazza carina e snella e le rimasi attaccato per molti chilometri ad un’andatura proibitiva per me. Zigzagando, superavo concorrenti a non finire. Mi sembrava di nuotare in una marea immensa, e ad ogni bracciata ne mettevo dietro a dozzine. La folle corsa durò 25 Km., che percorsi in un tempo che non avrei mai più ripetuto in vita mia, poi, anche perché bloccato psicologicamente dal fatto che non avevo mai corso una distanza superiore, entrai in crisi e cominciai a perdere terreno dall’inglesina, che senza nemmeno salutare se ne andò. Soffrii le pene della passione nella seconda parte della maratona, e tutti quelli che avevo messo alle spalle, ora si prendevano la rivincita superandomi ad ondate oceaniche. Fui assalito dal panico che potessi diventare ultimo, e frequentemente mi giravo indietro nella sciagurata ipotesi che comparissero le autoambulanze: Ultimo! Un Italiano! Che figura! La stanchezza ed i pessimi ristori contribuirono a farmi perdere l’appetito, né riuscivo a bere quell’acqua ghiacciata in una giornata fredda e piovosa. E mi voltavo continuamente indietro…Il leggero dislivello degli ultimi chilometri fu più duro del Monte Calvario, ma ormai tutto era consumato, e chiusi il mio calvario in 4h21’. Recuperate le forze, nel rientrare in albergo, vidi che una moltitudine di concorrenti era ancora in gara, e solo allora risi della mia paura di rimanere ultimo. In fondo, non mi ero comportato proprio male in quella mia prima maratona affrontata con coraggio garibaldino: 13.000 mi avevano preceduto, ma ben 7.000 ne avevo messo alla spalle! Per la prima volta fui tentato d’essere orgoglioso di me stesso, poi mi resi conto che avevo fatto semplicemente il mio dovere di portarla a termine. Il mio nome non compare nella classifica ufficiale di quell’edizione, e non ne faccio un problema (la stessa medaglia la regalai al nipotino), ma i 42 Km. li ho corsi fino all’ultimo metro ed a buon diritto compare in prima posizione nell’elenco che ho consegnato a Sergio Tampieri. E’ da depennare?
Continuai con le uscite settimanali. Nel 1994 mi venne la nostalgia di New York e vi tornai: il 30 ottobre corsi la maratona di Acquaviva delle Fonti (BA) ed il 6 novembre la 25^ Edizione della Grande Mela. Tutti mi dettero del pazzo per averne portato a termine due con un intervallo di sette giorni, ma si sbagliavano perché erano semplicemente i sintomi prodromici di una patologia che sarebbe scoppiata in forma eclatante qualche anno dopo. Non ho nessuna intenzione di tediarvi con il racconto dei 305 capitoli di questa malattia, mi preme soltanto esporre la conclusione finale: sono orgoglioso di far parte del Club dei Supermaratoneti, cioè di persone normali che hanno in comune la passione di macinare chilometri, senza creare problemi a nessuno. Anche Fabio Marri, con un bel po’ di ritardo, sembra essersi convertito, avendo tessuto il panegirico (per un pugno di dollari?) alla maxiclassifica su una delle odiatissime riviste patinate (fa la pace con i nemici e dichiara guerra (o gliela dichiarano? Il clima di “omertà” impedisce di capire, ed il sito diventa, a seconda delle convenienze, community o azienda) agli amici. Nulla da eccepire sulla sostanza dell’articolo (evviva la maxiclassifica, abbasso i supermaratoneti! E’ contemporaneamente una Maddalena peccatrice ed un Gesù che si autoassolve!). Per quanto riguarda la forma, pur nel rispetto dei gusti, sarebbe stata più adeguata l’ispirazione ad un poeta epico, non a Guido Gozzano, tisico nel corpo e crepuscolare nell’anima. Ma ad uno che sa usare la penna come Maradona trattava il pallone, tutto si può perdonare! Lo leggerò! Sempre!
Ed eccomi giunto a 60 anni, ovvero all’inizio della seconda metà dell’ultramaratona della mia terrena esistenza, in cui non mi passa nella testa neppure per un attimo il pensiero di remare più adagio, perché ci sono tutte le premesse per vivere ancor più intensamente. Questa è un’età nella quale gli affetti familiari si sono ben delineati, l’attività professionale ha raggiunto il compimento e la posizione economica è divenuta stabile e sicura. Per raggiungere questi obiettivi sono stato costretto, obtorto collo, a fare tutto quello che gli altri hanno voluto che facessi: mettere in pratica le raccomandazioni dei genitori, studiare inutili materie con noiosi professori, nella libera professione barcamenarmi fra idee personali ed esigenze del mercato e nella struttura pubblica adeguarmi a situazioni discutibili per quieto vivere. Solo nei ritagli di tempo ho fatto ciò che mi piaceva. La situazione adesso è capovolta, ed è giunto il momento di cogliere quanto seminato nei primi 60 anni. Tutto dipende ora esclusivamente da me, e non avrei scuse se non fossi in grado di passare dalla cassa per l’incasso.
Per prima cosa non voglio che mi si diano gli auguri, né tanto meno ci si aspetti che io festeggi la vita che se ne va: che senso ha! Non sarò un buon affare per chirurghi estetici, perché non ho nessuna intenzione di esorcizzare la fuga del tempo con il loro aiuto. L’unica exeresi la farò ai capelli, rapandoli a zero per nascondere la canizie. E’ un look di moda nel quale mi trovo a mio agio: mi sento più pulito, più maschio, più aerodinamico. Ho in odio risvolti, lacche, tinture e parrucche! Desidero che la mia faccia sia un atto di verità, e le rughe essere non decorazioni di una vita eroica passata, ma fresche cicatrici di un guerriero ancora in battaglia.
Certo che farò il lifting, ma alle idee. Non mi volgerò mai indietro per rimpiangere o per compiacermi. Si è soliti, a questa età, tirare le somme, passare in rassegna i momenti piacevoli, vivere di ricordi, che appaiono più luminosi per avere la polvere del tempo ricopertone le ombre. Non voglio vivere di rimembranze e dei suoi toni nostalgici. Toccare le corde del passato, dicono, stimoli la poesia, ma io non ho alcun interesse d’ispirarmi alla malinconia del tempo che fu: è una poesia decadente e dall’olezzo sepolcrale. Punterò, invece, lo sguardo in avanti a sognare nuovi traguardi. Per ancora 60 anni sarò attore e non narratore della mia vicenda umana. E’ la poesia vivida che zampilla da avventure future che mi eccita, non quella che fluisce lenta e compassionevole dal passato, o peggio quella angosciosa della finitudine.
Insomma, giunto all’apice della parabola della mia vita, voglio cavalcarla al massimo, godermela giorno per giorno in modo giudiziosamente spericolato. Chiederò ispirazione a Bacco, Tabacco, Venere e Minerva. Questa seconda parte della mia esistenza voglio condurla con spirito dionisiaco, e non apollineo come ho vissuto la prima. La nostra civiltà è fatta alla rovescia: nei primi 60 anni dovrebbe essere libera, entusiastica, esaltante ed inebriante; negli ultimi 60 anni dovrebbe essere serena, composta, scandita da regole, impegnata nel lavoro e nella scuola. Mi slegherò dai lacci delle convenzioni, e mi riprenderò la rivincita.
La mia passione di podista amatoriale risentirà degli stessi influssi che governeranno le mie scelte esistenziali. Considererò una perdita di tempo il ripassare nella mente le corse già fatte, e fantasticherò di realizzare la Nove Colli, la Spartathlon ecc.. Nelle singole gare avrò lo sguardo sempre proteso in avanti per superare chi mi è davanti, non lo volgerò mai indietro nel timore d’essere raggiunto. Partirò sempre in coda ad andatura lenta, perché trovo noioso il riscaldamento pre-gara che costringe ad andare avanti ed indietro senza una meta, permettendomi tale tecnica di superare e non essere superato. Prendere verso il 30-35 Km. decine di atleti sfiniti e cadenti, mentre tu appari fresco come una rosa, è l’unico piacere riservato a chi bazzica in fondo al gruppo, per cui cari Mario Liccardi, Gianfranco Toschi, Adriano Boldrin, Giuseppe Tundo, Massimiliano Morelli et alii, io ho fatto il mio dovere di avvisarvi! Per coerenza, ammiro ancor di più chi, avendo saputo amministrare le forze meglio di me, mi sorpassa come un treno, ed è il caso del longilineo Fausto Della Piana e del folletto Alberto Fusari, che quando mi raggiungono mi vien voglia di batter loro le mani.
In realtà, nessuno di noi sa cosa ci riserva il futuro, neppure gli astri lo possono vaticinare, e quanto sopra detto rientra nel mondo delle aspirazioni, se non delle illazioni. Si spera in una lunga e dignitosa terza età, ma non dovrebbe essere molto diversa dalle altre che ci sono sfuggite in fretta. Stiamo alle cose: fino a 60 anni è quasi un diritto godere di ottima salute; tutto quello che la vita ci riserva dopo è da considerare come un dono elargitoci. Ma questo non ci proibisce di farci passare per la testa molte idee, per riuscire effettivamente a portarne in porto solo qualcuna. Se l’ideazione è povera, le realizzazioni sono a rischio, e può darsi che vengano sopravanzate dal numero dei guai, che non mancano mai. In tal senso è importante avere un bilancio in attivo.
Comunque vada, non considererò mai la vita conclusa. M’inventerò qualcosa di nuovo per poter vedere sempre avanti. Farò sport sul serio, ma senza prendermi sul serio: il limite invalicabile dei 120 anni lo si raggiunge vivendo goliardicamente. Una cosa è ben fissa nella mia mente: non mi volgerò mai indietro a bearmi del percorso fatto; se lo farò, allora starò veramente invecchiando!
Dopo i 120 anni, si vedrà. Ci si augura di non morire del tutto.


