Tra i parametri del confronto, si evitava ogni riferimento al “Nordest” che stava tenendo su l’Italia; né credo ci fosse lo sport, perché nel calcio il Modena di allora (peraltro presieduto da un vicentino, che perlomeno l’aveva salvato dal fallimento) veleggiava tra la C 1 e la C 2, mentre il Lanerossi Vicenza di Paolo Rossi era arrivato a un soffio dallo scudetto. E quanto al podismo, era meglio per i pepponi modenesi non parlarne allora, e forse non lo sarebbe neppure adesso: perlomeno relativamente al trail, nel quale a Vicenza in questo 2014 sono riusciti a chiudere le iscrizioni dopo il raggiungimento di 1000 partecipanti nell’individuale (oltre agli staffettisti), mentre dalle nostre parti, nell’unico trail paragonabile all’Ultrabericus – ammesso che si faccia ancora – sarà un successo se andranno in duecentoventidue…
Invece nella Vicenza soccombente a parere di Peppone non c’è solo l’Ultrabericus, ma per esempio gli altri due ultratrail (il “Cento e lode” di Villaverla e la “Trans d’Havet” di Valdagno) che offriranno anche una classifica unificata per somma di tempi. Vabbè, non hanno una maratona: ma noi modenesi, l’abbiamo o sfruttiamo solo il passaggio della maratona di Carpi?
Forse il vento del podismo in generale sta andando in direzione dei trail, e i reduci dalle corse su strada (tra cui il sottoscritto) faranno bene a rendersi conto che il podismo su strada è sempre più un affare da pensionati fiappi: guardate i numeri della maratona di Ferrara svoltasi il giorno dopo l’Ultrabericus, una classica in cui però troverete solo 600 arrivati, e scorrete le ultime pagine della classifica per trovare che tipo di ‘atleti’ ci vanno, e per quale tipo di prestazioni (alcune delle quali oltretutto ottenute grazie a compiacenti partenze anticipate).
Atleti in età da pensione erano pure a Vicenza, però partiti tutti all’ora giusta (imposta dal rilevamento chip all’ingresso nella gabbia) e controllati in tre passaggi intermedi.
L’idea di andare a Vicenza mi era venuta leggendo l’anno scorso il resoconto di Micio Cenci, un ragazzo genuino che apprezza le cose buone: aveva scritto “è tra le prime due gare meglio organizzate della mia piccola carriera, ma ci sono stati dei piccoli particolari che forse la fanno più essere la prima”; “punto di partenza e arrivo stupendo (Vicenza in piazza dei Signori), bellissimo il fiume di atleti che PARTIVANO TUTTI ASSIEME in maniera corretta e leale”. “Il percorso segnato in maniera maniacale … se qualcuno si fosse perso dovevamo regalargli un cane da guida per ciechi, ristori ben forniti, e quello posizionato al cambio staffetta da giù di testa … dove l’hanno trovata tutta quella roba da mangiare !!! tutto di tutto ,dalle noccioline alla minestra calda, affettati e formaggi, dal tè alla birra, e in mezzo tutto di tutto, il tutto sempre servito con il sorriso e gentilezza. Nei dopo gara, spesso ci si lamenta delle docce fredde o scarse, qui hanno dato il massimo, l’intero impianto delle piscine di Vicenza a disposizione, spogliatoi ampi e caldi, docce perfette e per chi voleva un tuffo in piscina, rigorosamente solo per questa giornata a disposizione dei soli pazzi trailer”. “Volevo dargli un 10 e lode, ma visto che se lascio il 10 migliorare è quasi impossibile, do un 9,9 tanto per non farli sedere sugli allori”.
Di tutto questo, l’unica cosa che non ha funzionato sono state le docce: stavolta fredde, sia nello spogliatoio apposito sia nell’adiacente piscina (che perlomeno aveva l’acqua bella calda). Il bagnino mi ha chiesto: “hai fatto la doccia? – Siiii, gli ho risposto, di là dai podisti – Ah, allora va bene”. In realtà, “dai podisti” mi ero solo sciacquato i piedi per l’impossibilità di fare altro senza rischiare guai polmonari; il resto, me l’ha lavato via l’acqua della piscina, dove alle nove e mezzo di sera eravamo in non più di 3 o 4.
Diamo dunque solo nove, perché l’anno prossimo alzino un po’ il volume del boiler; e se poi riusciranno a darci lo sconto sulle esose tariffe dei parcheggi circostanti, scatterà anche la lode.
Curiosa la formula dell’anello dei Berici, nelle pubblicazioni degli organizzatori dato tra i 65 e i 66 km con 2500 metri di dislivello (il Gps mi si è spento dopo 8 ore e mezzo e 53 km, giusto a 2000 metri già saliti e discesi): negli anni pari (come questo) si fa in senso orario, nei dispari in senso antiorario, tenendo il santuario di Monte Berico come passaggio obbligato nei primi e ultimi 3 km circa. La piantina pubblicata sul sito non indicava la direzione (che invece si poteva desumere dalle tre distinte tabelle messe in un link); l’altimetria invece andava più o meno bene in entrambe le direzioni, con le tre salite più grosse fra il 15 e il 45 (fino a un massimo di 400 metri verticali a botta), e per il resto uno stillicidio di ascensioni e relative discese di un centinaio di metri l’una, con la scalinata finale venendo giù dal santuario, poi un chilometro o poco più di strade verso il centro fino al traguardo finale preceduto da una maligna schiena d’asino di ponte: quella che mi è servita per sorpassare il mio antagonista, ormai … in fin di vita. Ho cercato di non pensare alle vesciche (una devastante sotto il tallone) arrivatemi a partire da metà corsa, e alle tante botte prese, nel tratto notturno, con gli alluci contro i sassi delle carraie. Sono problemi miei adesso, ma per fortuna bilanciati dalle tante cose belle, che già aveva visto Micio, e anche da quelle che non ha visto dato che aveva corso solo la prima frazione (cioè la mia ultima parte). Aggiungo che Italo ha seguito la corsa per via telematica, e ha provato a teleguidarmi indicandomi i vari intertempi miei e di colleghi; mentre Graziano, prodigiosamente in tre punti diversi del percorso, mi aggiornava coi suoi rilevamenti a vista.
La cosa più bella credo fosse il paesino di Calto in comune di Pozzolo, verso il km 40, un posticino ricco di acque canalizzate e con le case rimesse benissimo a posto; ma anche certe discese sui prati, tra il profumo inebriante dell’aglio selvatico; o i passaggi sotto rocce quasi dolomitiche, o certe chiesette che apparivano all’improvviso tra i monti, o l’ingresso in parchi privati aperti per l’occasione (come l’ultimo, sotto il santuario), sono cose che solo dei tracciatori in gamba possono scovare. Ristori davvero degni dell’Ultratrail del Bianco (ma a prezzo molto più economico): e anche la minaccia di non fornire bicchieri è stata smentita da almeno 3 dei 5 punti di sosta. Meravigliosa anche la fontanella di Villaga, cui tutti ci siamo abbeverati incuranti del cartello “acqua non potabile”. Infinito il numero degli addetti al percorso, che in ogni caso – confermo Cenci – era talmente ben segnato da rendere gli sbandieratori soprattutto degli amici con cui scambiare dei saluti e delle battute. Perfetta poi la gestione del traffico nel rientro finale a Vicenza, che prevedeva l’attraversamento di vie di grande comunicazione. Aggiungo quello cui Micio rinunciò: un pasta party finale in cui ho dovuto pregare gli addetti di riempirmi i piatti (primo, secondo, due contorni, acqua e birra) la metà di quello che davano d’abitudine.
Tra i partenti, tanti sportivi illustri (nel nostro mondo) e meno illustri: non è andata granché bene a due organizzatori di corse di prim’ordine, Paolo della maratona di Reggio e Armando dell’Abbots way (ritirati entrambi), mentre vorrei citare poche donne di mia conoscenza, in rappresentanza di un gentil sesso davvero agguerrito e soprattutto appassionato, non di prosciuttini ma di esperienze rigeneranti: la nostra Ermanna Boilini, che ha finito appena sopra le 11 ore e al termine aveva ancora tutta la lucidità e la sportività di fare i complimenti a chi l’aveva preceduta; le due cugine lombarde Sabrina e Sabina Tricarico, già viste alle Terre Verdiane e qui al traguardo sotto le 12 ore; e Adele Rasicci, ferrarese con gli occhi da gatta, che ce l’ha fatta tre minuti sotto il tempo massimo.
Come gioia non sportiva, ma del tutto personale, aggiungo che l’occasione è venuta buona per festeggiare i novant’anni del mio zio Enzo, solido ceppo di Rovereto Secchia (dieci fratelli, tutti vivi), scampato ai lager tedeschi dell’ultima guerra, e a Vicenza da più di mezzo secolo. Nemmeno i cartelloni esposti all’ex autodromo di Modena trenta e passa anni fa l’avevano convinto a rientrare dalle nostre parti.
Tratto da reggiocorre.it


