
8 febbraio, maratona e mezza maratona di Barletta, edizione dal numero non ufficialmente precisato: il sito
della società locale non è aggiornato e risulta alquanto lacunoso, confondendo dati di quest’anno con altri
dell’anno passato, e anche wikipedia mette sull’avviso: “La rilevanza enciclopedica di questa voce o sezione
sull’argomento sport è stata messa in dubbio- Motivo: competizione locale ripetuta una mezza dozzina di
volte nell’arco di 30 anni”, con dubbi sull’identificazione di questa maratona con quella vicina di Canne della
Battaglia.
Non so dunque se le due edizioni del 1995 e 1996 vinte da Michele Gallo si disputarono a Barletta o a
Canne; l’unica cosa documentata è che lo scorso 9 febbraio 2025 si fece una maratona con 373 arrivati (più
1134 nella mezza), vinta dal glorioso Alberico Di Cecco in 2.50. Mentre almeno dal 2014 si fa una mezza,
con denominazioni diverse (incluso il nume tutelare del luogo, Pietro Mennea, dal cui stadio risulta partita
la precedente edizione). Altre maratone si sono svolte nei paraggi, come la Federico II che transitava per
Barletta diretta a Trani (ricordo che si costeggiava il Duomo, dove entrai di passaggio per una rapida visita
in tenuta da corsa), o la maratona delle Cattedrali che da Barletta partì (20 dicembre 2015) per arrivate a
Giovinazzo; ma insomma, non c’è una vera continuità. E per fortuna che ci si è messo di mezzo il Club, e in
prima persona il suo quasi-plenipotenziario per il Sud, quel Massimo Faleo che ha dato una grossa mano a
tutta l’organizzazione (solo da lui ho avuto il regolamento della gara, introvabile online; pensare che Icron
mi ha mandato per email l’invito a ritirare il pettorale solo martedì 10 alle 15,10…).
Fatica ripagata solo in parte, dato che gli arrivati si sono ridotti a 260, mentre restano stabili quelli della
mezza (1128), cui si aggiungono i partecipanti alla 10 km non competitiva (a un prezzo decisamente
sovradimensionato, tra i 15 e i 20 euro; il che dalle mie bande avrebbe causato una marea di partecipanti a
ufo).
Partecipazione soprattutto locale (come già a Taranto due mesi fa), mentre i pochi delle nostre contrade
approfittano in maggioranza della “comodità” di un intercity che parte da Milano alle 7.05 e fermandosi in
tutti i capoluoghi di provincia porta fino a Lecce e Taranto, con arrivo a Barletta alle 16.19, in tempo per
andare nella sede degli organizzatori vicino alla stazione. Purtroppo ci si mettono gli antagonisti e i
disfattisti (nel senso che sanno solo disfare), per cui a Rimini ci informano che il treno è bloccato da “ince
ndio in prossimità della stazione di Pesaro” e “presenza nei pressi dei binari di persone non autorizzate”; e
ci va anche bene, visto che altri treni, frecce comprese, sono soppressi, con trasbordo obbligatorio sul
nostro IC(per esempio) del prestigioso Michele Marescalchi da Cento-Bologna, speaker designato della
maratona. Ma, per dirla alla Venditti, bomba su bomba siamo arrivati a Barletta, con 149 minuti di ritardo e
rifocillati dai “courtesy kit” delle FS. Piove che Mennea la manda, comunque Faleo ci assicura via whapp che
la distribuzione pettorali e pacchi gara è aperta fino alle 21, e ricevo il tutto dalle sue proprie mani (come si
scriveva un tempo sull’indirizzo delle buste un po’ riservate). Dopo di che si va a cena alle 8 nell’Osteria del
Duomo, ritrovandosi a sorpresa tra vecchi paisà, da Luca Gelati al “Pelatone” Ivano Ganzerli a Lorenzo
Gemma il “trombettiere” (copyright Govi), e facendo conoscenza con altri podisti che in pratica occupano
tutto il locale. E’ l’indotto delle maratone, per chi lo vuol capire.
Si va a dormire che piove ancora, l’organizzazione vigila e, come scopriremo il mattino seguente, la
partenza viene spostata di 300 metri rispetto al ritrovo (il fossato del grandioso Castello), finito sott’acqua e
destinato ai soli servizi (distribuzione ultimi pettorali e custodia borse), più gli arrivi quando si spera che, col
sole oggi stabilmente presente, la palude si sia un po’ asciugata.
La presenza di Marescalchi mi riporta alla mente quell’unica edizione della maratona Delta del Po
Comacchio-Casal Borsetti (15.6.1997), di cui era direttore tecnico e, accortosi di un primo km più lungo, si
precipitò in zona arrivo per accorciare riportando il percorso alla misura canonica. In effetti, il mio gps darà
alla fine meno di 100 metri di differenza, dunque va benissimo. Non so però se dipenda dalle variazioni in
extremis, o da altre lacune, l’assenza quasi totale di frecce indicative negli ultimi 4-5 km, oltre alla
mancanza su tutto il tracciato dei tabelloni con le indicazioni dei km (più volte colleghi in gara,
evidentemente sprovvisti di gps, mi chiederanno a che punto siamo).
Suggestivi i primi tre km lungo le strade del centro sfiorando le due grandi chiese romaniche e il “Colosso”,
poi si ripassa in zona partenza per prendere decisamente la direzione nord, verso Margherita di Savoia,
prima sul mare (un paio di segnali indicano la via Francigena marittima ovvero Cammino di Puglia; forse ci
passammo durante la Federico II), poi in un entroterra incolto e squallido (ma una volta la Puglia non era il
granaio d’Italia?), dove il paesaggio è segnato da una linea continua di piloni di cemento che forse una volta
sorreggevano i fili dell’alta tensione, e i resti di qualche masseria o simil-trullo, abbandonati da decenni.
È tempo di lasciar andare il compatriota e collega in Club Werther Torricelli, classe 1956, alla sua 161^
maratona o ultra (compresi 4 Passatore e 2 Cento di Asolo) con cui ho passato la prima mezzoretta
parlando come sempre di vini (è un raffinato enologo): lo ritroverò per un “cinque” al km 34 per me, 37 per
lui, e in classifica finale con un discreto 4.48:32 (sesto M 70 della competizione); dopo di che seguirà il mio
consiglio andando a cena al “Duomo” con sua piena soddisfazione.
Approssimandosi al primo controllo chip del km 12.5, un’auto diffonde dagli altoparlanti a tutto volume una
canzone che mi sembra in arabo-ispano-pugliese, ma non c’è nessuno nei pressi per ricevere eventuali
delucidazioni (non sono comunque gli Alma Megretta dei “Figli di Annibale”; e dei vari Mahmoud o Ghali
non ho competenze).
Al km 15 si torna sul mare puntando verso Barletta (la stessa via Salinelle dell’andata, dove incrociamo i
ritardatari); alle mie spalle una ragazza sospira “’un ce ’a facce”, e si confida con l’amica: oggi doveva essere
il mio lunghissimo, 33 km prima della maratona, che però non farò – Quale maratona? – Quella di Bologna.
– “Se può consolarti – le dico -, quest’anno sarà la prima volta dal 1991 che salterò la maratona di Bologna,
mi sono rotto di questa città che vuole i maratoneti fuori dalle ** e ci dirotta sull’autostrada, alle carceri e
allo stradone di Castelmaggiore”.
Segue un bel passaggio in una zona verde che dà sulla spiaggia (mi colpisce il locale dal nome Maadhoo,
chissà se è l’esclamazione “Madonna” in pugliese?), poi rientriamo al 19.5 in centro, con la
circumnavigazione del castello e finalmente il bivio che separa noi maratoneti dagli altri che vanno al
traguardo. Opportunamente, una schiera di rilevatori umani prende giù i numeri di chi prosegue, e la cosa
verrà utile al tempo dell’ufficializzazione delle classifiche per togliere 3 o 4 furbetti del maratonino.
Siamo dirottati verso sud, viale Regina Elena e poi zona industriale direzione Trani, sul mare fino al km 23
poi in un poco poetico entroterra (oltretutto, con salite, e un secondo controllo-chip) fin quasi al 28 dove si
ritrova il lungomare dell’andata.
Al 30 riprendiamo i vialoni e poi lo stradello del primo giro, fino a uno dei pochi chilometri segnalati (il 35,
col suo chiodo piantato nell’asfalto) e al terzo controllo, che è lo stesso del primo. Il Gps segna il 35,8,
stavolta il chip suona (a differenza che nel primo passaggio): poi, dove si va? Imbocco la stessa
perpendicolare a sinistra del giro precedente, ma vedo che non c’è nessuno, e allora faccio caso a un
semicerchio disegnato sull’asfalto, con una freccia che sembra indicare l’inversione a U. Faccio un urlo a
quello che sembra l’unico addetto in loco, ma costui continua a guardare in direzione opposta, e allora mi
decido autonomamente all’avant-indree, come poi vedo fanno anche gli altri.
Da mo’ mi hanno passato i palloncini delle 5 ore (due pacer e nessuno al seguito), dietro me stanno quelli
delle 5.30 (idem, due con zero), e presto andiamo a incrociare la maggioranza dei consoci, più o meno nella
zona dei pacemaker delle 6 ore finali. Li precede il “Pelatone” Ivano Ganzerli che finirà in 5.45, e li guida con
puntualità rigorosa la donna dei Guinness Angela Gargano, con Bellòmini, Dileo, Zoli. Tenta una sortita Luca
Gelati, che però sarà riassorbito e anzi finirà un po’ dietro il gruppo in 6.01, precedendo appena Gemma.
Un po’ dietro è Leonardo Manferdini, destinato a un 6.12, poi Vito Carignani (primo e unico M80).
Di nuovo sul lungomare Mennea dei primi km (dove i vigili decidono di mandarci contromano), incrocio la
neoconsigliera Barbara Cosma e meno di un km dopo il re dei record, Vito Piero Ancora (1750 maratone
certificate). Chiude il gruppo, con tanto di moto della Polstrada, un personaggio addobbato alla Mastrolia
dei tempi d’oro, Aldo Gallo (chissà se parente di quel Michele Gallo che nel 1995-96 vinse le due uniche
maratone “sicure” di Barletta).
Ultimo giro del castello, da fare a memoria stante l’assenza di segnali e tabelle (solo le transenne ai lati ci
dicono dove non andare), e finalmente qualcuno ci guida al margine di via Cafiero e negli ultimi cento metri
del fossato, “usque ad finem” come recita la medaglia, attribuendo la frase (sembra) ad Annibale nella
battaglia di Canne. Qui, l’accurato bassorilievo raffigura Annibale in primo piano, e sullo sfondo un elefante
che combatte: artisticamente pregevole, ma su cui le fonti storiche eccepiscono che Annibale portò in Italia
37 elefanti, che morirono di freddo tutti sulle Alpi, tranne Surus che morì in Etruria. Né la frase “usque ad
finem” appartiene ad Annibale o altro latineggiante noto: fu appioppata a gladiatori e legionari, e
recentemente al XXXII Battaglione Guastatori del Genio che trovò la sua “finem” a El Alamein nel 1942;
venendo infine trasferito, nella versione italiana, sulle magliette della Juventus calcio nel 2013 e nei gridi da
stadio («Fino alla fine- forza Juventus!»). Eh no, datemi di tutto ma non dello juventino.
Abolito il promesso pasta-party (rimangono i panini imbottiti, le bottigliette d’acqua, un bicchiere di vino
rosso e uno di tè, ma nemmeno una pancaccia dove sedersi), c’è il tempo per qualche battuta con gli eroi
locali, da Michele Rizzitelli alla coppia Roberto & Antonia Annoscia, le ultime premiazioni di categoria con la
doppia fatica della scalata, prima al palco e poi al podio ivi issato (stile Passatore), e infine tutti i nordici
vanno al treno del ritorno, la Freccia delle 17.06 con arrivo previsto a Bologna alle 22,15 e a Milano alle
23.25. Dopo la doccia (per quanto mi riguarda) in albergo, alla stazione ci siamo tutti, guidati dal presidente
Paolo Gino con Simona Oggero (autrice di un dignitoso 4.42), per ricevere gli estremi saluti di Faleo e
Ancora.
Un buontempone sul traguardo aveva spaventato Marescalchi dicendogli: “la tua freccia è stata
soppressa!”, purtroppo non andando lontano dal vero. Stavolta non ci sono “antagonisti” istituzionali, ma
una signora pescarese che alle 17,20 ha pensato bene di suicidarsi buttandosi (con tutto il mare che c’è)
sotto un treno vicino a casa sua. Infatti, arrivati a Pescara verso le 19, il tabellone della stazione comincia a
dare i numeri dei ritardi presunti: subito scrive 50 minuti, che passano a 100 e sono 120 quando ripartiamo.
A bordo, nuova distribuzione dei doggy-bags mentre i non juventini giubilano assistendo via wifi-Dazn alla
cinquina dell’Inter.
A Bologna (dopo che la Juve se l’è cavata proprio ad finem) i minuti diventeranno 140, e chi non prosegue
diretto per Milano è gentilmente accompagnato in biglietteria. Le ipotesi possibili sarebbero: o dirottare la
freccia sulla linea ‘storica’ con le fermate a Modena ecc., come qualche volta si è fatto (scartata dalla
direzione centrale Fs); o far aspettare l’ultimo regionale, che parte da Bologna alle 0.25; oppure… si vedrà.
Con grande tempestività, al nostro arrivo il regionale è appena stato mandato via. E alùra? Elementare
Watson, ci imbarcano 4 alla volta su taxi, con direzioni Modena, Reggio, Parma, Firenze ecc. Rapido ed
economico, no? E consideriamoci felici che le nostre auto nel parcheggio libero della stazione di Modena
non siano tra quelle vandalizzate la notte prima da qualche altro antagonista impunito: i governanti locali
hanno buon gioco a dire che la nostra “percezione di insicurezza” non ha fondamenti.
L’Odissea di Barletta ci ha ricondotti, tra elefanti e somari, alla nostra Itaca; domenica prossima, i
supermaratoneti come si deve potranno scegliere tra la S. Valentino o i marmi di Carrara: chissà se col
rimborso dei biglietti di questo finesettimana ci si pagheranno i treni là diretti…





