Ricordo un episodio successo questo autunno: ero in sede a regolarizzare non so che iscrizione a quale gara quando sento una voce di fianco a me che dice, così come se niente fosse “… e poi vorrei fare l’iscrizione alla Nove Colli”. Mi sono voltato di scatto, era uno che non conoscevo (siamo 800 è difficile conoscersi tutti) ma immediatamente mi è venuto spontaneo guardarlo con sincera ammirazione. “Un grande, questo è un fenomeno…” mi sono detto.
Per lo stesso motivo quando ho letto l’elenco delle nostre “11 fatiche” ho trovato esaltante avere la possibilità di partecipare col cuore a questa gara che, per quanto possa prepararmi ad affrontare lunghe distanze, so essere totalmente al di fuori della mia portata. È un po’ come mi avviene in montagna: sogno gli 8.000 ma so che resteranno per sempre fantasie, mentre qualche 4.000 sono riuscito a portarlo a casa.
Ovviamente approfitto ampiamente delle agevolazioni consentite dalla fantasia riadattando questa Nove Colli a mio uso e consumo. Per cui niente nottata. Un amico un paio di anni fa era uscito dal percorso nella notte ed era stato “recuperato” e riportato sulla retta via da latri amici che seguendo la sua traccia in piena notte si erano accorti dell’errore… il mito della Nove Colli sta anche in queste storie, ma io nel mio piccolo mi accontento di meno, per cui mi limito a puntare la sveglia alle 7 di domenica mattina in modo da poter essere sul campo di gara entro le 8.
Durante la notte ha piovuto e non ha smesso da molto. L’aria è decisamente fresca quando inforco la bici per recarmi, come domenica scorsa, al parco del Montestella. Per un istante temo di essermi coperto poco e mi viene da pensare a cosa si deve provare a correre per una intera notte come quella appena trascorsa affrontando una salita dopo l’altra.
Per fortuna l’esercizio fisico del pedalare mi riscalda e arrivo al punto scelto come partenza con le gambe già calde e avendo ristabilito la temperatura ideale. Avrei voluto correre con la canotta sociale, ma data l’ora e il clima non me la sono sentita. Però ho fatto comunque una concessione allo spirito di squadra indossando la maglietta del club.
Non faccio a tempo a partire che incrocio un ciclista che vedendomi mi sorride e mi saluta con il nostro classico incitamento “Forza Road”. Non lo conosco o, quanto meno, infagottato come è non l’ho riconosciuto, ma prendo il saluto come un buon auspicio per la corsa che ho appena iniziato: sono solo, ma non sono solo.
È una cosa che mi ha sempre affascinato sin dalle prime gare disputate, questo trovare sempre qualcuno, tra il pubblico, tra gli atleti che ti superano o quelli che incroci, che ha per te un incitamento “Forza Road” Ho sempre considerato l’atletica come l’antitesi dello sport di squadra, preferendole per questo non solo il calcio, ma anche il basket, la pallavolo. Invece, avvicinandomi a uno sport apparentemente individuale come la corsa, ho scoperto la ricchezza dello spirito di squadra, la bellezza del correre insieme ad altri. Nei primi chilometri delle gare più affollate, come la Stramilano o la mezza di Monza (con il suo giro iniziale sulla pista) mi capita quasi sempre di perdermi estasiato nell’ascoltare il rumore unico e inconfondibile, quasi un suono, di centinaia di piedi che colpiscono ritmicamente l’asfalto. Proprio alla Stramilano dello scorso anno ho vissuto una esperienza incredibile in proposito. Iscritto all’ultimo momento, per un crudele scherzo del destino io, che ero alla prima mezza della mia vita, mi sono ritrovato messo come riempitivo nella seconda griglia di partenza visto che l’ultima, che mi spettava di diritto, era troppo affollata. Al via mi trovai in una specie di incubo, io che andavo a 6’ al km in mezzo a gente che andava a meno di 4’ e che, giustamente, si risentiva nel trovare un paracarro come me sulla sua strada. Nonostante cercassi di stare più schiacciato possibile alle transenne ero letteralmente terrorizzato da quella calca sommerso di gomitate, spintoni, gente che passava da tutte le parti. Dopo un centinaio di metri ho visto una ragazza malconcia sollevata di peso al di sopra delle transenne da un generoso runner: caduta era stata travolta da chi la seguiva. Non essendo capace di correre ho iniziato ad avere paura anche io e proprio in quel momento ho sentito la musica. Una specie di fruscio ritmato, ripetitivo e, per questo, rassicurante. Mi sono lasciato afferrare da quella sentendomi parte di quel grande organismo che la produceva e come d’incanto la paura è svanita…
Oggi non ho certo quei problemi. Dopo il ciclista iniziale per un bel pezzo non incrocio nessuno e sono i ricordi e i pensieri a farmi compagnia al posto degli altri atleti. A causa della pioggia notturna l’aria è densa di umidità e a un certo punto la sento proprio pesante. A un tratto mi si appannano persino gli occhiali da sole… sì, lo so, non c’è il sole, ma chi corre come me con le lenti a contatto li usa più spesso per protezione contro polvere, polline e vento che per ripararsi dal sole.
Dopo poco più di mezzora che corro inizia a cadere anche qualche timida goccia di pioggia. Strano, non era previsto. Comunque il contrattempo non mi contraria, tutt’altro mi sembra ancora più a tema per rendere reale questa mia Nove Colli. Anzi, quasi mi dispiace che non insista più di tanto e, dopo un breve tentativo, si ritiri in buon ordine.
Ho passato da un pezzo i 5 km che mi serviranno come tempo della May I Run. Ora sto proprio correndo per la mia Nove Colli oltre la speranza. A dire il vero di colli per ora non ne ho visto nemmeno uno, il dislivello fin qui fatto è simile a un cavalcavia… a esagerare. Così approfitto del passaggio dove parte la strada che si inerpica per il primo tratto del Monte Stella e decido di celebrare a mio modo questa gara. La parte asfaltata della salita è lunga circa 300 metri e decido di percorrerla avanti e indietro per 10 volte: 9 colli più 1. Tanto per fare l’originale.
Alla fine la picchiata su Cesenatico è sostituita dall’ampio giro defaticante che faccio per sciogliere i muscoli e, soprattutto, raggiungere il luogo dove ho lasciato la bicicletta. Lo raggiungo giusto in tempo per incrociare, debitamente distanziati, un nutrito gruppo di arzilli pensionati Road (il cosiddetto “Gruppo INPS”) che stanno partendo per la loro passeggiata. Così la mia corsa finisce esattamente come era iniziata all’insegna di un caloroso incoraggiamento reciproco. Per la Regina delle ultra ho stabilito il mio “record” di percorrenza in queste maratone della speranza: poco più di 14 km, ben lontano dai 202 della realtà. Ma ancora una volta ho unito l’utile, la giusta causa per la raccolta fondi promossa dal Club Super Marathon Italia, al dilettevole, mi sono divertito un sacco.
Ora è tempo di inforcare la bici e tornare a casa. E settimana prossima c’è sua maestà il Passatore…
Marco Bertoletti km 14,14



