Il Passatore
Dal 1997 facevo parte di un gruppetto di runners battezzato Gruppo Ruffini ore 13.
Il gruppo era animato da una forte vena goliardica motivo per cui all’inizio di ogni stagione si era soliti stilare un programma atto a lanciarci sfide. A ognuno di noi era stato assegnato un soprannome, il mio era Don Enzo.
Stranamente il 2002 ebbe inizio senza che nessuno avesse da lanciare qualche proclama di sfida. L’unico che per quell’anno sembrava avere un obiettivo fisso era il solito Ago, che avrebbe sfidato per la quinta volta la Cento Chilometri del Passatore.
Arrivò una primavera che ci trovò tutti svogliati e non particolarmente impegnati in prossimi appuntamenti podistici.
Giunti in prossimità dell’ennesima maratona di Torino, decisi – pur senza preparazione alcuna – di correrla.
Ero convinto che nelle condizioni di forma in cui mi trovavo avrei potuto realizzare, senza problemi, un tempo vicino alle 3h.20’.
Nel frattempo procedeva senza sosta la preparazione di Ago, vero eroe del gruppo in quel momento.
Ad una settimana dal giorno della partenza domandai ad Ago se avrebbe corso la maratona. Lui mi rispose: “Sì, la corro, ma per allenamento; voglio fare un lungo di cinquanta chilometri in preparazione della Cento e la metto in mezzo, così, per correre in compagnia”.
“Vuoi che ti iscriva?”, gli domandai sorridendo. “No, dai, la faccio per allenamento, ti ho detto”. Allora gli spiegai che per me non era un problema, potendo contare su alcuni pettorali omaggio in quanto sponsor. Lui ci pensò un attimo e poi mi rispose: “Va bene, allora ti ringrazio, altrimenti mi vergognerei a passare davanti ai ristori senza pettorale”.
A questo punto è importante che io vi chiarisca il perché della mia insistente generosità. Pur non specificatamente allenato – come ho detto – ero però convinto di poter stare sotto le tre ore e mezza.
“Lui”, pensai, “se la fa all’interno di cinquanta chilometri, in preparazione del Passatore, ci metterà almeno intorno alle 4 ore; dunque, lunedì, classifica alla mano, potrò contare su una settimana di spasso collettivo, perché lo prenderò in giro per il distacco che gli avrò dato.” La settimana volse al termine e la domenica ci incontrammo al punto di partenza. “Allora come la fai?” gli domandai. “Piano, te l’ho detto per me è un allenamento… e tu?”. “Boh, io vado finché ne ho, poi tiro a finirla, visto che non ho alcun tipo di preparazione”.
Il tempo di udire il colpo dello starter e ci eravamo già persi di vista. Corsi la prima parte molto veloce.
Ero completamente privo di qualsiasi carico psicologico circa la mia tenuta fisica; avrei corso fin dove arrivavo, poi avrei semplicemente tirato a terminare.
Al decimo chilometro segnai un ottimo tempo e poi bene fino al quindicesimo dove iniziava la temibile salita di Rivalta, quando ad un certo punto fui affiancato da una sagoma familiare. “Ciao, neh” mi sentii dire. Era Ago.
“E tu cosa ci fai qui, non stai andando un po’ troppo forte?”, gli chiesi stupito. “Mah,” fece lui, “sto bene, vado finché me la sento… Vieni?” A quel punto ci aspettava almeno un chilometro di salita, per cui gli dissi “Vai pure… ti raggiungo” e lo vidi sparire.
Una volta giunto in corso Francia, il tratto della gara che, regalando ai partecipanti la sua pendenza amica, consente recuperi a volte anche prodigiosi, cominciai ad aumentare il ritmo, deciso a raggiungere Ago. Tuttavia, nonostante alcuni chilometri corsi al di sotto dei quattro minuti al chilometro, la sua sagoma tardava a profilarsi davanti a me. Tutta questa storia mi portò a realizzare passaggi impensabili, se confrontati al mio livello di preparazione, tanto che giunsi al trentesimo chilometro in un incredibile 2h.08’.
Io, pur essendo tra coloro che sostengono che chiunque, con una preparazione minima – diciamo almeno tre uscite settimanali di un’ora di corsa lenta – sarebbe in grado di portare a termine una maratona (naturalmente a patto di non avere alcuna pretesa di riscontri cronometrici), quella volta ebbi modo di sperimentare sulla mia pelle la verità di questa affermazione. La proiezione dei tempi, che a quel punto mi avrebbe portato al traguardo in meno di tre ore, mi fece capire come – praticamente privo di preparazione – avessi osato troppo. E per chiarirmi ancora meglio il concetto, intervenne ad affliggermi tutta la stanchezza del mondo.
Cominciai progressivamente a correre sempre più lentamente, tanto da giungere al traguardo in 3h.23’.
Al traguardo cercai di scorgere i miei compagni tra la folla, ma con scarsa fortuna. “Poco male” pensai. In fondo, avevo chiuso la gara nel tempo che avevo preventivato e poco importava se il risultato fosse frutto di un arrivo “sulle ginocchia” anziché di una condotta di gara più assennata.
La domenica pomeriggio filò via tranquilla senza che avessi modo di sentire nessuno e dunque dovetti attendere il giorno successivo per soddisfare la mia curiosità riguardo ai tempi realizzati dagli altri amici.
Lunedì, ore 13, parco Ruffini. Arriva il gruppo: “Don, quanto hai fatto?” mi domandò subito Ago, ancor prima di salutarmi. “3h.23’ come da pronostico” fu la mia risposta, “E tu… quanto hai fatto?”.
A quel punto la cosa degenerò. come da consuetudine del gruppo: “Allora, quanto hai fatto?”
“Doooooooon, 3h.00.17”. Hai capito Ago cosa ha combinato?”, mi disse schernendomi Gianni e Giulio, aggiunse, “io ho fatto 3h.20 con una gamba sola”. Fu l’inizio delle amichevoli prese in giro e del coro di sfottò: “Don, dov’eri? Quando sei arrivato tu io ero già a casa a mangiare” mi disse Ago, a cui fece eco Giulio dicendo: “Don, dov’eri? Quando sei arrivato tu ero già sotto la doccia”, e via così, in un crescendo di battute e risate.
Il mio subdolo piano di voler fare di Ago il bersaglio dei lazzi del gruppo, per quella settimana, si era rivoltato inesorabilmente contro di me, che ero il bersaglio preferito delle battute di tutti. Chiariamo ora che, all’interno di quella sincera amicizia, essere tra quelli che prendevano in giro, piuttosto che essere l’ oggetto dello scherno, era assolutamente indifferente. Tutto il teatrino che veniva inscenato per deridere ora l’uno ora l’altro non aveva come obiettivo di mettere in cattiva luce la vittima di turno, bensì solo di fornire a tutti un momento di puro divertimento, anche al malcapitato che, in ogni caso, aveva il suo bel da fare a rintuzzare gli assalti verbali.
Normalmente tutto si esaurisce dopo un po’ senza che quasi mai l’arringa difensiva del bersagliato sortisca il ben che minimo risultato.
Quella volta però il cliché non seguì il solito modello. Giunti alla curva di corso Trapani, un po’ mortificato per la situazione inattesa che si era creata, bloccai il drappello dei corridori: “Stooooop! Ago, ma tu la fai la Cento?”.
Seguì un attimo di stupore collettivo a quella domanda di cui nessuno capiva lo scopo. Ad interrompere il silenzio innaturale che si era creato intervenne la voce di Ago, che dopo un attimo di perplessità disse “Beh…, sì,… se non succede niente in questo mese che manca alla gara… direi proprio di sì” “D’accordo, allora vengo anch’io e ti massacro”.
Ancora un attimo di stupore, poi dal gruppo si levò un urlo di approvazione. Sì, il guanto di sfida era stato lanciato e tutti sapevano che mai e poi mai mi sarei tirato indietro.
Tornando a casa, quel giorno, ripensai al momento di gloria che mi ero procurato grazie a quella sparata.
“Devo essere proprio matto” pensai, “Sono ancora stanco per la maratona e tra un mese dovrei fare una Cento contro Ago che la sta preparando da mesi!”. Sembrava proprio un azzardo, ma oramai ero in ballo, per cui decisi di iniziare a ballare.
Già dal giorno successivo portai il mio allenamento dell’ora di pranzo, che di solito era di circa dodici chilometri, a quasi diciassette e – come se non bastasse – verso le 21 tornavo al parco per farne altrettanti.
Il sabato presi ad andare da casa fino a Trana, un paese a ovest di Torino. Questo giro mi consentiva di accumulare in una sola seduta cinquanta chilometri e poi, giusto per non farmi mancare niente, la domenica andavo “solo” fino a Villarbasse e ritorno, collezionando altri trentacinque chilometri. Dal lunedì al venerdì, invece, procedevo con il doppio allenamento.
Come se non bastassero le difficoltà intrinseche di quella sfida inverosimile, in quel periodo per la nostra azienda intervenne un carico di lavoro straordinario, in seguito all’aggiudicazione da parte del Tribunale di Torino di una gara d’asta per rilevare il fallimento di una ditta concorrente.
Avevo capito che mi sarei pentito di quella sfida nel momento stesso in cui l’avevo lanciata. Tra i motivi il fatto che il solo mese di preparazione alla corsa del quale disponevo sarebbe stato oltremodo breve per via degli impegni di lavoro che mi attendevano.
La società fallita disponeva, tra l’altro, di circa una dozzina di supermercati dell’informatica, distribuiti sull’intero territorio nazionale, dei quali ci eravamo impegnati con il curatore fallimentare a liberare i locali, svuotandoli di tutto il loro contenuto entro la fine di quello stesso mese.
Tra i miei compiti c’era quello di visitare ogni singolo punto vendita per organizzare le operazioni di sgombero. Vagai per una settimana in auto su e giù per la penisola, svolgendo con cura il compito che mi era stato affidato.
Appena potevo, tra uno spostamento e l’altro, cercavo il tempo ed il modo per fare almeno una seduta di allenamento non inferiore all’ora e mezza.
Mi sottoposi ad un tour de force pazzesco, per riuscire a concludere l’operazione nel più breve tempo possibile. Alla fine, l’impegno profuso diede i suoi frutti e al venerdì, dopo appena cinque giorni di viaggio, ero già di ritorno.
Al week-end ripresi l’abitudine delle due sedute più lunghe in successione; poi, il lunedì, ero di nuovo al parco. Se mai ci fosse stato qualcuno disposto a credere in me, dopo una settimana di assenza ed allenamenti ridotti, era definitivamente scomparso. Naturalmente non diedi troppo peso alla cosa e, tutto sommato, l’euforia di quel successo professionale contribuiva notevolmente all’alto livello del mio umore.
Dal martedì cominciarono ad arrivare i Tir carichi di materiale. Era stato selezionato del personale interinale che, in collaborazione con il nostro personale, si occupava dello scarico e dello stoccaggio dei prodotti. Per l’occasione, inoltre, erano state costituite due squadre che con una buona programmazione e grazie alla collaborazione di tutti riuscivano perfettamente a gestire l’enorme flusso degli arrivi.
Il mercoledì, una squadra era andata Brescia, l’altra era rimasta in ditta ad attendere l’arrivo dell’ennesimo autosnodato, per poi raggiungere i colleghi il giorno successivo. Per un caso fortuito, quel camion arrivò con un giorno di ritardo e, dunque, non trovò quasi nessuno ad attenderlo.
Il trasportatore, che tra l’altro era un amico, ci disse che ci avrebbe lasciato il rimorchio nel piazzale, ma che alla sera assolutamente sarebbe passato a riprenderlo. Ai pochi presenti in azienda – tra cui il sottoscritto – non restò dunque che rimboccarsi le maniche ed iniziare il faticoso lavoro di scarico. Le operazioni presero il via verso le nove del mattino e terminarono, con me che lavoravo nel cassone senza nemmeno aver pranzato, circa dodici ore più tardi.
Ero stanchissimo, ma vidi che per terra nel trambusto erano rimasti resti di carta, polistirolo e residui vari. Mi feci allora portare una scopa – visto che non mi andava di lasciare quella sporcizia lì – e mi diedi da fare per rimuoverla. Al termine guardai il cortile con soddisfazione e pensai che se anche per quel giorno non fossi andato a correre, avrei potuto ritenermi egualmente allenato. Neanche il tempo di formulare questo pensiero, che la mia mente urlò: “Eh no, Enzo: tu adesso vai ad allenarti”. Decisi di dare retta alla mia coscienza, perciò salii nel mio ufficio, mi cambiai e mi avviai verso il vicino parco tra gli sguardi dei presenti, misti di ammirazione e compassione. “Ma chi te lo fa fare?” fu l’ultima cosa che udii, prima di scomparire definitivamente alla vista dei miei compagni di fatica per quel giorno e al parco feci 16 Km a 4 al mille.
Fortunatamente riuscimmo a concludere brillantemente tutte le fasi legate a quell’operazione, così che a me rimase una settimana intera per terminare il programma che mi ero fissato, più un’altra che dedicai alla fase di scarico della fatica.
Il giorno della partenza per Firenze alla fine arrivò e persino troppo presto. Pur essendoci sentiti al telefono, con Ago non ci incontrammo fino al momento della partenza. Io trascorsi la mattinata nel centro cittadino, poi, verso l’una, ci recammo a pranzo in un ristorante vicino al luogo della partenza.
Ero molto tranquillo e gli amici che erano con me non sentivano minimamente la tensione pre-gara. Chiacchieravamo serenamente, come turisti qualsiasi in visita alla città di Dante, non come forzati della Cento Chilometri.
Mi ero interrogato a lungo su quanti chilometri avrei potuto percorrere di corsa, prima di dovere affrontare dei tratti al passo. Non ho mai pensato nemmeno per un attimo che non solo avrei corso per cento chilometri senza fermarmi, ma men che meno che avrei battuto Ago, con la preparazione e l’esperienza di cui godeva. E questa consapevolezza lasciava tutti noi sereni.
Le cose cominciarono a cambiare quando gli amici che erano con me, discorrendo amabilmente, si accorsero che, pur essendo seduto lì in mezzo a loro, era come se io non ci fossi. Col capo chino, ero completamente assorto nei miei pensieri, in piena fase di concentrazione. Un’abitudine – questa – acquisita nei lunghi anni di pugilato. Mezz’ora prima di ogni incontro, mi ritiravo nello spogliatoio dove, in una sorta di training autogeno, cercavo di concentrare in me tutte le energie possibili. Evidentemente la rumorosa sala di un ristorante poco si addiceva a tale pratica, tant’è vero che l’amico più vicino a me mi domandò se per caso non mi sentissi bene. A quella domanda sollevai lentamente il capo e, senza guardare in faccia nessuno, dissi: “Ago mi batterà di sicuro ma, se mi vuole battere, dovrà fare un tempone” “Perché?” mi chiese allora qualcuno. “Perché io oggi faccio cento chilometri in 11h.04’”. Capirono allora il significato di quel mio comportamento e tentarono in tutti i modi di incitarmi.
Nessuno al parco – me incluso – avrebbe scommesso un solo centesimo che io, con la mia preparazione approssimativa, avrei potuto battere Ago. Oltre al rispetto per lo stesso Ago, a seminare dubbi concorrevano largamente le caratteristiche del percorso.
Per chi non conoscesse la Cento Chilometri del Passatore, va detto che il percorso si snoda tra Firenze e Faenza. La partenza e l’arrivo in due regioni diverse obbligano i concorrenti a valicare l’Appennino tosco-emiliano, transitando per il Passo della Colla, un nome che è tutto un programma. In pratica, la corsa è divisa in due parti: nella prima si incontra un breve tratto pianeggiante che si snoda tra le vie di Firenze, terminato il quale si deve affrontare una prima salita di circa dieci chilometri in direzione di Fiesole. Seguono una ventina di chilometri, tra tratti pianeggianti e tratti in discesa, prima di dare la scalata al sopraccitato Passo della Colla. Raggiunta la cima, se si è sopravissuti alla ripida salita si inizia la seconda parte per lunghi tratti in discesa e comunque – se si esclude un cavalcavia che al chilometro ottantacinque ti sembra il passo del Pordoi – priva di altre salite. Ora, come ho confessato precedentemente, mentre io sono completamente negato per la salita, da parte sua Ago era uno che le affrontava con una certa scioltezza, il che non faceva che rafforzare il pronostico a suo favore.
A mano a mano che si avvicinava l’ora della partenza, si affollavano nella mia mente le parole di quanti avevano inteso in quel mese mettermi in guardia su ciò che mi avrebbe aspettato: “Portati i documenti che quando arrivi non ti ricordi neppure come ti chiami!”; “Portati una pila che di notte lassù sulle montagne potresti incontrare i lupi!”. Giuro che sono tutte cose che mi sono state dette davvero. “Ti verranno delle tali bolle sotto i piedi, che se ti ferma la Finanza sei a posto”. Fino a giungere a quel dire che poteva sembrare il meno preoccupante: “Cento chilometri? … Io mi stanco a farli in macchina!”. Diciamo che il quadro non era poi così incoraggiante.
Alle quindici in punto, lo starter diede il via. Io e Ago partimmo così piano che più piano non si poteva. Il nostro viaggio insieme, però, durò giusto fino al primo accenno di salita verso Fiesole, lui lì diede una piccola accelerata e dopo la prima curva era già scomparso dalla mia vista. “Poco male”, pensai, “la corsa è ancora lunga” e continuai a correre mantenendo il mio passo.
Faceva molto caldo, ciononostante optai per non fermarmi ai primi ristori. Feci la mia prima sosta solo quando giunsi in cima a quella prima salita: era il quindicesimo chilometro. Bevvi un bicchiere d’acqua, poi, scorta sul tavolo una borraccetta di aminoacidi – dei quali avevo sempre sentito dire un gran bene, ma che non sapevo esattamente cosa fossero – pensai che sicuramente un rifornimento di energia supplementare mi avrebbe fatto comodo nel proseguimento della gara. Spremetti in bocca tutto il contenuto del piccolo contenitore e mandai giù. “Faranno anche bene ma non è che quanto a gusto siano ‘sta bontà”, pensai ripartendo. Pochi metri dopo venni assalito da una fitta all’altezza del fegato, un dolore insopportabile che mi piegò in due. “E ora che succede?”, pensai. I famigerati aminoacidi, mai sperimentati prima di allora, mi risultavano evidentemente difficili da assimilare. Proseguii per qualche metro camminando, poi, con uno sforzo incredibile, tentai di riprendere a correre. Il dolore era fortissimo; premevo con entrambe le mani sulla zona del fegato, mentre procedevo piegato in avanti. “Che figura del cavolo”, pensai, “Non posso correre in queste condizioni. Dio, che figura; ho fatto appena quindici chilometri e mi devo già ritirare”. Intanto ero entrato in una zona ombreggiata: quel piccolo refrigerio sommato al desiderio fortissimo di proseguire mi fecero desistere dal funesto proposito di un prematuro ritiro. E per fortuna, anche il dolore scomparve dopo un paio di chilometri.
Giunsi così in cima alla collina, da dove era chiaramente visibile la strada che scendeva verso la valle. Da qui potei scorgere, almeno tre curve più avanti, la sagoma di Ago. Attesi che passasse accanto a qualcosa che avrebbe potuto fungere da punto di riferimento; poi guardai il mio cronometro in modo da potere valutare a quanto ammontasse il suo vantaggio al mio passaggio nello stesso punto.
Il vantaggio a quel punto era di poco superiore ai tre minuti, ma ora iniziava un bel tratto in discesa che, come detto, è un terreno a me congeniale. Pertanto non ci volle molto tempo prima che davanti a me si profilasse la sagoma del mio amico-avversario. Mi stavo avvicinando sempre di più, pensando che, una volta raggiuntolo, avremmo potuto fare un po’ di strada insieme. Lo avevo quasi raggiunto, quando lui, adocchiato un tubo per l’irrigazione che uno dei tanti generosi abitanti delle case lungo il percorso aveva lasciato lì per i podisti assetati o accaldati, scartò improvvisamente e si avvicinò al tubo piegandosi per bere. A quel punto, nello slancio della corsa, lo superai non prima di avergli segnalato la mia presenza con un sonoro grido: “Tuboooo”. Sinceramente, non so nemmeno se abbia capito che ero io, ma non ci pensai più di tanto. Ero in testa.
Verso il trentesimo chilometro mi raggiunse l’auto dei suoi amici, guidata da suo fratello: “Ago dov’è?” domandai senza malizia. “Eh,… è dietro, è dietro”. Chiesi allora: “Ma non sta bene? L’ho visto fermarsi a bere”. “No”, mi rispose il fratello sorridendo. “Fa molto caldo, ma adesso arriva, non ti preoccupare”. Effettivamente faceva molto caldo. Gli chiesi da bere e lui mi passò una bottiglia d’acqua, poi ci salutammo.
Arrivai a San Lorenzo, al chilometro trentaquattro. Mi sentivo benissimo; mancava ancora poco per superare la distanza della maratona, dopodiché in pratica la prova sarebbe stata un’incognita.
Mentre passavo sotto il segnale del punto di rilevamento – passaggi, davanti a me si profilò una figura familiare: Mario (ricordate il mio amico pugile?). “E tu cosa ci fai qui?”, fu la domanda che all’unisono uscì dalle nostre labbra. Pensate, dopo quegli anni del pugilato avevamo finito col perderci nuovamente di vista ed ora, per una strana combinazione del destino, ci vedevamo nell’ultimo posto dove avremmo pensato di incontrarci. Questo piccolo siparietto – solo in seguito avemmo modo di spiegarci l’un l’altro i motivi che ci avevano spinti su quella strada – mi regalò una foto di quel passaggio alquanto singolare, giacché venni ritratto dal fotografo ufficiale della corsa mentre, con braccio teso e mano a dita unite, ma soprattutto con aria alquanto stupita, domandavo a Mario cosa ci facesse lì.
Uscito da San Lorenzo, cominciai a preoccuparmi poiché sapevo che da lì a breve mi avrebbero atteso quindici chilometri di dura salita. O almeno questo era quello che si intuiva dall’altimetria del percorso riportata sul volantino. Tuttavia i chilometri passavano senza che incontrassi la famigerata salita. In quel momento fui raggiunto da un partecipante proveniente da Arezzo. Chiesi anche a lui, come a chiunque altro avesse fatto un tratto di strada con me, se quella era per anche per lui la prima esperienza con quella gara o se avesse già partecipato ad altre edizioni. Mi raccontò che ne aveva già fatte due, ma che quest’anno era intenzionato a fare meglio delle altre volte. “Ma quando ha inizio la salita?”, gli domandai. E lui: “Ora, appena termina il paese”.
E la salita cominciò. Il podista di Arezzo, al quale naturalmente avevo confessato le mie difficoltà in salita, prese ad allungare. Mi salutò dicendomi: ”Vai Torino, non mollare, ci si vede in cima”. Lo salutai, rassegnato nel vederlo guadagnare terreno con tanta facilità.
Pur mantenendo un passo di corsa, mi rendevo conto che ognuno dei concorrenti che sopraggiungeva mi superava, per poi sparire in breve tempo dalla mia vista.
Dopo che avevo percorso già un discreto tratto, all’arrivo dell’ennesimo concorrente, mi sentii rivolgere un inconfondibile “Ciao, neh”. Era Ago. Questa volta era toccato a lui colmare lo svantaggio e, con tutta la salita che ancora ci attendeva, probabilmente guadagnare la possibilità di ribaltare completamente e definitivamente la situazione. Come da copione nel volgere di poche centinaia di metri, con la sua corsa potente, scomparì dalla mia vista ed io pensai: “Ecco fatto, fine della festa”. A quel punto, oltre che le posizioni, si era ribaltato anche il quadro psicologico.
La mia corsa, agile fino a quel punto per via dell’entusiasmo che scaturiva dall’inattesa situazione, si fece sempre più pesante. La pendenza che aumentava sempre di più col passare dei chilometri e i continui sorpassi che dovevo subire da parte di chiunque, tutto ciò certo non contribuivano a fornirmi stimoli.
Ad un tratto compresi che dovevo reagire. Quando venni superato da due amici che correvano appaiati, mi incollai a loro deciso a non mollarli. Dopo qualche centinaio di metri corsi conservando la distanza, mi resi conto di quanto faticoso fosse mantenere quel passo e ripresi a camminare. Qualche metro percorso camminando ed ecco una altra botta di orgoglio: e allora via, nuovamente di corsa. Questo braccio di ferro con me stesso si ripeté alcune volte.
In quel momento fui colpito da un particolare. In pratica, rispetto a quei due, la distanza rimaneva invariata. E mi fu chiara una cosa: correre in salita o camminare a passo veloce mi consentivano di mantenere la stessa velocità. Per questo feci immediatamente una scelta tattica: fino al termine della salita avrei camminato. Apparentemente, sembrerebbe non esserci nessuna differenza rispetto a quanto avevo fatto fin lì, e cioè un po’ di corsa e un po’ al passo. Invece c’era una differenza sostanziale. Mentre prima subivo passivamente la variazione di movimenti, ora invece, pur adottando unicamente quella più lenta, la scelta era frutto di un ragionamento “scientifico e approvato” dalla mia mente. E così arrivai in cima alla salita in condizioni eccellenti.
Il punto in cui termina il tratto di salita è esattamente in corrispondenza del cartello che segnala il chilometro cinquanta. Era qui che per la prima volta, come concordato, avrei incontrato i miei amici. La loro vista mi fece un immenso piacere e credo che anche loro fossero felici di vedermi ancora molto determinato dopo tutta quella strada, ma, soprattutto, dopo che mi avevano visto arrancare in salita.
Erano trascorse 5h.37’ dalla partenza ed ero ormai completamente madido di sudore. Ci trovavamo in cima ad una montagna e cominciava a fare buio. Mi cambiai la maglia con una asciutta, poi indossai il giubbotto catarifrangente; mandai giù una miscela di latte e cioccolato, mentre domandavo loro: “Quanto ha Ago di vantaggio?”. Cercarono di glissare un po’ sulla risposta poi, vista la mia insistenza, mio fratello disse: “Ehm, diciassette minuti”. Si trattava con buone probabilità di una valutazione per difetto, ma vi assicuro che lì per lì non restai molto a rifletterci su. Li salutai e ripartii immediatamente. “Ma fermati un po’, sono più di 5 ore che corri… Non sei stanco?”. Non feci nemmeno in tempo a rispondergli che ero già lontano.
Cercai di fare l’elenco delle cose positive: correvo già da cinquanta chilometri e mi sentivo bene, mi ricordavo ancora il io nome, non avevo nemmeno una piccola vescica nei piedi, la salita era finita e cominciava la discesa.
Il primo tratto di discesa era abbastanza lungo e anche abbastanza ripido, sicché assunsi una velocità tale che raggiunsi con facilità molti dei concorrenti. Ogni tanto la strada si faceva più piana, e allora tiravo un po’ il fiato; poi riprendeva la discesa e di nuovo giù a rotta di collo.
Un fatto curioso che mi accompagnò da quel punto in poi fu che, data la velocità sostenuta, il ricambio d’aria nei miei polmoni era rapido e intenso, tanto che nella fase espiratoria, insieme all’aria, mi usciva anche una sorta di grugnito alquanto rumoroso, oltremodo amplificato dalla configurazione della valle in cui stavo passando. Iniziò a formarsi una specie di eco, in parte provocata dalla mia stessa voce che, rimbalzando sulle pareti di roccia, tornava indietro, in parte dalle persone intorno a me che ormai avevano preso a schernire questo mio modo rumoroso di respirare.
Correvo con una determinazione feroce, con l’unica speranza di raggiungere Ago prima del traguardo. Ormai era buio pesto. Al chilometro cinquantotto notai dall’altra parte della strada una coppia di podisti che indossavano due giubbotti uguali, segno evidente dell’appartenenza al medesimo gruppo. “E questi chi sono?” pensai. Erano passati cinquantotto chilometri e non mi sembrava di averli mai visti prima. “Boh, saranno due che erano avanti e che ora ho raggiunto”. Mentre formulavo questi pensieri, arrivai praticamente ad un passo da loro. Proprio in quel momento, mi scappò una dei miei sonori ricambi d’aria, un “uahhh” proprio mentre li superavo. I due, che si trovavano sul ciglio opposto della strada, riconosciuto il mio “verso”, mi salutarono. “Ciao”. Io, in piena trance da inseguimento risposi “Ciao” e, senza voltare neppure il capo, li superai e scomparvi dalla loro vista. Il distacco durò giusto un paio di curve; poi, approfittando di un nuovo breve tratto di salita, i due – che continuavano a restare sul lato opposto della strada – mi superarono nuovamente, questa volta senza ulteriori scambi di convenevoli. “Ma chi cavolo sono ‘sti due?” pensai per un attimo prima di rendermi conto che in realtà il saperlo non mi interessava affatto.
Mi concentrai di più su quanto mancasse alla fine della nuova salita. Quel breve tratto in realtà non durò ancora a lungo e, dopo una curva, si spalancò alla mia vista un rettilineo, lunghissimo, perfettamente in piano, alla metà del quale si poteva già scorgere il ristoro del chilometro sessanta. Tutti i miei pensieri furono assorbiti dal fatto che, contro ogni pronostico, avevo già corso sessanta chilometri e la cosa fantastica era che non manifestavo alcun segno di cedimento.
Per avvicinarmi al punto di ristoro attraversai la strada e giunto al gazebo, mi fermai per prendere un bicchiere di tè che bevvi tutto di un fiato. Il tè era – dopo l’esperienza degli aminoacidi – l’unica cosa che consumavo ai ristori. La paura di dovermi fermare per puro amore di sperimentazione mi aveva fatto assumere un atteggiamento prudente. Se avessi voluto consumare cibi solidi, frutta, panini, barrette energetiche e quant’altro ben di Dio che la macchina organizzativa metteva disposizione dei partecipanti, avrei dovuto tentare l’esperimento in allenamento e non certo in gara. Questa era la lezione imparata al quindicesimo chilometro. Da lì in poi, dunque, solo tè. Peccato che al ristoro del chilometro sessanta, terminato il mio primo bicchiere, non ve ne fosse altro. “Signora, ma non ce n’è più di tè?” “Se aspetta due minuti, lo tiro su” mi disse la gentile signora con un simpatico accento emiliano. La guardai smarrito, “Ma come, mi accontento del tè e non ce n’è?”. A quel punto una voce maschile alla mia sinistra disse “Tieni, vuoi il mio?”. Mi voltai a guardare quella persona che mi porgeva gentilmente il suo bicchiere.
Erano i due che avevo superato al chilometro cinquantotto e che poi a loro volta mi avevano superato, giungendo per primi al ristoro. Quei due erano Ago e suo fratello che, sceso dall’auto, aveva indossato un giubbotto catarifrangente identico a quello di Ago e lo stava accompagnando già da qualche chilometro. Il perché mi fu chiaro guardando meglio Ago. Era completamente bianco in volto, gli occhi sgranati e ai bordi della bocca aveva un traccia di schiuma bianca. “No grazie”, risposi stupito. “Scusatemi, ma non vi avevo riconosciuto” dissi anche; poi, rivolgendomi alla signora che nel frattempo aveva accelerato la preparazione del tè, dissi “Signora, non fa niente”. E ai due: “Ciao, ci vediamo, tanto mi raggiungete”. Senza attendere risposta cominciai a correre con tutta la forza che avevo in corpo.
Non avevo riconosciuto quei due perché si trattava di una coppia appena costituita e dunque non potevo averla vista prima. Poi realizzai che per recuperare quei diciassette minuti di ritardo, in fondo, mi erano bastati solo otto chilometri. Questo, se da una parte mi dava nuova energia, da un’altra mi preoccupava non poco, timoroso com’ero di arrivare a mia volta alla soglia del crollo.
Tutte le possibili variabili mi tennero compagnia almeno per altri dieci chilometri. La strada adesso era quasi sempre in piano e dunque non c’era più la spinta della discesa ad avvantaggiarmi. Mi aspettavo perciò da un momento all’altro di venire raggiunto. Inoltre, in certi tratti il passo si faceva pesante. Ad un certo punto venni accostato dalla macchina d’appoggio dalla quale la fidanzata del fratello mi domandò se sapevo dove si trovava Ago. Fui assalito da sincero imbarazzo e cominciai a balbettare “Beh, sai… mi sembra che sia dietro…”. “Ma sei sicuro?” fece lei. A quel punto gli anni di corsa al parco trascorsi tra continue scaramucce verbali, delle quali Ago era maestro, si affacciarono alla mia mente tutte insieme e, con un sorriso che mi andava da un orecchio all’altro, le dissi “Ma si che è dietro; ma dove volevi che fosse? E’ dietro, e ci resterà fino al traguardo” e così dicendo mi esibii in uno scatto che l’autista dell’auto decise di non seguire, optando per un’inversione di marcia.
L’ episodio mi fornì nuove energie fino al chilometro ottanta, sede di un nuovo punto di ristoro. Consumai il mio tè – che per fortuna dopo l’esperienza del sessantesimo era disponibile – e ripartii di corsa con un certo stupore, dal momento che avevo già percorso ottanta chilometri e non mostravo ancora alcun segno di cedimento.
Nonostante alla partenza gli iscritti fossero oltre millenovecento, praticamente da metà gara in poi la mia corsa era stata prevalentemente solitaria, ma tale era il timore dell’arrivo di una crisi o – peggio – di Ago, che non ci feci troppo caso.
Giunto all’ottantacinquesimo chilometro, già la sola vista di un cavalcavia mi rallentò. Fu a quel punto che mi raggiunse il podista aretino. “Oh, Torino” mi disse, “suvvia, andiamo, che l’è finita”. “Vai, vai, che non ne ho più”, gli risposi, e lo vidi affrontare la salita con estrema agilità. Nel breve tratto di pendenza lo vidi scomparire. Ero abituato a perdere di vista i miei compagni di corsa affrontando le salite e dunque anche quella volta non diedi molto peso al vantaggio che in breve tempo aveva guadagnato il tipo di Arezzo. Poi, una volta in cima alla salita, scorsi sul tratto rettilineo ai piedi del cavalcavia la sagoma di un altro podista, che proseguiva con una certa celerità. Ancora pochi metri e, quando davanti ai miei occhi si aprì la discesa, potei vedere come Arezzo, lanciato all’inseguimento del concorrente avanti a lui, lo raggiungeva in una manciata di secondi.
A quel punto si affacciò nella mia testa, tutto il dolore della solitudine patita fin lì e con un urlo di rifiuto “Nooo!”, mi lanciai in una folle corsa giù per la discesa, all’inseguimento dei due. Raggiunsi una velocità che poteva essere il doppio della loro, tant’è che in breve tempo non solo li raggiunsi, ma sullo slancio li superai. Arezzo allora mi gridò: “Torino, dove la pigli tu la droga… L’eri morto”. Ma non ci fu il tempo per approfondire l’argomento, poiché mantenendo quel passo rapidamente mi dileguai.
Avevo di nuovo assunto un passo di corsa efficiente che in breve tempo mi fece raggiungere Brisighella, un paese al novantesimo chilometro del percorso. Attraversando il paese, portai le mani a coppa intorno alla bocca e urlai: “Cittadini di Brisighella”. Due ragazze che incrociai lungo la strada mi chiesero: ”Ma dopo novanta chilometri, come fai ad avere ancora voglia di scherzare?”. Effettivamente mi posi anch’io la stessa domanda: com’era possibile essere arrivati fin lì in quelle condizioni?
Feci allora l’inventario di tutte le difficoltà che mi erano state paventate prima della partenza e non una trovò corrispondenza nella realtà; in più, l’addetto al rilevamento del passaggio mi informò che occupavo una posizione intorno al centesimo posto. Era quanto mi bastava per non mollare.
Al rifornimento guardai indietro per vedere se Ago – quando ormai mancavano solo dieci chilometri – stesse per raggiungermi. Sulla strada non c’era segno della presenza di altri podisti ed io, dopo l’ennesimo bicchiere di tè, ripartii.
“In fondo devo fare solo dieci chilometri” mi dissi, “dieci chilometri li faccio di sicuro, sono una distanza alla mia portata, al massimo un’ora e poi sarà tutto finito”. Quella di frazionare una lunga distanza in distanze più brevi che siano alla nostra portata è un’ottima tecnica, spesso adottata dagli ultra-maratoneti.
Percorsi i cinque chilometri che mi dividevano dall’ultimo ristoro con relativa facilità. Al rifornimento trovai altri due concorrenti lì fermi a rifocillarsi. Guardai il mio cronometro per vedere quanto tempo avevo impiegato fin lì. Con mio grande disappunto, vidi che riportava un tempo intorno ai 30’. “Porca miseria”, pensai, “Mi si è rotto il cronometro oppure devo aver inavvertitamente premuto qualche pulsante azzerandolo”. La cosa mi procurò una certa rabbia. Domandai allora ad uno degli atleti se poteva dirmi da quanto tempo stavamo correndo. “E’ l’una” mi rispose. Io lo guardai e dissi “Ti ho chiesto da quant’è che corriamo, non che ore sono… Pensi che dopo tutti questi chilometri io sia ancora in grado di fare i conti?” . Quella che per me voleva essere una semplice battuta scatenò le ire del podista, al quale evidentemente novantacinque chilometri, dovevano aver azzerato il senso dello humour. Non mi restò che andarmene e cercare di portare a termine quella fantastica avventura.
Corsi i successivi tre chilometri in perfetta solitudine; poi, in prossimità del chilometro novantotto, fui raggiunto da un giovane dal fisico atletico con una lunga coda di cavallo. Aveva un passo regale, sguardo dritto in avanti e petto in fuori. Lo guardai mentre mi si affiancava senza dirmi una parola. Rimasi in silenzio e adottai il suo stesso passo. Più che il novantottesimo chilometro sembrava lo sprint finale di una gara di mezzofondo. Quella condizione, spalla a spalla, durò esattamente fino al cartello del chilometro novantanove.
Proprio in quel punto, un’unica minuscola vescica fece la sua comparsa sotto il mio alluce sinistro. Chiarisco subito che si trattava di una vescica irrilevante, piccola come una bollicina di champagne; tuttavia, la sua presenza ebbe l’effetto di farmi prendere coscienza del fatto che tutto il peso del mio corpo poggiava su due gambe, in corsa da novantanove chilometri.
Guardai il riscontro cronometrico di quel chilometro e il risultato poteva dirsi più che soddisfacente: 5’. Decisi allora di lasciare andare il giovane, non ritenendo prudente mettere a repentaglio – con un incidente all’ultimo chilometro – quella che sembrava per me annunciarsi come la più inattesa delle vittorie.
Me ne andavo quindi tranquillo verso il traguardo, godendomi le luci del viale che conducono alla Piazza del Popolo di Faenza. Dopo tutta quella strada percorsa per lo più in aperta campagna al buio, mi sembrava di essere arrivato a Broadway. Poi, finalmente, in un ultimo tratto transennato scorsi lo striscione del traguardo.
Alcuni degli amici, che mi avevano accompagnato in quell’avventura, sicuramente non mi aspettavano così presto, e si erano seduti lungo la strada, a circa trecento metri prima del traguardo. “Gianni” urlai, scorgendo uno di loro, e fu subito festa. Per ringraziarli della loro pazienza nell’attendermi così a lungo, regalai loro uno scatto estremo, percorrendo quegli ultimi metri a tutta velocità. Appena il tempo di transitare sotto lo striscione e ricevere la medaglia di finisher, che, saltato giù dal palco, ero nuovamente in corsa per raggiungerli.
Ci abbracciammo a lungo felici. Ago ancora non si vedeva e dunque quello che solo fino a poche ore prima sembrava un’impresa impossibile si era concretizzata ogni oltre più rosea aspettativa. A rendere il tutto ancora più straordinario contribuii sensibilmente il tempo che impiegai a giungere al traguardo: 11h.04’26”. Incredibile: avevo impiegato esattamente il tempo che avevo pronosticato alla partenza.
La felicità del nostro piccolo gruppo era incontenibile; ci sedemmo sulle scale dei portici della piazza ad attendere l’arrivo di altri concorrenti. Dopo undici minuti fece il suo arrivo Arezzo che, chiudendo in 11h.15’ realizzò il suo personale. Mi si avvicinò e ci complimentammo l’un l’altro; poi, prima che se ne andasse, gli regalai una bottiglia di integratori, con il consiglio di usarli la prossima volta per fare meglio.
Noi restammo ancora un po’ seduti lì. Ero così carico di adrenalina che, ad un certo punto mi alzai in piedi e dissi: “Beh, io non sono per niente stanco” e, avviandomi verso il viale d’ingresso alla piazza, comunicai ai mie amici “Vado incontro ad Ago”. Qualcuno di loro mi afferrò subito per un braccio. Ma dovettero insistere non poco per riuscire a dissuadermi dal mio insensato proposito. Alla fine mi convinsero a salire su un pulmino dell’organizzazione, che mi accompagnò nella zona riservata alle docce ed ai massaggi.
C’era ancora solo pochissima gente negli spogliatoi e questo per il fatto che ero giunto intorno al centesimo posto. Sotto la doccia, mi misi ad osservare i piedi degli altri podisti. Alcuni avevano vesciche che ad occhio dovevano essere dolorosissime. Io ero miracolosamente indenne da qualsiasi problema e straordinariamente euforico. I pochi presenti negli spogliatoi si scambiavano impressioni sulla corsa appena conclusa ed erano oltremodo stupiti delle mie condizioni fisiche e soprattutto del risultato ottenuto all’esordio.
Dopo il massaggio, tornai alla zona dell’ arrivo. Andai a farmi stampare una classifica per vedere se nel frattempo Ago fosse arrivato. Ma, ad una lettura attenta dei fogli, del suo nome non v’era traccia.
Passai allora ad un’altra tenda, dove erano a disposizione dei partecipanti dei panini, e ne presi uno che addentai di gusto. Poi, mentre mi aggiravo tra i vari stand, finalmente fece la sua comparsa sotto lo striscione finale Ago. Appena mi vide, mi venne subito incontro per abbracciarmi.
Nonostante un aspetto decisamente provato, era molto contento. Aveva concluso in 12h.15’, realizzando così il suo miglior risultato su cinque partecipazioni. “E tu?” mi domandò con un sorriso curioso, mentre venivamo raggiunti dal fratello. “Eh, mi sono ritirato” gli dissi. Il suo sorriso si fece subito più ampio e scommetterei che anche le sue energie ebbero un’impennata. Tuttavia quel sorriso non durò a lungo. Infatti, Ago ormai aveva imparato a conoscermi e intuì subito che dietro la mia risposta si celava qualcosa di diverso. “Dai, quanto hai fatto?”. “11h.04’”. A quel punto, sia lui che il fratello, che in passato aveva affrontato di persona la corsa e ne conosceva bene le difficoltà, mi fecero i loro più sinceri complimenti e, almeno per quella sera, nessuno osò prendere in giro Ago: concludere una corsa di cento chilometri può suscitare solo rispetto.
Ci mettemmo in strada verso casa e appena tornato fui tentato di andare subito a correre la Stratorino, che si sarebbe disputata proprio quel giorno. Ma anche questa volta i miei amici si rifiutarono di assecondarmi.
Il giorno dopo era stato fissato un incontro con tutti gli amici del parco, per far loro il resoconto della nostra sfida. “Pioveva grosso così”, sicché al parco, tranne io ed Ago, non venne nessuno. Ci rifugiammo in auto, raccontandoci a vicenda la ridda di emozioni che quella gara ci aveva donato. E’ straordinario come la corsa possa cementare il rapporto tra due persone.
Nei giorni successivi, tra magliette stampate ad hoc e manifesti funebri che annunciavano la sconfitta di Ago disseminati lungo il percorso del parco, tutto il gruppo ebbe di che divertirsi ed io ottenni la mia rivincita.



