A dire il vero nel 1999 si è svolto anche un europeo di 24 ore a S. G. Lupatoto, dove vinse il mito greco Yannis Kouros con 262,3 km ed il nostro Antonio Mazzeo 4° assoluto con 231,3 km e sul lato donna fu vinto dalla russa Irina Reutovich con 223,7 km mentre la prima donna italiana fu Marinella Satta con 171,3 km arrivando 6° donna assoluta.
L’edizione del 2001 a S. G. Lupatoto può essere definita come primo mondiale della 24 ore, anche se nel 1990 a Milton Keynes in Gran Bretagna c’era stata una prima edizione di un mondiale, ma era una gara che si era svolta su una pista indoor con 50 atleti e nessun italiano presente.
L’edizione del 2001 fu vinta da Yiannis Kouros con 275,8 km e da Edit Berces con 235,0 km, due miti che ancora oggi sono il riferimento per l’eccellenza su questa specialità. L’Italia ebbe come primo atleta Vincenzo Tarascio 11° uomo assoluto con 227,5 km e Marinella Satta con 157,2 km, 15^ donna assoluta.
Passando all’edizione del 2009 di Bergamo che fu vinta di sorpresa dallo svedese Henrik Olsson con 257,0 km e la fortissima francese Anne Cecile Fontaine con 243,6 km arrivando anche 3° nella classifica assoluta (solo due uomini davanti a lei), si trova come prima atleta italiano nella classifica una donna ovvero Monica Casiraghi con 223,8 km che vinse anche il bronzo mondiale ed europeo. Primo maschio italiano Marco Baggi con 220,5 km.
Ma torniamo a Torino. Il tormento, poche settimane prima, della possibilità di un annullamento, poi miracolosamente tenuto in piedi grazie agli impegni incommensurabili di CUS Torino, Fidal e IUTA possono essere definiti una edizione “Made in Italy” a tutto tondo. La capacità di lavorare in emergenza è un aspetto culturale italiano che è totalmente sconosciuto nei paesi anglosassoni. Siamo maestri in questo e nell’analisi tecnica-organizzativa della gara, che si è svolta il 11-12 aprile nel parco Ruffini, si evince una straordinaria coesione di persone che lascia perplessi i maggiori sociologi come l’Italia possa essere in cosi grande crisi nonostante questa immensa disponibilità delle persone a collaborare onestamente senza scopi di lucro.
La gara è stata vinta dal tedesco 31enne Florian Reus con 263,8 km e dalla americana Katlin Nagy con 244,4 km. La vittoria di Florian è frutto di una pianificazione molto lunga e dove non ha trascurato nulla. Una crescita costante negli ultimi 5 anni. Seguo da oltre 3 anni il suo blog e avrei scommesso che facesse il suo personale. E’ come una Volkswagen, non sarà la più bella ma sicuramente la più affidabile. Mai una gara improvvisata, tutti i suoi allenamenti devono avere una connessione logica. In gara non si distrae con saluti e sorrisi tipici dei paesi più caldi. Per chi ama i paragoni, Florian viene dalla stessa zona della regione tedesca dell’Assia del pilota di Formula Uno Sebastian Vettel. Statura e peso quasi identici 174 cm x 63 kg l’uno, 175 cm x 63 kg l’altro.
Il segreto è nascosto nel linguaggio tedesco. I concetti e la composizione delle parole vanno dallo specifico al generico, nella lingua italiana è il contrario. Cito solo un esempio. “Giocatore di tennis tavolo” in tedesco di dice “Tischtennisspieler” ovvero “Tavolo tennis giocatore”. Quest’approccio mentale della definizione specifica del concetto per poi disegnarlo nel concetto generale è presente in tutti gli ambienti tedeschi. Per un atleta della 24 ore significa definire il traguardo chilometrico della gara e poi programmare allenamenti e tutti gli aspetti correlati al raggiungimento del traguardo (alimentazione, indumenti,…).
Florian aveva ufficialmente impostato tutto sul raggiungimento dei 273 km. Il percorso poco idoneo per una 24 ore a Torino con l’aggiunta del clima particolare, una escursione termica notevole dai soleggiati 25°C di giorno ai 9°C notturni con alta umidità, hanno fatto perdere qualche km.
Che dire dell’Italia?
La squadra c’era e c’è! Lo staff tecnico e medico professionale c’era e c’è! L’ambiente intorno agli atleti è stato curato con molta attenzione. Insomma le premesse per fare benissimo c’erano.
Si, è vero che qualche piccola “spina” era apparsa qualche settimana prima, ma poi durante la gara ben presto si sono seccate al sole primaverile di Torino come i laghi salati del deserto del Gobi.
Entrare in un’analisi dettagliata, atleta per atleta, rischierei il linciaggio della folla di Ultramaratoneti italiani, poco abituati all’autoanalisi, ma più propensi alla critica verso l’organizzatore o fattore esterni.
Non condivido la visione dell’autolesionismo e del “Ramboiano” dove la gara di 24 ore viene scambiata con una guerra medioevale colpita dalla peste bubbonica. Né, tantomeno, m’interessa il motivo per i vari stop e ritiri di atleti che erano ben consapevoli e informati che la gara durasse 24 ore. Chi veste la maglia azzurra è sotto pressione. Sa che dovrà fare del suo meglio e puntare al massimo risultato possibile. Per questo è ovvio che il rischio di problemi fisici è alto, anzi altissimo. Dunque è giusto, anzi giustissimo, fermarsi quando questi problemi possono compromettere la propria salute! Fine!
Chi parla di fallimento della nazionale confonde la gara di 24 ore con la vivicittà. Ho visto il volto di tutti i ragazzi e le ragazze azzurre, nessuno era lì solo per partecipare. Tutti hanno provato a esprimersi al meglio. La fatica, il dolore, la delusione li conosce solo l’atleta stesso, rinchiuso nel proprio universo molecolare.
La memoria storica dipende da noi, impariamo dalle altre culture che migliorano ricordandosi del passato. Il mondiale della 24 ore di Torino non va archiviato, ma rivissuto con tutti gli aspetti belli che ci sono stati. Lasciamo il segno della sgommata sull’asfalto.
Ora tocca a voi lettori!


