La 100 km del Passatore non è soltanto una competizione podistica; è un rito, un pellegrinaggio che unisce Firenze a Faenza attraverso la spina dorsale dell’Appennino. Non è una semplice gara, è la 100 km per eccellenza, un simbolo che vive nel respiro delle due città e nel battito accelerato di ogni atleta che si prepara alla sfida.
Tutto inizia nel cuore di Firenze, ma attenzione: non si può mica dire di aver lanciato la sfida del Passatore senza aver mangiato il panino col lampredotto! È una tappa obbligata, un rito di iniziazione che ho celebrato anch’io, rigorosamente prima di andare a ritirare l’auto. Poi c’è il viaggio, e infine l’arrivo a Faenza di questa 51ª edizione.
La gara è un acquerello di emozioni, sentimenti e resistenza. Dalla luce abbacinante del pomeriggio fiorentino fino al freddo intenso del Passo della Colla, il percorso ti trasforma. Dal 2017 vivo questa corsa come un appuntamento a cui non si può mancare, perché trasmette una voglia di vivere che va oltre ogni cronometro. C’è chi corre per il gusto di esserci, chi ringrazia i volontari per ogni sorso d’acqua, e chi trova nel dolore della fatica una forma di misticismo che solo chi è passato per quelle strade può comprendere.
Tuttavia, c’è una nota dolente che dobbiamo affrontare. Il Passatore è una sfida solitaria, un dialogo intimo tra l’atleta e la strada. Vedere centinaia di biciclette, spesso a pedalata assistita, intralciare il cammino degli atleti è diventato inaccettabile. Non c’è bisogno di intere famiglie al seguito o di supporti tecnologici che snaturano lo sforzo atletico; il Passatore richiede cuore, non assistenza invasiva. Invitiamo tutti a riflettere: per affrontare l’Appennino bastano un po’ di cambio vestiti per gli sbalzi termici, un impermeabile e la propria voglia di mettersi alla prova. Le bici lasciamole a casa, per rispetto verso chi sta correndo e verso lo spirito puro di questa corsa.
Il Passatore sa essere spietato e, al contempo, profondamente umano. Ricordo vividamente un atleta, nel 2017, al 99° chilometro. Mancava poco al traguardo, aveva tempo, eppure si è seduto sui gradini del bordo strada e non si è più mosso. Non ce la faceva più, ma non voleva aiuti. Mi ha colpito dritto al cuore, perché in quel momento ho capito che il Passatore è una faccenda personale. Ha detto: “Piuttosto la rifaccio, ma voglio arrivare con le mie forze”. Ecco, questa è la dignità che porto nel cuore.
Faenza, in quei giorni, diventa il centro del mondo. Non importa se sei un campione o un amatore; quando arrivi in piazza, diventi parte di una comunità che celebra non il tempo impiegato, ma il fatto di esserci, di aver attraversato la notte e di aver trovato, in quel viaggio, un pezzetto di sé.
Essere lì, in mezzo a quel delirio di gioia, è la ricompensa più grande. Per chi come me, Coach Bradipo, vive questa avventura non per la velocità ma per il cuore che ci mette, ogni arrivo è una lacrima di felicità che scende da sola. Perché il Passatore non lo corri con le gambe, lo corri con l’anima, e finché avrò fiato, sarò lì a guardare ogni atleta tagliare quel traguardo, pronto a piangere di gioia con lui. È una corsa che ti entra dentro e non se ne va più. È stupendo, è folle, è il nostro Passatore. E ricordatevi: senza lampredotto, non si parte!




















