Il Sogno Americano: NYCM

Non avevo capito prima di partire quale spirito animasse la gente di New York, non avevo capito quanto fosse pronta ad entusiasmarsi, a gioire, a fare festa. L’ America è un popolo giovane che conserva ancora quella positiva innocenza che noi europei abbiamo perduto per sempre, sopraffatti dalla nostra storia. Diversamente i newyorkesi (che comunque rappresentano un ‘unicum’ e non rispecchiano affatto l’America nel suo complesso) sono dotati di quella positiva ingenuità che li induce a emozionarsi per un modesto podista che non punta alla vittoria, ma ha l’ardire di tentare un’impresa anche oltre i suoi limiti fisiologici ad alzare sempre di più l ’asticella.

Dietro a tutto ciò c’è una passione, del tutto disinteressata che porta i newyorkesi e non a stare ore ed ore per strada a incitare e applaudire, non tanto e non solo i campioni, quanto piuttosto le migliaia di podisti che si trascinano tra dolori e fatica solo per la soddisfazione di tagliare il traguardo e mettere al collo la medaglia di ‘finisher’.

Il percorso non presenta niente di eccezionale rispetto a quello che possiamo offrire noi come Colosseo o Ponte Vecchio, ma lo spettacolo è assicurato lo stesso. La maratona comincia nel momento in cui si esce dall’aeroporto. Nei giorni che la precedono, Manhattan è totalmente impazzita, invasa da podisti di ogni età e razza che corrono a qualunque ora. I newyorkesi, solitamente antipatici e scortesi, portano un rispetto verso noi runners che non si trova in altre parti del mondo. La città si trasforma completamente per prepararsi a vivere la festa dell’anno. Una maratona che almeno una volta nella vita dovrebbe essere corsa così come la visita di New York che può piacere o no ma comunque. è talmente particolare che non può non essere visitata. La New York Marathon più che una corsa è un’esperienza di vita. La corsa è la più bella metafora della vita. Aveva ragione Emil Zatopek a dire che ‘’Se desideri vincere qualcosa puoi correre i 100 metri, se vuoi goderti una vera esperienza corri una maratona.”

Essa è un giorno di gaudio non solo per le migliaia di podisti ma anche per coloro che attendono ai lati delle strade a incoraggiare senza sosta facendo un tifo da stadio. I lunghi momenti di solitudine del maratoneta   che, solo chi corre può capire, vengono leniti da questa partecipazione smisurata   che fa trovare dentro ogni corridore le risorse per resistere alla fatica e continuare ad andare avanti fino alla fine. A differenza di quanto si creda essa non è la più antica e non è neanche la più veloce ma senz’altro, la più importante e prestigiosa, quella che ogni podista vorrebbe poter correre almeno una volta nella vita. New York non si fa certo per realizzare il personale per questo, ci sono tracciati molto più veloci e scorrevoli come Berlino o Londra. Le decine di migliaia di podisti che all’alba della prima domenica di novembre si concentrano a Staten Island sulla linea di partenza, al cospetto del Verrazzano Bridge cercano altro. Cercano l’emozione di trovarsi dentro un film, di correre su strade che fanno parte dell’immaginario collettivo dell’intera umanità. Il percorso è in linea, parte da Staten Island per arrivare all’interno di Central Park.

E non è neanche una maratona facile per una serie di fattori: il meteo che potrebbe essere avverso e quindi freddo, vento, pioggia etc.,la complicatissima organizzazione che costringe il runners ad una sveglia prima della alba per poter poi correre alle   11, i controlli di sicurezza molto stringenti e snervanti. Per non parlare del fondo del percorso che non è assolutamente semplice con tanti tombini, avvallamenti e buche. Anche l’altimetria, sebbene sia prevalentemente pianeggiante, presenta alcuni tratti di salita abbastanza impegnativi, e non solo nel tratto finale in Central Park.

Il preambolo è stato pur troppo lungo, veniamo ora alla cronaca e questo, quello che ci interessa di più: all’arrivo nella metropoli vengo pervaso da due sensazioni, pur trovandomi in un luogo quasi sconosciuto mi sento a casa, tutto ciò perchè qui si respira un mix di adrenalina e felicità dovuta all’evento, perché la maratona di new York è la maratona.

Il venerdì mi catapulto di prima mattina   nel centro della Grande Mela, Manhattan per assaporarne subito quelle sensazioni che solo una città come questa può dare con i suoi infiniti set di film famosi. Cammino per ore senza rendermene conto, visito il M.O.M.A., passeggio per Central Park ove mi torna alla mente il film ‘’Love Story’’, percorro la Quinta Strada, giungendo alla Grand Central Terminal, la più grande stazione ferroviaria del mondo. In quest’ultima è un continuo susseguirsi di emozioni che provengono dall’architettura che richiama gli stilemi del Beaux Art ma soprattutto, perché è stata la location ideal di moltissime pellicole tra le quali, due fra tutte ‘’Intrigo Internazionale’’ con Cary Grant e ‘’ Carlito Way’’ con Al Pacino e poi Rockefeller Center, il Palazzo dell’ONU, salgo su l’Empire State Building godendo della vista dello skyline forse più bello di New York, e poi Wall Street, Times Square e il World Trade Center, bellissimo nella sua immensa tragicità. Quando sono fuori per le gare cerco un po’ di godermi la città perché come al solito, provo a fare sempre il massimo per non avere rimpianti, penso sempre: ‘’ e se in futuro non dovessi avere la possibilità di rivivere queste esperienze’’.

Così all’ indomani visita della Statua della Libertà, simbolo di New York ed Ellis Island dopo di chè, prendo quel intrigo di tunnel che chiamano   metro   per catapultarmi all’Expo della maratona per assolvere il rito del ritiro del pettorale.

Il Jacobs K. Javits Center è un centro congressi tutto in cristallo, entro e mi rendo subito conto di trovarmi nella cattedrale del runner; decine e decine di stand di ogni azienda sportiva tecnica. La prassi per il ritiro del bib number come lo chiamano qui, è velocissima, tipica dell’organizzazione americana. Mi rendo conto che tra le mani non ho il pettorale di una maratona, ma ho il pettorale della Maratona per eccellenza, seconda forse solo a quella olimpica.

Una cena presso un locale di Church Street con Domenico, Mauro e Massimiliano incontrati nel frattempo e subito a nanna per una notte, di quiete (si spera) prima della tempesta.

Qui a New York è anche cambiata l’ora, per cui riposerò un’ora in più, e la “notte prima degli esami”, riesco a gestire la tensione ed a rilassarmi ma non a dormire un sonno profondo. La giornata inizia prestissimo con la sveglia alle 04.40 e appuntamento alle 05.30 nella hall dell’albergo per avviarci tutti insieme a piedi vista, la brevità del percorso verso Battery Park da dove, partono i traghetti per Staten Island. Dopo il primo di tanti controlli di sicurezza da parte dell’esercito, saliamo sul battello, ci aspetta mezz’ora di navigazione, scortati dal un mezzo della Guardia Costiera. Durante la traversata io e gli altri centinaia di runners ci godiamo i primi raggi di sole che iniziano a colorare di arancione i piani più alti dei grattacieli ancora dormienti, ci godiamo la sky line di Manhattan da un punto di vista che la maggior parte dei turisti non può avere. Il tempo di scorgere in lontananza la Statua della Libertà e sbarchiamo in un piazzale dove rimaniamo a lungo in fila in attesa dell’autobus che, attraversando il distretto di Staten Island, ci porterà in un enorme piazzale, ai piedi del ponte di Verrazzano dove si trova la linea di partenza.

Quello di Verrazzano è il più lungo ponte d’America e collega attraversando l’Hudson, Staten Island a Brooklyn. Come tutti i ponti di New York è molto arcuato per consentire il passaggio delle grandi navi. Esso prende il nome dal navigatore fiorentino, Giovanni da Verrazzano, approdato per primo nel 1524 sulle rive dell’Hudson e non presenta marciapiedi, essendo stato costruito negli ‘Anni 60’ esclusivamente per il passaggio delle auto. Considero che sono da poco passate le sette e mezza, sto in piedi da tre ore e ancora mancano due ore e mezza per la partenza. Siamo fortunati perché la giornata è fresca ed il vento leggero. Sono dapprima in compagnia di Clotilde, passiamo il tempo bevendo the e mangiucchiando qualcosa, poi un attimo per depositare sul camion dell‘UPS la busta con gli indumenti, che ritroveremo all’arrivo di Central Park ed entriamo unitamente a Pasquale, Andrea, Nicola, Mario, Andrea, Mauro, Elio e Martina che nel frattempo, ci hanno raggiunti, nel ‘’nostro’’ ‘corral’, la griglia di partenza, posto all’inizio del ponte. Ora l’adrenalina comincia a salire, mancano pochi minuti, una cantante intona l’inno americano, tutti i poliziotti con la mano sul cuore, da brividi…che Nazione: partiti. La gara imizia con una salita lunga circa un miglio che però non si avverte perché le energie sono ancora intatte; mi godo il paesaggio fantastico grazie alla splendida giornata di sole ed alla visibilità eccellente, il cielo è terso e blu e sembra di stare in alta montagna. Il fenomeno è dovuto anche al vento che pulisce l’aria da ogni tipo di foschia.

La vista è mozzafiato, sulla sinistra appare l’incanto dei grattacieli di Manhattan con tutta la loro maestosità sulla destra, Long Island. Inizio a fermarmi per fare le riprese tutto tondo, nel monitor della mia telecamera appaiono i miei compagni immersi nella folla infinita di corridori ma anche in lontananza Manhattan, ed i quartieri ad Est. Nel frattempo gli elicotteri della polizia volando bassi, ci caricano il morale. A metà ponte la strada spiana e inizia la discesa. Si arriva sulla terraferma ove ci immergiamo in un crescente frastuono. Usciamo dal ponte e ci congiungiamo con i runners che sono partiti nella parte inferiore di questo e, dopo un paio di curve a destra prima e a sinistra poi, una folla composta e poco rumorosa con i loro abiti neri, i cappelli larghi e i riccioli lunghi ci ricorda che siamo entrati a Williamsburg quartiere ebraico ortodosso. Quartiere molto giovanile, caratterizzato dalla presenza di graffiti sui muri, murales e pubblicità sulle pareti dei palazzi. E’ impressionante e piacevole al tempo stesso, è il popolo di Brooklyn che ci accoglie: migliaia di persone accalcate sul bordo della strada che urlano, applaudono, protendono le loro mani   per toccare i loro eroi ciò, mi crea un po di imbarazzo. Sono abituato a correre in città come Roma dove, tuttal’più si riceve qualche incoraggiamento e solo in pochi tratti del percorso. Per non parlare degli apprezzamenti poco carini degli automobilisti per aver intralciato il loro percorso magari per andare al centro commerciale di turno. Qui si tratta di un tifo allegro, spensierato rumoroso, divertente, giocoso che mi accompagna per tutti i 42 chilometri del percorso. La musica è ininterrotta, si incrociano band che suonano musica rock, canzoni che mi riportano ad un tempo che fu ai mitici agli anni 70’e 80’, Sento chiamare centinaia di volte il mio nome e quello dell’Italia che porto stampati sulla maglietta: ‘’Paolo’’,’’Italia’’. Centinaia di mani si protendono.’’Batto il ‘cinque’’’, vedo migliaia di volti sorridenti. Volti di persone sconosciute che in quel momento sono lì per me: uomini e donne, bambini e anziani, tantissimi giovani, di tutte le etnie e di tutti i colori. Chi porge una banana, chi fazzolettini per asciugare il sudore. Tutti sorridono e io spesso abbandono la traiettoria migliore   per avvicinarmi a loro, per muovermi con loro, per farmi trasmettere quella magica energia che ti fa ‘’ volare’’. Il percorso tocca tutti e cinque i distretti di New York. Dal ponte di Verrazzano si prosegue per Brooklyn per risalire poi verso nord ed arrivare nel Queens, e da qui attraversare il temutissimo ponte di Queensboro ed entrare una prima volta a Manhattan percorrendo la Prima Strada. Indi si punta ancora a nord per raggiungere il Bronx, per poi rientrare a Manhattan attraverso Harlem e puntare prima sulla Quinta Strada e poi su Central Park, con i suoi insidiosi saliscendi per tagliare finalmente il traguardo.

Entriamo nella 3a e 4a Avenue, un tratto di circa 3 km perfettamente dritto che mi permette di osservare la folla oceanica di runners che mi precede e mi segue, senza contare l’orda di persone che ci spronano e ci fanno a volte anche sorridere, con i loro incredibili cartelloni.

Scatto fotografie e riprendo tutto a più non posso per poi, riassaporare quest’emozione una volta tornato a casa e condividere queste gioie coi i miei cari ed i miei amici. Il tempo scorre, la carica della batteria della mia action cam si sta riducendo in maniera impressionante, gli attimi da cogliere sono infiniti e per poter riprendere anche gli ultimi momenti cerco di risparmiare la carica della telecamera. Ma in un punto nel Queens in cui la strada si restringe, la gente accalcata ai bordi mi sta addosso, arriva a sfiorarmi tanto che riesco quasi a coglierne il respiro. Mi paragono a quei i ciclisti che, nei tapponi di montagna fendono le ali di folla e vengono quasi assorbiti da questa che in un tutt’uno li sospinge al traguardo. Ma la Maratona di New York non è la Cima Coppi, il Galibier, l’Izoard   dei podisti? Il livello dell ‘organizzazione è altissimo, tipico degli americani. I ristori sono posti sia sul lato destro che sinistro a partire dal 3° miglio e ogni 3 km ed i volontari, sempre efficienti protendendo i bicchieri di Gatorade. Sono sempre disponibili a venirci incontro cercando di risolvere qualsiasi problema, fornendo acqua, solidi o anche una semplice pacca sulle spalle. I balconi delle palazzine tipiche di New York , con l’ingresso rialzato, le scale di emergenza a faccia vista, sono ricolme di persone, soprattutto bambini che ancora risentono del clima della festa di Halloween appena passata   con il loro costumi alquanto spettrali. Per le strade osservo gente di ogni nazionalità; italiani, messicani, indiani, neri, cinesi etc e mi chiedo come l’uomo possa far del male, combattere le guerre e uccidere per denaro, fama, potere od altro, e poi con una semplice Maratona riesca ad unire culture, popoli e religioni di tutto il mondo. Anche questo è il miracolo dello sport!

Al decimo km iniziano le prime salite e le conseguenti discese, una di queste è Lafayette Avenue, con il pubblico che letteralmente ci sbatte addosso tanto è vicino. Superata la mezza, giungiamo al famoso Queensboro Bridge, ponte che si corre per la prima parte in salita e al coperto, essendo il tetto del ponte la parte inferiore della strada. Il pubblico in questo tratto è assente, e si corre in perfetto silenzio, con il solo rumore delle scarpe sull’asfalto meditando dentro se stessi e godendosi il tutto. Inizia il tratto pianeggiante e ci approssimiamo alla fine del ponte. Qui una vertiginosa discesa precede una curva a gomito sulla sinistra. Ci accoglie un boato vertiginoso. Passiamo sotto un ponte della ferrovia, in ombra. Mi torna alla memoria la scena del ’’Il Gladiatore’’ in cui, Massimo Decimo Meridio in attesa, nei sotterranei del Colosseo ascolta la folla tonante nelle tribune che attende con bramosia che inizi lo spettacolo sanguinario; al suo apparire è tutto un tripudio!

Ci sono poi tre miglia di rettilineo e dopo l’ennesimo piccolo ponte, entriamo nel Bronx. Qui una signora abbastanza anziana mi offre un arnese, tipo matterello per la pasta, serve per ‘’rullare’’ le gambe, lo uso e fa veramente effetto! Ritemprato lascio il Bronx avviandomi verso Manhattan; attraverso l’ultimo ponte, per salire verso la Quinta Strada e da qui Central Park, è un saliscendi che   presenta varie curve ma la bellezza del percorso mitiga le difficoltà dello stesso. Con la sua ricca scala di colori e di tonalità calde, regala paesaggi capaci di ammaliare con la loro bellezza e di attrarre sguardi pieni di incanto.

Siamo fortunati perché la maratona si svolge in questo periodo in cui si può osservare il ‘’foliage’’, letteralmente “fogliame” ossia il fenomeno di cambiamento della natura che si verifica ogni anno durante la stagione autunnale. In questo processo di trasformazione, le foglie degli alberi dal colore verde iniziano ad assumere colori caldi: dal giallo, passando per l’arancione, fino ad arrivare alle differenti gradazioni di rosso e di marrone. E’ così che si preparano a cadere!

Questo enorme rettangolo verde è parte integrante e pulsante della città, non so come dire, ma secondo me fa parte dello spirito newyorkese. Qui i grattacieli spuntano tra gli alberi creando un contrasto davvero suggestivo.

Manca un miglio all’arrivo, vengo attratto dalla linea del traguardo come fosse essa una calamita, aumento la velocità superando decine di runners partiti nella batteria precedente alla mia, i cosiddetti dal buon Pizzolato morti o zombi tra le foglie secche degli alberi in perfetto stile “Autumn in New York” e i bicchieri dell’ultimo ristoro. Devo stare attento a non scivolare sull’acqua versata. Attraverso il Gapstow Bridge, ponte in pietra, costruito nel 1896, estremamente suggestivo così come il laghetto circostante, The Pond e percorro la 59a Strada.

Mi commuovo, mancano circa 800 metri ma, qualche cosa va storto; nello sfilarmi dagli atleti che si trascinano al traguardo mi accosto troppo alle transenne cadendo letteralmente di peso e sbatto letteralmente il grugno e il ginocchio sinistro. Non se ne parla proprio di fermarmi e proseguo leggermente dolorante. Una curva secca a destra e scorgo le gigantesche tribune zeppe di gente festante. Uno scatto finale uno sguardo al cielo ed è fatta! Ho tagliato il traguardo in 4 ore e 32 minuti. Non mi importa del tempo che sarebbe potuto essere inferiore, ho corso la ma-ra-to-na di New York e me la sono goduta, è questo che conta! Ho davvero realizzato un sogno, forse il sogno che tanti vorrebbero raggiungere; IL SOGNO AMERICANO. Per concludere posso fare una piccola considerazione: questa, come tutte le altre maratone ci insegna che niente è regalato e che non bisogna tralasciare nulla, altrimenti si rischia di cadere, ci insegna a non mollare mai, ci insegna a vivere. Grazie a questo sport ho imparato a soffrire, a sopportare il dolore sia fisico che mentale, ho imparato a non mollare quando tutto sembra finito, perché in fondo al tunnel c’è sempre la luce;

grazie alla corsa ho imparato che non bisogna mai esultare   quando   le cose vanno bene, perché si potrebbe cadere in qualsiasi momento;

grazie alla corsa ho imparato a non abbattermi mai, perché da un momento all’altro   si può gioire per qualcosa di bello;

grazie alla corsa ho imparato a camminare a testa alta e guardare negli occhi le persone.

La corsa è una metafora della vita.

 

                           PAOLO REALI

 

Filmato : https://youtu.be/ooAPx_uPcpo

 

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