Parto con l’obiettivo di terminare “senza morire” entro il tempo limite; al via circa 1200 podisti di cui solo 500 maratoneti. Allo sparo inizio alla grande e dopo 4 km mi rendo conto che sto andando troppo forte. Rallento e verso il 6° km vengo affiancato da un’ambulanza; la graziosa infermiera si sporge a controllare il colore del mio pettorale e per essere più sicura mi chiede: “Mò senti ‘n po’: fai la lunga o la corta?” “La lunga” “Ah …” “Perché, sono l’ultimo?” “Nooo … ce ne sono tanti di dietro…” ma è una tenera bugia. Quelli dietro stanno tutti correndo la mezza e lei ha individuato il “cliente” da seguire.
Continuo tranquillo; davanti a me un gruppetto sgranato con un passo simile al mio, dietro … l’ambulanza, seguita da uno nutrit manipolo di tapascioni.
Al 9° km passiamo vicino alla partenza e, come concordato, Maria Grazia è lì che mi aspetta; sto andando bene, sono in linea con la mia tabella dei tempi; le lascio il kway perchè sta uscendo un bel sole che riuscirà perfino a scottarmi la pelata; proseguo tranquillo.
Alll’11° km c’è la deviazione della mezza ed il gruppetto che mi precede svolta compatto a destra; quelli che mi seguono pure; mi ritrovo completamente solo: davanti a me il vuoto! Dietro pure! C’è solo l’ambulanza che mi marca stretto col rumore sordo e “minaccioso” del motore diesel al minimo e della ventola che entra continuamente in funzione!
Vado in crisi nera; le gambe non girano più; il percorso non aiuta; la strada è in leggera ma costante salita; la testa non c’è e le gambe neppure. Crisi nera; ogni tanto l’ambulanza mi accosta e l’infermierina mi chiede premurosa “Mò ce la fai? Vuoi continuare? Mò se ti serve qualcosa chiedi pure, siamo qua apposta”. Sono vicino al ritiro ma tengo duro.
E c’ho anche le vescica piena; dovrei fare un pit-stop ma, cribbio, come faccio a fermarmi con l’ambulanza che mi tallona e l’infermierina che mi cura con sguardo amorevole e protettivo!
Al 20° km, all’ingresso del centro storico di un borgo la “mia” ambulanza viene sostituita da un apecar; è il momento peggiore perché alcuni volontari sul percorso mi gridano “At ‘sè l’ultim! Mò ritires ca l’è mèj!” Sono parole che fanno male e non in linea con il comportamento di tutti gli altri addetti al percorso. Mastico amaro ma proseguo.
All’uscita del centro abitato l’omino dell’apecar si ferma, scende fischiettando e, fingendo di osservare la campagna, con noncuranza mette mano alla patta. Dice il saggio: “E chi non piscia in compagnia …” Ahhh che goduria! Riparto alleggerito, supero la mezza in 2h 30′ e vengo di nuovo raggiunto dalla mia ambulanza.
La mia infermierina mi sorride e mi sussurra: “Mo scèi proprio un bel crapone vè. Mo vai che oramai non ti ferma più nesùno”. Non so come l’abbia capito, ma qualcosa è scattato dentro la mia crapa; chissenefrega se sono ultimo, io questa gara la finisco! Riprendo fiducia, le gambe girano meglio; un pò corro, un po’ cammino; siamo in leggera discesa; i km passano veloci e senza problemi. Ai ristori del 25° e 30° scherzo coi volontari; scambio battute; mi offrono frutta, uvetta e anche … pane e salame. Sono proprio simpatici e generosi.
Attorno al 34°km, come direbbe Aldo: “Non ci posssso crrredere!!!” All’orizzonte scorgo la sagoma inconfondibile di un altro tapascione che mi precede di poco, in evidente difficoltà. Un miraggio dopo 25 km di traversata solitaria del deserto: qualcuno nel mirino da andare a prendere! Al ristoro del 35° km festa grande con le simpatiche signore. Uè! ma di belle rèzdòre con un porompompero così, la mamma non ne fa mica più!
Mi disseto con calma e pregusto il sorpasso. Riparto con grinta e sferro l’attacco. Lo raggiungo e lo stacco senza problemi. Come si faceva in un gioco da bambini gliela passo; “Tua” “Ce l’hai” “Ta ghè l’è”. “Ciapa su e porta a cà”
Ciumbia! Però devo mollargli anche la “mia” ambulanza e, non ci crederete, mi spiace un sacco! Mi ci ero così affezionato! Sono preceduto da un poliziotto in moto che mi scorterà fino all’arrivo facendomi attraversare tutti gli incroci senza problemi.
Poi, sorpresa! Verso il 38° km vengo di nuovo raggiunto dalla ‘mia’ ambulanza; in un primo momento rimango sconcertato. Uè! avrà mica fatto lo scherzo di ritirarsi e lasciarmi ancora ultimo?
Chiedo all’infermierina che mi rassicura; “Mò no siocchino! E’ arrivata un’altra ambulanza e ce l’abbiamo lassiata a lui. Così siam venuti a farci compagnia a te che sei il nostro coridore” Mi fa proprio piacere. Il sordo ronzìo del motore non è più un rumore fastidioso e mi piace pensare che tra me e la “mia” ambulanza sia nato un’affettuosa amicizia.
All’ultimo km vedo in lontananza la sagoma inconfondibile del corpaccione di quel toscanaccio del Rosati. Noi pantegane delle retrovìe ci si riconosce a distanza. Lo vedo barcollare in crisi e cerco di beccarlo, il traguardo è molto vicino ma ce la posso fare, poi lui mi vede e riprende vigore.
Mentre percorro “a passo trionfale” il tappeto rosso dell’arrivo nella piazza principale mi sale in gola un urlo liberatorio; la gioia è incontenibile; tagliare il traguardo di una maratona, anche se non sei tra i primi, è una soddisfazione che solo i maratoneti possono capire. Mando un bacio a Maria Grazia che mi aspetta trepidante.
Al traguardo mi coccolano come se fossi il vincitore; mi coprono con il telo; mi mettono al collo un originale medaglione di vetro; mi tolgono il chip. Il tempo? Guardo il cronometro e leggo 5h 7′ 48″; a voi verrà da ridere ma il mio miglior tempo era 5h 15′ dell’anno scorso. Chiedetemi se sono felice?
Vado ad abbracciare l’infermierina e saluto la “mia” ambulanza. Abbraccio il Rosati ed aspettiamo l’ultimo. E’ uno del luogo e lo attende un tifo da stadio. Lo festeggiamo anche noi. Gli autobus del servizio navetta non ci sono più ed allora ci fanno salire su una pantera della Polizia che parte a sirene spiegate; siamo io, Maria Grazia ed il Rosati che mi guarda e mi fa “O grullo” O ‘he tu pensavi ‘he ‘ùn t’avessi visto ’arrivavi a prendermi con dietro l’ambulanza de l’ultimo? ‘un ce n’avevo più ma ‘or ‘avolo ‘he mi facevo ripiglià!”
P.S.
Anche oggi il “ristoro” era ottimo ed abbondante!






