piccolo avamposto umano
che resiste alla forza del fuoco, con la famosa finestra a cui si è
addossata e solidificata la massa lavica; e poi altre piccole colate attive
(viste da lontano), i fumi, il calore sprigionato dal terreno. E, al termine
di tutto, in una torrida giornata di fine agosto, la fuga precipitosa sotto
una grandinata violentissima che quasi ci distrusse la macchina (a noleggio
e, per fortuna, con assicurazione completa). E giunti avventurosamente in
fondo alla discesa, di nuovo un sole cocente come se niente fosse successo;
con l’addetto al noleggio dell’aeroporto di Catania che non voleva credere
alla storia della grandine… finché non gli abbiamo detto che eravamo al
rifugio Sapienza… e allora, con un sorriso, ha capito e si è convinto:
sull’Etna tutto è possibile.
Oggi non sono in Sicilia, ma il caldo non scherza. Da qualche giorno ho
iniziato le mie ferie e sono in Liguria, a Pairola, una frazione di San
Bartolomeo al Mare, per fare un po’ di compagnia a mia madre. In questo
week-end la cappa di caldo afoso non molla neanche la notte: non una bava di
aria e nella casa arroventata dal sole diurno non trovi sollievo neanche
tenendo le tapparelle alzate con finestre e porte spalancate a cercare di
creare un giro d’aria che non esiste.
Alle 6.30, stanco di rigirarmi su un lenzuolo fradicio, mi alzo, faccio una
doccia gelata, mi vesto ed esco a correre sperando di approfittare di
temperature più clementi e, soprattutto, delle ombre che il sole, ancora
basso dietro le colline, non ha ancora scacciato.
Gli altri, beati loro, dormono e non si accorgono della mia uscita. Farò a
tempo a rientrare, fare una seconda doccia e prepararmi la colazione, prima
che qualcuno emerga dalle sue stanze.
Per celebrare degnamente la conclusione delle Maratone della Speranza,
decido di regalarmi una di quelle zingarate all’avventura che amo tanto, per
cui abbandono i soliti itinerari e mi porto nella Valle Steria per la via
più breve, la ripida discesa che porta al cimitero (e che io chiamo “salita
del cimitero” visto che nei miei allenamenti sono uso farla al contrario).
Una volta giunto in “valle” (70 metri più in basso) svolto deciso a sinistra
in direzione dell’entroterra e di Villa Faraldi. Sono circa 6 km di salita
con pendenze via via crescenti. L’obiettivo ambizioso è farli tutti e andare
“oltre”, per vedere cosa c’è dopo. Sembrerà strano, ma in circa 20 anni che
abbiamo casa qui sarò andato 3 volte a Villa Faraldi senza mai proseguire
oltre: due volte in auto (uno dei primi anni) e una volta in bici con mio
figlio. Un paio di altre volte, sempre in bici, ho ripiegato per deviare su
Riva, la frazione più bassa.
Anche oggi Riva costituisce la prima “uscita di sicurezza”: se proprio non
dovessi farcela, mi fermerò qui dopo i primi 4 km di salita (i più leggeri)
e farò dietro-front. Ma non posso nascondermi che oggi l’ambizione è ben
altra.
L’allenamento delle scorse settimane in Valle d’Aosta paga bene. Nonostante
il caldo umido e salmastro tipico di questa zona di mare in assenza di
vento, procedo tranquillo senza affanno, favorito, questo sì, dal ritmo
basso e dal percorso ancora interamente in ombra.
Poco prima del bivio per Riva le pendenze iniziano a farsi sentire, ma
quando arrivo all’incrocio non ho esitazioni a tenere la strada principale.
Il primo passo è fatto; ora so che in qualche modo arriverò su a Villa
Faraldi.
Subito dopo l’incrocio, un tornante (il primo dei tre che portano al paese,
segna un nuovo aumento di pendenza. Non mi scompongo e proseguo tranquillo.
I problemi (si fa per dire) iniziano al tornante successivo. Qui il bosco e
la sommità della collina non fanno più schermo ai raggi del sole che, pur
ancora basso, inonda già la strada. Si tratta però di tenere duro ancora per
1 km circa, tra l’altro avendo superato le pendenze più ostiche.
Infatti, ben presto sono in vista le prime case del paese e, poco dopo, vedo
avvicinarsi il tornante che immette nel centro abitato. Qui è un altro
bivio: l’ultimo snodo di scelta. A sinistra si prende per la frazione di
Deglio e, con un anello di circa 4 km, si riscende a Riva… è la strada che
feci una decina di anni fa in bici con mio figlio Matteo. A destra, invece,
è il mio vero obiettivo: andare oltre su strade inesplorate. Attraversato il
paese la strada prosegue più o meno in costa raggiungendo due altre
frazioni, Tovetto e Tovo, e poi dovrebbe scendere a raggiungere Chiappa,
frazione di San Bartolomeo situata nell’omonima valle. Da lì potrei chiudere
l’anello scendendo su San Bartolomeo e raggiungendo nuovamente Pairola.
Uso il condizionale perché tutto questo l’ho visto sulla carta o, meglio, su
Google Maps: non solo in 20 anni e passa non sono mai andato oltre Villa
Faraldi, ma non sono neanche mai salito a Chiappa da San Bartolomeo. Anzi,
dirò di più, 20 anni fa, le frazioni dei due comuni (Tovo e Chiappa) erano
collegate da una interpoderale sterrata (poco più di un sentiero)… così
dicono le cartine del tempo che mia mamma conserva ancora gelosamente.
Arrivato al tornante in questione sono un po’ stanco, ma l’attrazione per
l’ignoto e la ragionevole certezza che la salita è finita sono due calamite
irresistibili e così, ancora senza esitazioni, scelgo di mantenermi sulla
strada principale. In breve attraverso il paese: tutto arroccato su questo
sperone di collina, tenendosi sulla principale lo si attraversa in 500
metri. Passo davanti al Municipio e alla parrocchiale di San Lorenzo. Penso
che domani è San Lorenzo, ma non vedo alcun segno di festa: o non è il santo
patrono o è un’altra vittima del covid come tante delle nostre Maratone.
Uscito dal paese ho la gradita sorpresa di scoprire un lungo tratto
pianeggiante a mezza costa. Qualche appassionato runner l’ha anche misurato
con tacche ogni 100 metri segnando un 1500 ottimo per allenarsi (peccato che
sia un po’ scomodo da raggiungere: o la macchina, o 6 km di salita).
Al termine di questi 1500 metri si arriva alla frazione di Tovetto… e
chiamarla frazione mi pare una esagerazione. È vero che ci sono passato di
corsa, ma avrò contato 4 o 5 case tutte addossate su una curva. Forse
sarebbe più corretto fare come nel comune di San Bartolomeo, dove questi
agglomerati sono chiamati “borgate”, ma paese che vai…
Fatte due curve e arrivo a Tovo Faraldi. E qui nulla da dire. Anzi, sarà
forse un effetto della dorsale più ampia, ma mi pare quasi più grande del
capoluogo. Per attraversarlo supero le ultime pendenze e, in corrispondenza
del mio 9° km di corsa, sento finalmente che il terreno sotto i piedi si
abbassa indicando che è iniziata la discesa. Del resto, consultando le info
sull’altitudine (internet è una miniera) avevo visto che Tovo era pochi
metri più alto di Villa Faraldi, mentre Chiappa è decisamente più in basso.
Purtroppo tutta la tecnologia che offre la rete non mi aveva preparato alla
sorpresa che mi attende di lì a 1 km. infatti, mentre sta scattando il km 10
ecco che la strada torna a salire. Alla fine saranno “solo” 800 metri o poco
più, e per di più ingentiliti da romantiche panchine, panorami spettacolari
sul golfo dianese, cuoricini dipinti sulla strada e fumetti de “la linea”
(per i fans di Carosello, ricordate la pubblicità della Lagostina?) in una
sorta di sentiero illustrato… ma sono sempre 800 metri di salita imprevista.
Stoicamente decido di proseguire senza farmi abbattere (e potrei fare
diversamente a 10 km da casa?) e, seppur con un po’ di fatica in più
rispetto a prima, arrivo a un ultimo belvedere che sembra segnare la fine
del percorso illustrato. Subito dopo la strada inizia a scendere con
pendenze decisamente superiori a quella da me affrontate in salita (a mia
consolazione e quale monito a sconsigliare una salita al contrario).
Confidando nell’assenza di ulteriori sorprese mi lancio in discesa, curioso
di scoprire, dietro ad ogni curva, le prime case di Chiappa. In realtà
queste si fanno attendere più di quanto mi aspettassi e appaiono quasi
all’improvviso all’uscita dall’ultima curva nel bosco.
Purtroppo, per un bel pezzo, questa sarà anche l’ultima curva all’ombra. La
conca in cui si adagia Chiappa è già in pieno sole e, pur non essendo ancora
le 8.30, inizia già a farsi sentire. Dovrò scendere un bel po’ (e con la
gola riarsa per la mia usuale idiosincrasia a uscire portandomi da bere)
prima di ritrovare qualche tratto in cui le piante o la conformazione della
valle mi offrano nuovamente un po’ di umbrifero sollievo.
Tra l’altro la discesa mi sembra ripida, interminabile e piena di tornanti:
è proprio fuori da qualsiasi ipotesi pensare di affrontare l’anello in senso
inverso.
In qualche modo arrivo alla borgata San Simone che segna la fine della
discesa e l’arrivo in valle Steria. Sono a poco più di 16 km; l’ambizione mi
suggerirebbe di risalire un pezzo di valle fino a San Matteo, passare
sull’altro lato, scendere a San Bartolomeo e risalire a Pairola. Non solo la
salita da San Bartolomeo è la meno ripida, ma così completerei addirittura
una mezza maratona. Le gambe e il fisico però sono di opinione diversa.
All’improvviso si accende la luce rossa fissa della riserva e faccio fatica
a risalire per la via più breve (ma ripida) da cui ero sceso: la salita del
cimitero.
In ogni caso sono contento dell’uscita: ho scoperto un percorso nuovo nel
modo che mi piace di più, con una corsa di esplorazione. Quando a casa ho
raccontato dove ero stato, nessuno voleva crederci e, soprattutto, che
l’avessi fatto di corsa. Certo, non ho raggiunto tutti gli obiettivi che mi
ero prefissato, ma… in fondo è un po’ come il bilancio di queste 20
maratone.
Ho scoperto percorsi nuovi, amici nuovi ed esperienze nuove. Ho esplorato
(saggiato) un mondo nuovo, sconosciuto e affascinante come quello delle
maratone e delle ultra. Ho coltivato la speranza e l’ambizione. A ogni
bivio, a ogni tappa ho fatto scelte che mi avvicinavano all’obiettivo. A un
certo punto ho persino sognato di riuscire a coronare il sogno della mia
prima maratona nel corso di una di queste 20. Così non è stato (come oggi
non sono arrivato a correre una mezza), ma non per questo è stato un
fallimento… anzi.
in questi mesi abbiamo condiviso esperienze, emozioni, ricordi, dapprima
timidamente, quasi in sordina, poi in maniera travolgente. Ma non ci siamo
fermati a quello. Abbiamo donato ben più che i nostri pensieri, con una
raccolta che non ha pari. E soprattutto abbiamo seminato speranza, a partire
dai giorni bui in cui eravamo chiusi in casa e poi avanti, settimana dopo
settimana, seguendo gli alti e bassi di questa lunga emergenza.
Ora siamo arrivati al traguardo. Ma il traguardo non è mai la fine. È
l’arrivo di una tappa e la partenza per una nuova avventura. Quelli come noi
che corrono lo sanno bene: cinque minuti dopo l’arrivo siamo già col
pensiero alla prossima gara, alla prossima sfida. Abbiamo seminato la
speranza, ora è il momento di coltivarla, farla crescere e realizzarla… io
ho già cominciato.



