Inizia il briefing Sandro, distribuisce il roadbook che dovremo studiare alla perfezione per non incappare in spiacevoli inconvenienti.
Secondo le previsioni meteorologiche il peggio arriverà da mezzogiorno, la partenza non è bagnata anche se sin da subito troviamo il fango. Al contrario delle previsioni, tutto sommato Giove pluvio è benevolo. Alla pioggia seguono schiarite che ci permettono di ammirare gli splendidi scenari lungo l’itinerario che si snoda incassato tra due alti parete di tufo che superando il Fosso del Manganello attraversa Via degli Inferi, un canyon artificiale scavato dall’uomo per livellare i solchi provocati sul piano tufaceo dal passaggio dei carri in entrata e in uscita dalla città.
Alte pareti tufacee incorniciano la strada costellata da tombe rupestri o a semidado (cioè tombe a dado in parte scavate nella roccia e in parte costruite in blocchi) in un susseguirsi di scale, necessarie per accedere alle tombe che si trovano più in alto, e di piazze, sulle quali se ne affacciano altre senza soluzione di continuità. Lo spettacolo è da togliere il fiato. Dopo aver attraversato il bosco, raggiungiamo la caldara di Manziana che rappresenta l’unico luogo ancora attivo dell’attività vulcanica della zona con le sue polle che sprigionano zolfo il cui odore è molto intenso. Al di là delle rarità botaniche a queste latitudini, quali la betulla bianca, la parte centrale di questa caldara presenta un piccolo geyser di acqua ribollente in continuazione ed attorno varie polle di acqua sulfurea.
La presenza di cavalli e buoi al pascolo creano un atmosfera a dir poco idilliaca che ci riporta a quell’immaginario campestre, quando le campagne erano luoghi ameni abitati da allegri pastori e agricoltori.
Ai massi ricoperti di muschio da scalare più volte, si aggiungono guadi continui di vorticosi ruscelli con l’acqua fino alle ginocchia, e passaggi su rocce rese viscide dalla pioggia. E poi che dire della affettuosa accoglienza ai ristori sempre abbondanti e costituiti da prodotti genuini. Lungo tutto il percorso, Sandro e gli altri angeli custodi Roberto, Massimo ecc. si prodigano in tutti modi per indicarci la giusta via. Nulla fa presagire che tutte le difficoltà si sarebbero concentrate nell’ultima parte del percorso, quando Tolfa è alla vista dei nostri occhi e quindi alla nostra portata.
Si incomincia a percorrere in discesa e sotto uno scosciare di acqua, un basolato smosso dall’incuria dell’uomo e dal tempo, quel che doveva essere una strada medioevale ahimè trasformatasi per l’occasione in un torrente in piena e per giunta al buio. La speranza è che, alla fine di queste infinita discesa, possa esserci un tratto agevole anche se in salita. All’uscita del bosco ci attende invece uno scroscio di acqua eccezionale: al frastuono degli aerei che atterrano si aggiunge il boato dei tuoni e il cielo si illumina a giorno. Nell’oscurità dei campi vedo innanzi a me i compagni di avventura abbagliati dai fulmini. Sarà difficile per me e altri dimenticare queste saette che a pochi centinaia di metri si scaricano sui cavi dell’alta tensione. Il sentiero che percorriamo, questa volta in salita, sì trasforma in un torrente di fango.
Saliamo, saliamo, comincia a far freddo e le scarpe diventano pesantissime. Sandro ci rincuora gridando “manca poco”. È finita, dalle sagome degli alberi spuntano le luci del paese, ci viene incontro la figlia di Sandro accompagnata dall’immancabile Totò. È finita, è finita. Se mi chiedessero di rifarla, la rifarei, fantastica!
Clicca qui per le foto (di Paolo Reali)




