ISOLAMENTO, SOLITUDINE

Tutto sembra maledettamente complicato, irrazionale. Aprendo un altro testo, ecco la semplificazione nella linearità del pensiero, rivolto all’essenziale. Papa Francesco che  invita a pregare per le donne incinte ed ai loro figli nascituri, che incontreranno un modo diverso, che il Signore tanto amerà. I cinesi a Wuhan a ballare nelle sale pur con le mascherine, dopo avere cantato per due mesi e mezzo a squarciagola sui balconi.

Il cervello frulla a trottola, percependo il Corona Virus uscito, per errore, da un laboratorio scientifico di Wuhan, arrivato al mercato a provocare il primo contagio. Il buon Trump sta indagando, imitato da non pochi suoi pari, rivolti verso massimi sistemi destinati a trasformare il mondo in un novello Eden, dove tutti, vivranno felici e contenti. Intanto ricordiamo Camus, che, a proposito della peste diceva : “ Se è vero che questa porcheria, anche quelli che non ce  l’ hanno, la portano nel cuore”. Ci porteremo nel cuore, soprattutto tanti lavoratori invisibili delle nostre città, paesi, borghi, contrade. Tranvieri, poliziotti, addetti alle pulizie, tassisti, edicolanti, cassieri, volontari, camionisti, fruttivendoli, badanti, panettieri, insegnati, padroni delle piattaforme digitali. Grazie a Voi!

 Momenti di passaggio inediti, imprevisti, tragici, impensabili. Di norma, superati gli ostacoli, si valuta il percorso, rischi, difficoltà. Invece, questa è situazione da vivere, considerare al momento. Si cavalca l’inconscio, iniziale paura, poi terrore, sino al panico. Assuefazione al peggio, ognuno inserito in un immaginario collettivo catastrofismo senza limite. Tutti possibili inerti, predestinate vittime. Niente a che fare col paragone alla guerra. Non c’è nemico, calcolo, rischio da correre. Non ci sono armi; ma quale combattimento? Soltanto prostrazione, isolamento, distanze da mantenere contro un non essere, invisibile, impalpabile qual è un Virus.

Effetto negativo, debilitante è l’abitudine al non fare, agire, infine al non essere, nel senso di esistenza, prospettiva futura di vita normale. Debole la speranza, che riduce la forza di volontà. Restare a casa, resistere, quasi in finto combattimento, per dire, scrivere: “Ce la faremo”. Insomma: isolamento imposto dal caso. Unico salvagente la consapevolezza che si vivrà qualcosa di inedito, tuttavia non necessariamente diverso dal vissuto. Non voli low cost, l’ONU a preannunziare carestie, viaggi in treno, pulman con posti distanti, contingentati, maratone addomesticate ad evitare il rischio contagio dei Runners. Precaria fase transitoria tra la gestione del contagio e il tentativo di tenuta sociale ed economica. Ci attende un lungo trend di crisi poliforme; senza spirito etico, gioia di vivere, attenzione verso i deboli, il paese e il mondo ne usciranno definitivamente male. La solitudine porta a riflettere, correggere, pensare per coadiuvare nella ripresa. L’isolamento è badare, esclusivamente a se, precipitando senza ritorno. Solitudine, stacco dall’ ordinario, congiunzione del passato col presente, spesso, con amaro comparativo raffronto. Dante: “com’è duro salir le altrui scale, mangiar lo pane altrui” Ancora” il ricordarsi del tempo felice nella miseria”. Mi ha commosso, profondamente colpito il pensiero del compianto Maestro direttore d’orchestra Ezio Bosso: “Io non smetto mai di parlare delle radici che non solo un perno che va dentro, ma sono tanti rami che vanno in profondità”. Al compianto maestro pensavo durante i circa 8 km dentro Lecce l’altra mattina. Dalla periferia al centro vie, viali vuoti. La congiunzione del passato al presente, fondamentale al confronto temporale dell’essere, agire, esistere nella comunità. In due ore e mezza, ho visto Lecce simile a quella di oltre sessanta anni fa. Come per abbaglio, la circonvallazione tornata campagna, l’Hotel President svanito, all’orizzonte il maestoso convento francescano di Fulgenzio tra i campi. Piazza Mazzini tornata a zolle, sassi viscidi di pioggia. Il cinema Ariston, terminale di via Salvatore Trinchese. Era il 1956, io tredicenne a corsa campestre dall’ Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri A. Costa sino a Fulgenzio, bacchettato dal burbero prof. di educazione fisica Antonio La Torre, magistrale interprete di parallele ed anelli. Gia’ alunno di scuola media all’Oriani, istituto compreso tra via Libertini, Chiesa di Sant’ Irene e via Regina Isabella, con l’icona della Madonna Delle Grazie addobbata di fiori. La mia classe aveva finestra su Piazzetta Falconieri, la libreria Milella, che mi forniva sintassi, grammatica, storia e geografia, matematica. In corriera sgangherata De Vitis si arrivava a Porta Rudiae, via Vittorio Emanuele a piedi attraverso palazzi seicenteschi anneriti dalla fuliggine nel tempo, oltre Piazza Duomo altrettanto anonima, si raggiungeva L’ Oriani. La bellezza, solarità, splendore del Barocco leccese non ancora emerso dai lavori di restauro. Prima di entrare in classe, una visita a Piazza Sant’ Oronzo. Nei pressi il Calzaturificio di Varese e le ottime scarpe, che mia madre mi comprava a 8500 lire. Appresso, Campobasso con le borse in vetrina, il Cin Cin Bar e l’Alvino, la Banca Commerciale col suo maestoso orologio a prospetto, infine l’ Upim alla via Templari. Sempre presente “La Giulia” con i “ pampaugghi” tra le mani- grossa catena di ferro in mano- e il continuo, tintinnante suono della sue chiavi. La Giulia, povera martire, a subire le nostre angherie, che, pur tuttavia, insistentemente cercava. Gli anni tra il 1952 e 1960 della mia infanzia, riapparsi dal profondo del mio ippocampo celebrale alla vista di Lecce in questa mattina.

Guerra alle spale, il tempo in cui la gente aveva finito di avere paura, superato il limite della propria fragilità, si preparava timidamente a tornare a vivere, avendone certezza che il peggio era veramente andato. Era la mia infanzia, passaggio da un secolare mondo patriarcale, immutabile, ad uno stato nuovo di forza, volontà, cocciutaggine sofferta dei nostri genitori nel dare ai figli una vita nuova, diversa. Ogni mattina, la città riempirsi di ragazzi vocianti, sicuri nella spensieratezza di un rinnovato coraggio di vita. Oggi, la stessa città sola, solo il barocco splendente, sfavillante nei colori della pietra leccese illuminata, baciata dai raggi del sole in una sfavillante mattina di primo estate. Non ragazzi appesi a cartelle ricolme di libri. Viandanti quasi smarriti in anonime mascherine. Evaporato quel senso di sicurezza, onnipotenza per le supposte infinite risorse date dalla scienza, dalla tecnica, da un progresso apparentemente sempre galoppante. Strade vuote; si convive col sospetto, paura del domani, della notte, della morte. Segnati i perimetri delle strade, silenzio tombale nelle piazze. Necessitano urgenti correzioni di rotta: rivedere la ricerca sfrenata del profitto, del potere quale unico scopo dell’esistenza. Tornare ad essere consapevoli del limite umano. Non cessare di vivere, ma vivere, condividere i valori che ognuno deve ritrovare in se stesso, contemporaneamente trasmetterli. Lasciare l’isolamento, essere capaci di pensare, riflettere. Non vivere da soli, infischiandosene degli altri, del prossimo. Il diritto, dovere di salvarci in unione, non, egoisticamente, ognuno per proprio conto.

Pertinente, a compendio, la poesia del mio amico Sergio Calamo, che contrappone la festa, sconsiderata gioia di vivere, all’eterna tragedia dell’isolamento causato dalla povertà. Ma il povero, infine, perviene alla pace, serenità sempre, cocciutamente, cercata, sperata,  trovata.

         Nna matina te Pasca

           di Sergio Calamo

E ddha matina sunànu campane

L’aria te festa a ngiru s’etia,

tutti cangiati cu a nfacce allegria,

nnu nunnu cercava nna stozza te pane.

Sulu, strazzatu, cu a ncoste nnu cane,

e a ccinca passà cu nnu filu te uce

tecia: a mmie me manca sulu la cruce,

suntu malatu, sta mmueru te fame.

Passa nnu striu, li uàrda. Iddhu tace.

Se cua e nni lassa nna cosa tuce.

la scarta, la mangia… ni piace.

Poi appare Cristu: iou suntu la luce,

e pportu la l’amore e pportu la pace.

Poi sale a ncelu e nne porta ddha cruce.

                     TRADUZIONE

         UNA MATTINA DI PASQUA

Quella mattina suonavano campane

Si vedeva l’aria di festa, per le vie,

tutti vestiti a nuovo con visi allegri,

solo una persona chiedeva un pezzo di pane

Solo, sgualcito, accompagnato da un cane,

e chi incontrava con un filo di voce

diceva: mi manca soltanto la croce,

sono malato, muoio di fame.

Passa un fanciullo, lo guarda, lui tace.

Si curva e gli da qualcosa di dolce.

Lo apre, lo mangia….. gli piace.

Appare Cristo; io sono la luce,

porto l’amore, porto la pace.

Poi sale in cielo e

porta con se la croce.

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