E’ buffo ma dopo quasi otto giorni di convivenza ho capito finalmente a chi si rivolgesse Christian quando chiamava “Coniglia”. Coniglia, Coniglia, ma chi è questa Coniglia? Ebbene è Cornelia in tedesco. Arriva tutte le sere in bicicletta con una borsettina impermeabile. Ha una faccia da doganiere svizzero, cui mancano solo i baffettini, ma è molto simpatica e premurosa con tutto il gruppettino.
Ha corso tutte otto le maratone anche lei, come me, Piero e Christian. Corre a catapulta proiettata in avanti saltando sulla gamba destra. Ha una piccola battuta ogni volta che mi sorpassa e in otto giorni mi ha sorpassato almeno 30 volte, sempre con lo stesso ritmo e cadenza. Così mi è rimasta impressa come un’immagine certa di lei, una presenza rassicurante nella notte artica soprattutto nella prima parte della maratona.
Il suo incedere mi ricordava un antico metronomolo, strumento per la misurazione della velocità del tempo musicale, un battito costante, che con ghiaccio o neve costantemente evita di accelerare o rallentare, un andantino quasi moderato. Il mio è un adagio strisciante e cerco di variare il ritmo al suo passaggio. Ne nasce una sonata coi piedi “quasi una fantasia”, come chiamava Beethoven il “Chiaro di luna”. “Quasi una Fantasia” perché la struttura non rispecchia quella tradizionale di una sonata, che solitamente consta di quattro movimenti: un allegro (spesso in forma di sonata), un adagio, un minuetto o uno scherzo e un altro allegro finale (frequentemente un rondò). La sonata si apre con un adagio (proprio come corro io), fatto inusuale per l’epoca, ed è probabilmente questo il motivo per cui Beethoven la denominò “Quasi una Fantasia”: per indicarne il suo carattere libero ed originale, tipico del periodo romantico.
Chissà se Cornelia assomiglia alla Contessa Giulietta Guicciardi, l’alunna, prediletta da Beethoven di cui era innamorato e a cui dedicò il “Chiaro di luna”.
Clicca qui per foto (di Paolo Gino)


