Furono grami i primi anni, per via delle selettive “regole d’ingaggio” in un’Italia ancor provinciale.
Con l’ingresso nel nuovo secolo, tutto cambiò. Molti, con l’euro in tasca al posto della liretta, si dispersero in un’Europa senza frontiere, protesi al raggiungimento di quel mitico traguardo che permetteva di far parte della “noblesse”. Si cominciò con la doppietta della Maratona del Mugello e di Genova il giorno seguente, poi cinque maratone consecutive in Germania e dieci in Olanda, quindi una al mattino e un’altra la sera dello stesso giorno. Ci fu chi ne totalizzò perfino 100 in un anno.
Erano romantici, eroici e innovativi quei tempi, in cui venivano infranti schemi precostituiti e mandato definitivamente in soffitta il tabù delle due maratone l’anno. Sul piano culturale si operò una rivoluzione copernicana e sul piano sociale dette origine al fenomeno della maratona di massa, paragonabile all’influenza che il ’68 ebbe nella società civile.
I media, che allora cominciavano ad affacciarsi, fiutarono l’affare commerciale, dedicandoci intere pagine. Al contrario dei tempi attuali, poche lodi, molte le critiche feroci da parte di personaggi che non avevano capito che nulla sarebbe stato più come prima.
Tutto era informale e in famiglia, facile e semplice. I 15 € d’iscrizione al Club erano facoltativi. Non c’era bisogno di inviare pagine di excel, Sergio Tampieri provvedeva a rintracciare il numero delle nostre maratone dalle riviste specializzate; e ci spediva a casa le classifiche mediante busta affrancata con francobollo a sue spese. Le cene sociali annuali si consumavano nel calore della campagna forlivese in fredde serate di dicembre.
In quei tempi che furono, tra di noi c’era un personaggio che nella vita di ogni giorno, in abito e cravatta, dirigeva aziende con competenza e con il rigore del ruolo; indossati pantaloncini e scarpette, diventava romantico e poetico sognatore. Egli ben comprese quel mondo fantastico e lo celebrò in versi, creando il mito del popolo delle lunghe. Gli orizzonti, gli aneliti, l’armonia e la felicità, nonché la fatica di quell’età dell’oro tradusse in un Inno che anche i nuovi soci devono conoscere. Si deve a lui se il nostro Club, come ogni organismo che si rispetti, ha un suo canto, che attende di essere musicato.
Abbiamo, dunque, il nostro Goffredo Mameli. Ci manca un Michele Novaro che lo musichi. Chi ha dimestichezza con le note, si metta all’opera.
INNO DEL POPOLO DELLE LUNGHE
di Paolo Gilardi
L’orizzonte c’è sempre, non si può cancellare
Ed il popol delle lunghe
Non teme di lottare.
Il popolo delle lunghe vive nella poesia
ricerca e conoscenza
fatica in armonia
Salite e discese, coraggio e puntiglio
su e giù per il pianeta
miglio dopo miglio.
L’orizzonte c’è sempre, non si può cancellare
Ed il popol delle lunghe
Non teme di lottare.
L’orizzonte è l’anima
Di un gioioso mattino
Ove il popolo che corre
Si sente vicino
La felicità ci segue
Così come il destino
L’orizzonte c’è sempre, non si può cancellare
Ed il popol delle lunghe
Non teme di lottare.


