L’ORA D’ARIA DI HOPPER

Un’ora che per sempre mi resterà impressa, non saranno le colline di Fano ma come dimenticare queste immagini tristi e romantiche della solitudine milanese. Ci riportano ad atmosfere surreali che poi ho trovato per caso su un giornale ed ho subito associato ad Hopper. L’artista newyorkese è considerato un realista, ma i soggetti costringono a riflettere: in casa affacciati alle finestre, nei locali vicini, ma distanziati.

 

Edward Hopper, il pittore della solitudine nelle sue opere anticipò il lockdown

 

Scritto da Guido Fiorini sul TIRRENO del 3 maggio 2020.

Sola, in casa, seduta sul letto a guardare il sole del mattino che entra dalla finestra, lo sguardo perso nel vuoto. Sola, al bar, a girare un cucchiaino nella tazza del caffè, la testa abbassata. Soli, incapaci di comunicare fra loro, in un locale aperto nel cuore della notte, come se fossero separati da un’invisibile barriera di plexiglass. Soli, su una terrazza, vicini ma distanti, guardando in due direzioni diverse, persi nei propri pensieri.Nessuno come Edward Hopper, un secolo fa (New York 1882-1967), ha saputo descrivere la solitudine nelle sue opere. Anche se qualcuno lo accosta a Mario Sironi (vissuto nello stesso periodo, Sassari 1885, Milano 1961), con i suoi cupi paesaggi urbani. Una solitudine scelta e non imposta, ma che assomiglia molto a quanto stiamo vivendo con il lockdown, che ci spinge a convivere a lungo con i nostri pensieri e magari ci porterà a riapprezzare i piccoli piaceri della vita.Eppure Hopper non amava che le sue opere fossero legate al tema della solitudine: «Questa storia è esagerata» dice all’amico Brian O’Doherty in una delle poche interviste rilasciate nel corso della sua vita. Nel documentario Hopper’s Silence, alla domanda di O’Doherty «I tuoi quadri riflettono l’isolamento della vita moderna?», Hopper si limita a un: «Forse sì, o forse no. Questa deve essere una cosa mia».Influenzato dagli impressionisti che aveva visto dal vivo a Parigi, Hopper viene definito un pittore “realista”, ma il suo realismo spesso trascende nell’astrazione, perché si avvertono l’ansia dei personaggi e le loro riflessioni. E proprio questo contrasto racchiude la potenza della pittura dell’artista newyorkese, perché quando pensi di aver capito il significato di un’opera ti rendi conto che dietro c’è qualcosa di più profondo. Come osserva Carter Foster, curatore del Whitney Museum (la nuova sede è una perla architettonica, progettata da Renzo Piano, nel cuore del Meatpacking district, e ospita oltre tremila opere di Hopper ricevute in eredità dalla moglie Josephine), nel libro Hopper’s Drawings, l’artista riproduce costantemente «certi spazi ed esperienze spaziali tipici di New York, dove si osserva tra le persone una vicinanza fisica e allo stesso tempo una separazione, dovuta a diversi fattori tra cui il movimento, le strutture, le finestre, i muri, la luce o il buio».I nottambuli (Nighthawks, 1942) è forse il quadro più conosciuto e riconoscibile di Edward Hopper, si trova all’Art Institute of Chicago. Lui stesso disse che si era ispirato ad un locale che si trovava a Greenwich Village, nel quartiere di Manhattan: «Ho dipinto, forse senza saperlo, la solitudine di una grande città». New York è deserta, nel cuore della notte, il silenzio domina l’immagine, solo il barista pare tentare un approccio. Gli altri sono soli, anche la coppia è vicina solo fisicamente. Come, appunto, se fosse divisa da una barriera di plexiglass. Joyce Carol Oates ha definito quest’opera: «L’immagine romantica della solitudine americana più toccante e più riprodotta». Qualcosa di simile avviene in “Sunlight in cafeteria” (1958, Yale University Art Gallery), in “Hotel By A Railroad” (1952, collezione privata) o ancora in “Second Story Sunlight” (1960, collezione privata), le persone non comunicano, vivono dentro la propria solitudine, chiuse in un locale o in una stanza, senza alcun rapporto con quanto c’è fuori che, peraltro, si intuisce appena. Matthew Baigell ha detto: «Hopper ritrasse coloro che sembravano sopraffatti dalla società moderna, che non potevano rapportarsi psicologicamente agli altri e che, con gli atteggiamenti del corpo e i tratti facciali, indicavano di non avere mai avuto una posizione di autorità». Sole del mattino (Morning sun, 1952), conservato al Columbus of art, ritrae una donna (unica modella di Hopper fu la moglie Jo, con la quale ebbe un rapporto tormentato ma duraturo, e che all’epoca di questo dipinto aveva 69 anni) che guarda fuori dalla finestra, un raggio di sole la illumina, la stanza è spoglia. Chissà su cosa riflette: la sua è una pura presenza fisica, in quanto il suo pensiero, il suo mondo interiore, rimangono del tutto inaccessibili. Un tema che ricorre speso nelle opere di Hopper, come, per citarne solo alcune, in in “Eleven A.M.” (1926, Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Washington) o ancora in “Summer in the city” (1950, collezione privata) e in “Cape Cod morning” (1959, Smithsonian American Art Museum). E anche nel celebre “Automat” (1927, Des Moines Art Center) l’unica cosa che si intuisce con chiarezza è che la donna non sta aspettando nessuno. Non guarda la sedia davanti, ma ha la testa chinata sulla tazzina. Sa che resterà da sola.In questi giorni un tweet, di Michael Tisserand, scrittore americano, corre nella rete, ed è divenuto virale nel giro di pochi giorni: «Siamo tutti Edward Hopper». Milioni di like, tutte persone che conoscono ogni angolo della propria casa. E che sentono di condividere la stessa solitudine, guardando dalla finestra. —

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