Dunque ho pensato che per un racconto che dovrà assolvere al ruolo di
ultimo, fosse bello raccontare: “la prima”.
Quello che segue è il racconto della mia prima maratona, spero possa essere
di vostro gradimento ma ancora di più, di potervi presto riabbracciare al
via della prossima.
Tutto cominciò da un giovane che da qualche mese lavorava con me; Davide.
Davide, era un bravo ragazzo, educato e puntuale, con un’unica mania: la
corsa.
Non c’erano condizioni climatiche che potessero farlo desistere: alle
diciotto, a qualsiasi punto si fosse trovato con il lavoro, Davide mollava
tutto per andare acorrere. Naturalmente nessuno di noi capiva chi glielo
facesse fare: tuttavia, se in quegli anni in azienda e nel mondo poteva
esserci qualcosa di ineluttabile, era che Davide alle diciotto andava a
correre. La sua passione si consumava in corse domenicali per lo più su
distanze intorno ai dieci chilometri, tali da non destare in nessuno di noi
particolare interesse.
Tutto ciò fino a quando nel ’93, comunicò la sua intenzione di correre la
maratona di Torino, che si sarebbe tenuta in aprile. Io ero sicuramente tra
le persone meno interessate alla sua avventura, visto che a mio padre era
stato diagnosticato nel mese di marzo un tumore al polmone.
La notizia era piombata come un macigno sulla nostra famiglia.
Senza perderci d’animo, accelerammo al massimo tutte le operazioni che
normalmente siadottano in questi casi al fine di capire celermente la
gravità del male e prendere le dovute misure. Si decise l’asportazione del
tumore e tutto ciò avvenne molto rapidamente. Papà sarebbe stato operato il
giovedì successivo alla maratona.
Pur facendo ricorso a tutto l’ottimismo del quale disponevo, la possibilità
che le cosepotessero non andare bene si affacciava alla mia mente,
sprofondandomi nellosconforto. Non so dire cosa avvenne nella mia testa, ma,
al venerdì uscendo dall’ufficio e salutando Davide che ormai non stava più
nella pelle per la gara della domenica, decisi che quella maratona l’avrei
corsa anch’io.
Chiariamo subito che non si trattò di un transfert di passione podistica,
quanto piuttosto di un fioretto, un voto nel quale offrivo in sacrificio la
mia fatica, in cambio di un esito positivo all’operazione di mio padre.
Domenica 12 aprile 1993. Come spesso mi è accaduto in appuntamenti
importanti, “piove grosso così”.
Insieme a Davide raggiunsi la località della partenza della maratona, 42
chilometri e 195metri, quell’anno fissata al casello autostradale di Almese,
un paese fuori Torino. Appena il tempo di arrivare alla start line, che il
giudice di gara esplose il colpo della partenza. La forza della pioggia era
impressionante, tanto che la strada era completamente disseminata da enormi
pozzanghere. Per dirla tutta sulla natura approssimativa del mio tentativo,
oltre naturalmente al non disporre di alcun tipo di orologio-cronometro, va
aggiunto che le mie scarpe non erano propriamente tra le più adatte
all’occasione. Avete presenti quelle scarpe da tennis con la suola piatta e
sottile e rigida come una lastra di ferro? Ecco, proprio quelle. Aggiungete
poi che per il primo chilometro, conscio di non disporre della calzatura più
adatta, ho praticamente percorso la strada a mo’ di stambecco, saltellando
tra una pozzanghera e l’altra, nel tentativo di non caderci dentro, e
capirete come pronosticarmi “vivo al traguardo”, sarebbe già stata una
dimostrazione di cieco ottimismo. “Se vado avanti così i chilometri
diventano ottantaquattro” pensai e – splash! – ecco inaugurata la prima
pozza e poi un’altra e poi un’altra ancora, fino a che i miei piedi non
furono completamente zuppi. Tuttavia ero abbastanza tranquillo, perché, pur
non avendo un solo chilometro nelle gambe, la miamuscolatura era molto
tonica, grazie agli anni di palestra, le centinaia di riprese di guanti con
gli sparring sul ring, le ore passate in palestra agli attrezzi e
soprattutto al salto della corda. Naturalmente l’ingrediente principale era
la ferma convinzione che quel sacrificio avrebbe portato fortuna alla nostra
famiglia, restituendoci papà guarito. La mia determinazione era poi stata in
qualche modo alimentata anche dallo stesso Davide che, alla mia domanda: “Ma
secondo te c’è la farò a farla tutta
di corsa?” aveva risposto: “Sì, magari ce la potrai fare, ma dovrai
alternare dei pezzi di corsa con altri di camminata”.
Il percorso presentava inizialmente una leggera discesa, sicché corsi i
primi dieci chilometri con relativa facilità. Giunto in corso Francia, mi
accorsi che una scarpa si era slacciata, per cui fui costretto ad una sosta
che mi fece perdere contatto con il gruppetto che nel frattempo avevo
formato con altri podisti. Allora
mi accorsi con piacere che, visto che ero riuscito a ripartire dopo la sosta
e che, pur avendo superato già da 2 chilometri la distanza più lunga che
avessi mai corso in vita mia, non mostravo alcun segno di stanchezza.
Tuttavia, la mancanza di esperienza mi faceva saltare stupidamente i punti
di ristoro: nessuno mi aveva mai
parlato di integrazione alimentare del maratoneta ed io trovavo assurdo
doversi rifocillare per quella che in fondo era solo una corsa.
Le cose cominciarono ad assumere nuova brutta luce non appena superai il
ristoro del venticinquesimo chilometro. A quel punto cominciai ad accusare i
primi sintomi di stanchezza. Chi corre distanze lunghe sa perfettamente che
quando cominci ad accusarli, in pratica sei già “cotto”. A quel punto fui
raggiunto da un altro partecipante, che a differenza di quanto avevo fatto
io, passando dal ristoro aveva raccolto una discreta quantità di alimenti.
Gli chiesi quanto mancasse al traguardo e lui rispose di stare tranquillo,
il più era fatto. E aggiunse che potevo fidarmi, visto che lui era un reduce
dalla maratona di New York, che era riuscito a chiudere in meno di 4 ore.
Gli confessai che ero un po’ stanco e mi chiese se avevo mangiato qualcosa
al punto di ristoro. Gli dissi che da quando eravamo partiti non avevo preso
nulla, perché, non essendo abituato ad assumere alimenti in corsa, temevo
che la cosa avrebbe potuto danneggiarmi. Era
stanco anche lui e penso dunque che solo per questo non mi sia scoppiato a
ridere in faccia. Con grande generosità mi porse una mela che teneva in
mano. Lì per lì rifiutai, “no grazie”- dissi – “l’hai presa per te, serve
per le tue energie, mangerò al prossimo ristoro”. Lui insistette e devo dire
che non ci mise molto a
convincermi. Appena affondai il primo morso nel frutto le energie, che
sembravano adun passo dall’abbandonarmi, miracolosamente sembrarono
riaffiorare tutteinsieme, tant’è vero che, ringraziato e salutato il
“newyorkese”, lo lasciai sulposto aumentando la mia andatura verso il
traguardo.
Corsi superando diversi concorrenti fino al km 28 proprio nel centro di
piazza della Repubblica, sede del più grande mercato torinese. Fu lì che,
terminati gli effetti della mela, provando ad ascoltare le sensazioni che il
mio corpo trasmetteva al cervello, mi resi conto diessere “un po’ stanco”.
Mi vennero allora in mente le parole di Davide: “Si, magari ce la potrai
fare, ma dovrai alternare dei pezzi di corsa con altri di
camminata” e così decisi che forse quel momento era arrivato.Rallentai il
passo ed iniziai a camminare.
Non lo avessi mai fatto. In un attimo il mio corpo si irrigidì in ogni sua
parte ed io mi ritrovai nel centro
dell’immensa piazza duro come un sasso, molto simile a “la Cosa” dei
Fantastici 4 tanto per rimanere in tema di personaggi di fantasia, cominciai
a camminare con un passo più simile a quello di Iron Man che non a quello di
un essere umano. Intanto la pioggia cadeva con un’insistenza sempre
maggiore. Dopo
qualche minuto mi raggiunse nuovamente l’amico della mela, che incitandomi a
proseguire, mi ricordò di non saltare più i ristori.
E, a proposito di ristori, ormai potevo già intravedere quello del
trentesimo chilometro. Al ché pensai “ E va bene. Cammino fino al ristoro e
poi riprendo a correre”. Non so dire quanto impiegai ad arrivare “all’oasi”,
e una volta giunto non trascurai nulla di quanto veniva offerto.
Rifocillato, provai aripartire, ma, dopo appena due passi con fitte dolorose
in ogni più piccola parte del mio corpo, dovetti riprendere a camminare.
Questa volta mi fissai come obiettivo successivo il ponte al fondo di corso
Regina. In quel punto la corsa entrava in corso Casale e poi corso
Moncalieri, ed è dunque da lì, lungo il Po, la mia corsa
sarebbe potuta riprendere.
Ero ormai al km 32 quando provai per l’ennesima volta a riprendere un’
andatura che potesse definirsi di corsa. Niente da fare. Ogni tentativo
venivafrustrato. Ero ormai di pietra e, soprattutto, con un principio di
assideramento per tutta l’acqua che ormai mi era penetrata nelle ossa. Dopo
qualche chilometro ancora, sempre sotto una pioggia implacabile, mentre
venivo superato ormai praticamente da tutti, mi si accostò l’ambulanza, che
funge da “scopa” dei detriti umani deambulanti, e il personale mi chiese se
volevo salire. Dovetti guardarli con una certa cattiveria rispondendo di no,
tanto che sparirono immediatamente senza
insistere. Non so quante volte in vita mia ho sofferto il freddo. Quel
giorno sicuramente risulterà per sempre tra quelli in cui più mi sono
avvicinato al congelamento vero e proprio.
Giunto in prossimità della passerella che porta all’interno del parco del
Valentino caro agli innamorati, ero talmente intirizzito che approfittai
persino di un brevissimo tratto di porticato, pur di fuggire all’insistenza
della pioggia, sebbene solo per qualche metro; soprattutto arrivai a
sbirciare in tutti i bidoni dell’immondizia accanto a cui passavo, nella
speranza di trovare un ombrello tra i rifiuti, ma la mia ricerca ebbe scarsa
fortuna. Tuttavia, senza abbattermi d’animo e continuando a declinare gli
inviti del personale dell’ambulanza, che sempre più frequentemente mi
avvicinava per domandarmi se non avessi preferito salire con loro al caldo,
proseguii imperterrito, attraversando un parco del Valentino deserto in
maniera quasi surreale. All’ultimo posto di spugnaggio i volontari del
puntostavano già smontando per andarsene, non tanto perché avevamo raggiunto
il tempo limite del loro impegno, quanto piuttosto perché, con l’acqua che
veniva giù, le spugne avrebbero fatto un lavoro migliore da asciutte (ma
ormai di asciutto
non c’era più nulla).
Arrivato al quarantesimo chilometro, pur di guadagnare qualche metro,evitai
persino il passaggio dal ristoro, tanto ormai ero alla fine. Sul corso
Vittorio,nell’ultimo tratto, prima di girare nella piazza Carlo Felice dalla
quale sarebbe poiiniziata la dirittura finale nel rettilineo di via Roma, (è
lì la Torino centralissima) provai per l’ennesima volta a tentare di
correre, ma ancora una volta fallii
miseramente. Le automobili stavano cominciando a re-impadronirsi della
città, sebbeneci trovassimo appena a ridosso delle cinque ore, e percorsi il
tratto di corso Vittorio praticamente tra le auto. A quel punto niente
avrebbe più potuto fermarmi. Cominciai ad aumentare sempre di più la
falcata, fino a quando potei vedere l’arco dell’arrivo. Quella visione ebbe
il potere di restituirmi quasi tutte le forze, tanto
che riuscii a percorre le ultime centinaia di metri di corsa.
Incredibile! Avevo corso una maratona intera pur non avendo mai corso nella
mia vita, se si esclude la Stratorino di tredici anni prima e, tutto
sommato, avevo finito la prova anche in maniera decorosa, se si considera
che il mio tempo complessivo risultò prossimo alle cinque ore.
Ad attendermi all’arrivo c’era mio fratello che non aveva trovato posto
migliore per l’auto, se non in un parcheggio vicino al cartello del Km 40.
In pratica mi toccò prolungare lo sforzo di altri due chilometri e sotto i
portici della centralissima via Roma, che andava animandosi di persone
giunte fin lì per una passeggiata pomeridiana, un po’ mi vergognai, tutto
storto, bagnato e claudicantecom’ero. Dovetti faticare non poco prima di
riuscire a sedermi sul sedile dell’auto, muovendomi più lentamente di un
bradipo, tuttavia ero sereno. Missione compiuta.
Ma giunto a casa mi aspettava una nuova fatica. In quel periodo abitavo in
un appartamento al quarto piano di una casa senza ascensore. Penso di aver
impiegato una buona mezz’ora prima di salire tutte le rampe di scale che mi
dividevano dall’agognato bagno ristoratore e almeno altrettanto tempo prima
di riuscire a calarmi nella vasca da bagno. Quanto al pranzo, avevo deciso
di digiunare, ma probabilmente solo perché il dolore agli addominali
contratti non invogliava ad un ulteriore lavoro come masticazione,
digestione, eccetera. Decisi invece che, essendo domenica, non avrei
rinunciato ad andare alla
santa messa del tardo pomeriggio. Comunicai la mia intenzione alla mia
compagna, ma lei disse che forse per quel giorno la messa si sarebbe potuta
pure saltare. Io però fui irremovibile. Perciò, dopo un’altra mezz’ora
trascorsa per scendere le scale, ci avviammo alla chiesa.
Contrariamente al solito, la chiesa era insolitamente piena tanto che era
impossibile trovare un solo posto a sedere nei banchi. Per fortuna nelle due
piccole navate laterali erano state sistemate alcune sedie supplementari, di
cui approfittammo prontamente. Entrò il sacerdote e tutti ci alzammo in
piedi, poi ci furono altri rituali e ci sedemmo, poi alla lettura del
Vangelo di nuovo in piedi, poi alla predica tutti seduti, finché dopo un po’
di quel “alzati e siediti e alzati” decisi che sarei rimasto seduto per il
resto della messa, certo che Nostro Signore avrebbe capito e perdonato.
Quello di cui sono certo non mi avrebbe perdonato, se non fosse intervenuta
la mia compagna con una robusta gomitata, era che una volta seduto e con la
testa appoggiata al muro, senza accorgermene avessi cominciato a russare
sonoramente. Dovetti sforzarmi non poco a scacciare il sonno che mi aveva
assalito, ma alla fine ce la feci e, superata l’ultima fatica della
giornata, vale a dire il ritorno a casa con relativa scalata ai quattro
piani, finalmente potei riposare.
Cenammo e la serata trascorse normalmente, come tante altre serate
domenicali. La mattina successiva fummo svegliati dal suono del campanello:
era il meccanico con officina di fronte al nostro portone davanti alla quale
avevamo parcheggiato l’auto la sera prima nonostante il divieto. Eravamo
amici e non era quella la prima volta che accadeva. Di solito gli chiedevo
di pazientare qualche mentre mi vestivo e scendevo a spostare l’auto,
lasciando libero il posto. Ma quella volta, fatto l’inventario dei miei
dolori, fui costretto a gettargli le chiavi dal balcone, pregandolo di
spostarla da solo. Ritornai a letto. Sembravo James Caan nel film “Misery
non deve morire”: paralizzato nel letto con l’impossibilità di piegare le
ginocchia. Sinceramente non ricordo quanto durò quello stato didolore,
durante il quale solo l’idea di muovere un passo mi faceva dolere tutto
ilcorpo. Ricordo che tornando nel letto dissi alla mia compagna: “La
maratona la prova regina delle olimpiadi? Ma la devono abolire. Non puoi
fare correre uno per 42 chilometri”.
Comunque, credo che mi ci volle almeno una settimana, prima di rimettermi
quasi completamente. Ero talmente “storto”, il primo giorno dopo la corsa,
che rinunciai persino ad andare in ospedale a trovare mio padre, perché non
si preoccupasse nel vedermi in quelle condizioni. Dopo quell’esperienza
entrai a far parte della categoria di quelli che come prima domanda da porre
ad un podista hanno il “Ma chi te lo fare?” In effetti, non mi posi mai la
domanda in prima persona, in quanto conoscevo perfettamente il motivo per il
quale avevo deciso di partecipare a quella maratona, ma di sicuro mi
ripromisi di non affrontare mai più nella mia vita una fatica del genere.
Naturalmente non mantenni la promessa fatta a me stesso. La maratona è un’
esperienza che ti entra dentro e il desiderio di correrne un’altra non ti
abbandonerà
mai per il resto della tua vita.





