L’ultima TDS, l’ultima ultra-ultra? Courmayeur-Chamonix, 26/08//2015

Per riassumere: dopo aver concluso due volte la UTMB sul tracciato più lungo (156, poi 166 km), in cerca di nuovi stimoli nel 2009 mi ero iscritto alla neonata TDS (“Sur les Traces des Ducs de Savoie”), per una distanza di 106 km con 6400 metri di dislivello, da Chamonix a Courmayeur via Piccolo San Bernardo. Finitala in 26 ore, ma con poca soddisfazione per l’anonimato dell’arrivo in periferia di Courmayeur, avevo accolto favorevolmente la nuova edizione 2010, in senso inverso (cioè Courmayeur, Piccolo San Bernardo, Passeur de Pralognan, Col Joly e infine Chamonix) dai passaggi quasi tutti diversi rispetto all’UTMB. Ma era accaduto che, nella notte antecedente al via, eventi atmosferici quasi catastrofici (che portarono anche alla sospensione dell’UTMB) avessero indotto gli organizzatori a unificare tutti i tracciati sul giro più tranquillo della CCC di 90 km, da Courmayeur in senso antiorario, cioè attraversando il col Ferret e la irritante Bovine per finire con la scalata stroncagambe della Flegère/Tete aux vents.

Finita in 21 ore, ma non era quello che volevo. Ci avevo pensato su qualche anno (“santificato” su percorsi italiani come la Lavaredo e la Abbots), poi in questo 2015, che per certe pressioni familiari doveva diventare il culmine della carriera prima di una graduale discesa (verso il divano televisivo o la soluzione finale), e per le disgrazie infortunistiche si era trasformato in una specie di calvario alla mercé dei compatimenti più che degli apprezzamenti altrui, avevo speso i miei “punti” iscrivendomi alla TDS antioraria, nel frattempo allungata e indurita fino a sfiorare i 120 km con un dislivello di 7338 metri in su e 7523 in giù (dato che Chamonix è 185 metri più sotto di Courmayeur).

foto 2Secondo la classificazione alpinistica che gli organizzatori hanno allegato, la TDS è “AD”, cioè un grado di difficoltà sopra UTMB e CCC (restando invece un grado sotto della massacrante PTL di 300 km, che però si fa in squadre da 3, di gente tosta come Giovanni Baldini e la sua ardimentosa combriccola). Del percorso originario del 2009 restano i 50 km centrali, con in mezzo il tremendo già citato Passeur de Pralognan, che nel 2009 era obbligatorio percorrere alla luce del giorno (ora non più, ma c’è un ampio spiegamento di volontari, faretti artificiali, corde sugli strapiombi più inquietanti). Mentre l’inizio si arricchisce del Col di Chavannes tra la Val Veny (dopo una prima parte analoga, ma in senso contrario, alla UTMB) e quella del Piccolo S. Bernardo, quota massima del giro coi suoi 2605 metri (di cui 1962 da salire in 19 km; fortuna che siamo ancora freschi); e il finale, dopo il km 96 di Contamines (ugualmente tappa in senso inverso dell’Utmb), è appesantito dai colli del Truc e del Tricot, ulteriori 950 metri verticali da salire in 7 km. Restano per chiudere 17 km che non sono una passeggiata, presentando altri 300 metri verticali, con incluso ponte tibetano, da scalare qui e là per immettersi poi nella stradina ben nota a chi parte per la UTMB, che nell’ultimo km entra in Chamonix da ovest e si conclude, ovviamente, nella mitica piazza centrale.

Insomma, con tutto il rispetto per gli eroi della UTMB da 170 km, la TDS non è molto da meno. Iscrizioni bruciate in un batter d’occhio, e numero chiuso di 1600 raggiunto senza problemi (come tutti i numeri chiusi di tutte le manifestazioni UTMB, che raggruppano un totale di 8000 partecipanti, e lo farebbero anche se le iscrizioni costassero 500 euro anziché i 147 che ho speso io – dovevate vedere quanti cinesi, giapponesi e australiani in gara!). Quando mi iscrissi io, non potevo ovviamente prevedere le disgrazie ortopediche che mi sarebbero capitate; a questo punto, potevo esibire un certificato medico ottenendo di spostare la mia iscrizione all’anno prossimo, ma da un lato sperai che le leggi di natura mi avrebbero consentito di guarire dopo 5 mesi dal trauma, e dall’altro non volli prolungare di altri 12 mesi un’agonia che ogni mattina ti risveglia con un “lo sai che devi andare all’UTMB e non sei allenato?”.

Le leggi di natura mi hanno inserito (come dicono gli ortopedici del policlinico di Modena) nella “curva gaussiana” di quelli che si aggiustano in 6-8 mesi, e prima devono accontentarsi di gestire frammenti di ossa attaccati con chiodi e una specie di chewingum; in più, siccome non mi bastava, cinque giorni prima del via, mentre stavo allenandomi nelle alture sopra Courmayeur, ero caduto in un burrone procurandomi una tremenda botta alle costole che mi impediva di respirare a pieni polmoni e scatenava una fitta ad ogni atterraggio men che morbido.

Non piangiamoci addosso, e presentiamoci regolarmente nel pomeriggio della vigilia al ritiro del pettorale: che ti viene concesso solo dopo un minuzioso esame del materiale obbligatorio da portare con te nello zaino. Per darvi un’idea di come sono meticolosi, viene bocciata la mia fascia elastica anti-distorsioni, perché non autoadesiva ma tenuta insieme da spille, e sono spedito in farmacia a comprarne per 14 euro una omologata. Ne approfitto per comprare anche una bomboletta di ghiaccio-spray all’arnica, che servirà a tacitare le urla delle costole.

Si parte alle 6 (dopo un falso allarme, diramato dall’organizzazione e subito smentito, circa il ritardo di un’ora), che è ancora buio, ma con la previsione di sole a picco e la raccomandazione di coprirsi e idratarsi bene: tant’è vero che all’uscita dal controllo di Bourg S. Maurice, dopo 51 km, saremo tutti bloccati e richiesti di esibire il cappellino, oltre a due lampadine frontali e una giacca pesante per la notte che arriverà. Da notare che anche lo zaino è punzonato e dotato di chip: dobbiamo portarlo con noi sino al traguardo se vogliamo essere classificati!

Il tratto iniziale, 36 km in territorio italiano, è il più bello paesaggisticamente, prima con la visione di tutta la catena del Bianco, dalla val Ferret alla val Veny, di fronte a noi (a non più di un km in linea d’aria); poi, dopo la discesa dal col Chavannes (dieci km quasi rettilinei, in dolce discesa dove non puoi sbagliare, eppure marcati dalle fettucce segnaletiche ogni 200 metri, che poi diventeranno ogni 50 metri nei tratti di sentiero), con la spettacolare visione del Gran Combin, del Velan, del Ruitor e delle vette francesi dal San Bernardo. Qui è collocato il secondo dei sette punti di ristoro principali, con cibi di tutti i generi (oltre agli altri “ravitaillements” dove ci sono essenzialmente liquidi), assistenza medica, controlli ecc.

Lo scrupolo degli organizzatori si spinge persino a rilasciare biglietti di ingresso agli accompagnatori, uno per ogni atleta, e solo in aree ristrette di alcuni dei ristori; per chi sgarra sono previste penalità cronometriche, col principio dello “stop & go”, cioè chi ha un quarto d’ora di penalità deve star fermo per quel tempo nel recinto dei “cattivi”. Per dare un’idea, mia moglie (Daniela, 4 Utmb all’attivo!) che scende a Bourg Saint Maurice, da me invocata per richiudere lo zaino dopo l’ispezione, non potrà entrare nella zona controlli ma dovrà vedermi solo fuori dall’area di servizio. Me ne valgo anche per togliere dalle scarpe i tanti sassolini che c’erano entrati; salvo che qualche ora dopo, rimasto solo, avrò la stessa sensazione di sassolini, addirittura cambierò le scarpe al punto di sosta del km 66, ma constatando che non si tratta di sassolini quanto di piante dei piedi che stanno andando a fuoco… e non resta che immergerle in qualche guado. Dopo Bourg comincia la salita più tremenda, su cui mi aveva ammonito persino Giovanni Baldini (nel 2009 l’avevo fatta in senso contrario, direi più morbido); gli stessi avvisi dell’organizzazione ci invitano ad affrontare i 1950 metri verticali in 11 km, fino al Passeur, solo se stiamo davvero in salute. Cosa che non sono certo io, con due braccia ad utilizzo parziale (per i bastoncini), e un allenamento che nelle ultime due settimane si era ristretto a quattro uscite di corsa da 40 minuti l’una, più le usuali camminate d’alta montagna nei giorni belli.

foto 3Nonostante tutto, ai vari cancelli riesco ad arrivare con un’ora abbondante di margine sul tempo massimo; anche a quello del Col du Joly, dopo 86 km e una serie di salite e soprattutto discese assurde e spesso penose causa il fango (il peggio sono il Col de la Sauce, dove non esiste nemmeno un sentiero segnalato, e il Col Est de la Gitte, un assurdo saliscendi fango-merdo-sassoso col solo scopo di farci accumulare km e dislivelli). Lì penso all’ipotesi di un ritiro – che nella mia 43nnale carriera sarebbe una prima volta – poi quando arrivo al Joly, la simpatica speaker ci rincuora dicendo che ci aspettano 10 km di discesa tutta su strada fino al controllo successivo di Contamines. E allora, dopo un sostanzioso ristoro (ma la pasta in brodo comincia a stare sullo stomaco), si riparte, sebbene non sia veramente “strada” e il sonno cominci a fare apparire le tipiche allucinazioni che ti prendono dopo 30 ore che sei sveglio (tipo: un uomo che saluta e applaude, mettendosi in mezzo al sentiero, cosa che poi si rivelerà per un informe masso ai margini). Nel frattempo, il mio telefonino (che fa parte dei materiali obbligatori, e deve restare acceso: pure esso controllato in corsa, e fornito di un’app con Gps che segnala continuamente la mia posizione, oltre a permettermi di contattare l’organizzazione in ogni momento) prosegue nel mandare i messaggi di amici e familiari, che stanno seguendo il mio procedere nell’ottimo sito dell’Utmb, dove le singole registrazioni dei check-control sono accompagnate dalle previsioni sul resto della corsa. Al Passeur ero arrivato con una ventina di minuti di ritardo su quanto indicato, e subito erano partite richieste angosciate del tenore “dimmi dove sei fermo… cosa è successo?” ma anche “Abbiamo fiducia, sappiamo che ce la farai – vai come un treno!”. Addirittura in tre controlli c’è una telecamera che riprende il nostro passaggio, e chi mi vede si conforta: “Hai guardato l’orologio, segno che sai quello che fai”! Davvero, la copertura telematica dell’Utmb è da campionato mondiale, e da sola giustifica i soldi spesi per l’iscrizione (se non bastassero le segnalazioni a vista, cioè da una “balise” si vede la successiva, l’enormità dei ristori, il numero imponente di addetti, i 15 controlli con scanner o chip).

Dopo Contamines, la luna quasi piena e l’Orsa Maggiore cedono il posto al nuovo sole, facendoci affrontare con rassegnazione (e, per quanto mi riguarda, con lo stomaco non più ricettivo) gli ultimi 25 km e 1350 metri di salita: il tempo massimo concede sei ore e mezzo, io ce ne metto 6 e 25, insomma vado avanti solo con la testa, dando ogni tanto un’occhiata dietro me per vedere in quanti mi stanno raggiungendo. Parecchi, sebbene il saldo finale (costantemente documentato dal sito) resti in equilibrio per via dei tanti che si ritirano o sono fermati ai cancelli: dal peggior piazzamento, di 1516° al Col Chavannes, risalgo fino al 1123° finale, ‘costretto’ come sono a battere allo sprint degli ultimi km una dozzina di colleghi (soprattutto cino-giapponesi), ormai zombie come me, ma meno sensibili alla folla che per un interminabile chilometro nel cuore di Chamonix applaude e grida il tuo nome, povero zoppicante gobbetto che arrivi 18 ore dopo il primo. Il mio premio non sono i prosciuttini cari a tanti colleghi che affollano le 10 o le 42 km su asfalto e ogni tanto incappano nelle retate antidoping, ma il solito giubbotto di finisher, quinto e ultimo della carriera; più due birre al ristoro finale, più una doccia caldissima nel leggendario palasport (se penso che nei trail italiani, dopo i primi venti arrivati le docce sono rigorosamente fredde…); e infine, in teoria, un pasta party consistente nel libero accesso a un ristorante self service da dove puoi prelevare quel che vuoi: peccato che il solito stomaco non mi consenta di andare oltre un mezzo riso in bianco, una mela e un bicchiere di vino.

Les jeux sont faits, il Bianco non ha più segreti: ora è tempo di onorare le promesse fatte in famiglia, scendere un po’ per volta la china formata da duemilacinquecento corse in 43 anni di podismo, di cui 258 maratone in 25 anni, e 37 ultramaratone in 16 anni, per “approdare in calma” – come già si diceva – verso una serena vecchiaia.

Possibilmente con le ossa incollate come le persone normali.

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