Marcello è il prototipo dell’ultramaratoneta amatoriale (e anche qualcosa di più). Forse non un fenomeno dal punto di vista atletico, anche se ha un personale inferiore alle 3 ore in maratona. Sicuramente dotato delle qualità necessarie a percorrere le lunghe, lunghissime distanze: costanza, forza di volontà, resistenza alla fatica e tanta capacità di soffrire. Se non ricordo male è stato campione italiano di categoria nella 12 ore e ha un personale superiore ai 200 km nella 24 ore… insomma non proprio l’ultimo del gruppo.
Ma soprattutto Marcello è dotato di una passione genuina per la corsa, un po’ maniacale ma, a modo suo, travolgente: alla fine ha portato a correre suo padre (non certo in tenera età) e chissà quanti altri, tra cui non ultimo il sottoscritto.
Fu lui infatti che per primo mi portò a conoscenza del mondo dei runner e, in particolare, degli ultra runner, quei matti per cui la corsa parte dalla maratona in su, quelli che si danno battaglia nel Gran Prix IUTA, quelli che animano il Club Super Marathon Italia… i fachiri della fatica.
Proprio per la sua passione genuina era estremamente spontaneo nel comunicare le sensazioni che gli trasmetteva la corsa e inondava tutti noi colleghi di aneddoti e racconti quotidiani che sfociavano in lunghe mail in occasione di eventi particolari, la “100 km del Passatore”, il “Mondiale di 24 ore”… è seguendo il suo esempio che sin da subito ho iniziato a raccontare le mie gare mettendo per iscritto le emozioni e le sensazioni provate in modo da non perderle (ma di solito, se non richiesto come in questo caso, non le divulgo a nessuno).
Forse non tutte, ma molte di quelle mail le conservo ancora e ho rimpianto il fatto che nel tempo si siano diradate e poi interrotte. In particolare ce ne è una relativa alla 100 km delle Alpi da Torino a Saint Vincent (mi pare) che resterà indelebile nella mia memoria. Se non ricordo male era il 2014 (o giù di lì) e chi mi conosce sa che fino a neanche due anni fa non solo non correvo, ma mi sembrava inconcepibile che si potesse provare piacere a correre e per di più per 100 km. Eppure quel racconto era avvincente, ti invitava a condividere emozioni strane ripercorrendo passo passo le sue avventure e disavventure lungo quella strada fino ad assaporare la gioia del traguardo.
In quel momento si aprì una breccia nel mio muro di incomprensione. Continuavo a non capire cosa ci trovasse di bello, ma era stata posta una briciola di curiosità. Leggendo quelle parole era impossibile non cogliere che in quella attività, apparentemente monotona e ripetuta all’esasperazione oltre l’umana fatica, doveva pur esserci qualcosa capace di suscitare emozioni così forti e appassionate. Continuavo a non capire e ci ho messo anni ad affacciarmi al di là del muro, ma se alla fine non solo mi sono affacciato ma ho persino scavalcato il muro è anche grazie a quello e agli altri racconti che periodicamente ci donava e al tarlo che hanno instillato nel mio cervello facendomi dire: se fa questo effetto ci sarà qualcosa che pure non riesco a vedere.
Per tornare ad oggi bisogna dire che tra tutti questi racconti, al primo posto c’era sempre lui: il Passatore e il suo mito, Re Giorgio Calcaterra con le sue 12 vittorie consecutive.
Oggi lo è di meno, ma Marcello era un tipo molto metodico con un calendario agonistico standardizzato: una volta provata una gara, questa diventava un appuntamento fisso della sua stagione. Per cui il Passatore è una gara che, virtualmente, ho già disputato diverse volte grazie a lui, sempre con quel misto di ammirazione (per l’impresa) e compatimento (per la follia) che riservavamo regolarmente ai suoi racconti. La lunga ascesa nelle ore notturne, le strade aperte al traffico, l’incognita delle condizioni climatiche, la lunga discesa su Faenza, l’arrivo dopo una notte insonne con tempi di assoluto rispetto (… ma su un percorso simile qualunque tempo merita rispetto assoluto per il solo fatto di essere arrivati). Sono tutte tappe ormai note come se le avessi vissute in prima persona, al punto che, tra le tante ultra, è forse quella che mi incute meno terrore e che in fondo un giorno potrei anche provare.
Non so se quest’anno avesse in programma di farla, ultimamente ha variato i suoi programmi e, in tempi recenti, aveva anche inserito la Nove Colli come alternativa al Passatore… così ho deciso di vivere il mio Passatore virtuale in prima persona. In fondo quando in ufficio si è saputo che avevo iniziato a correre qualcuno ha detto “Sei il nuovo Marcello” (…sì, la copia più vecchia e scarsa, povero Marcello).
È un weekend di fuoco, sotto tutti gli aspetti. Un pieno di impegni extra sportivi mi consente una unica finestra di un paio di ore in cui concentrare in una sola uscita ben quattro obiettivi podistici: la terza tappa del challenge societario “May I Run” sui 5 km, una frazione della staffetta “12×1 ora Challenge Backtorun”, la terza uscita del programma di allenamento settimanale e, a racchiuderli tutti, il mio Passatore virtuale, 9° puntata delle 11 Maratone della Speranza.
Ma è un weekend di fuoco anche per il caldo torrido che è scoppiato in questi giorni. In realtà siamo solo sui 26°, ma su asfalto, senza ombra e senza un filo di vento (come purtroppo è frequente qui a Milano), anche i primi caldi diventano subito torridi… e io sono il 10° frazionista con partenza fissata alle 17 (le 16 solari).
Già alla partenza pertanto mi trovo a rimpiangere le ore notturne appenniniche del vero Passatore. Prima di uscire bagno abbondantemente la testa e inzuppo la fascia che all’occorrenza utilizzo per coprire le vie respiratorie incrociando altre persone; speriamo che basti. Un sopralluogo nei parchi mi ha mostrato scene degne delle spiagge liguri a Ferragosto, per cui opto per un percorso tutto stradale nella zona tra la caserma e l’ospedale. Non c’è nessuno, ma non ci sono alberi o case a fare ombra ed è tutto su asfalto stradale: nero e bollente.
L’adrenalina è a 1000 dalle 8 del mattino, orario di partenza del primo frazionista della mia squadra. Tutto il giorno è stato un susseguirsi di scambi via WhatsApp con aggiornamenti e incitamenti… Insomma, pur totalmente soli e distanziati, è atmosfera da gara vera e ho perso il conto delle volte che sono andato in bagno.
Bastano 100 metri di riscaldamento per capire che sarà dura… durissima, nulla da invidiare al vero Passatore, anche se lì i problemi sono principalmente di altra natura. Manca la velocità (mi sento un trattore), ma fiato e gambe sono ok. Il sole però non dà tregua. Ogni angolo che giro scruto davanti a me in cerca di una chiazza di ombra o annuso l’aria sperando in una bava di vento. Nulla.
Al 4° km inizio ad avere le visioni scortato da briganti (il passator cortese) e pistoleri (il challenge societario della settimana si chiama “Per un pugno di secondi” in onore al film di Sergio Leone). Inutile chiedere a loro dove posso trovare una fontanella, anche perché a Milano non si trovano agli angoli delle strade.
In un bagliore di lucidità ricordo dove potrei trovarne una e con una lunga deviazione la raggiungo. Mi ci infilo sotto manco fosse la doccia di casa. Riparto modificando il giro in modo da ripassare da quella fontanella circa ogni 2 km e rinnovando a ogni passaggio la sosta rigeneratrice.
Mi rendo conto che questa mia esperienza non ha nulla a che vedere con un vero Passatore, ma non saprei dire in tutta onestà cosa sia peggio (o meglio) tra il caldo e il freddo, tra il sole inclemente e le lunghe ore notturne. Prendo quello che viene certo che non è nemmeno il mio Passatore, come lo immaginavo nei giorni scorsi. In qualche modo arrivo al termine della mia ora con un risultato modesto in tutti i sensi.
Ora dovrei proseguire per chiudere la mia sessione di allenamento con gli esercizi prescritti, ma non ne ho più. Decido che recupererò la seduta di allenamento domani sera, e mentre a fatica mi trascino verso casa mi scopro un po’ demoralizzato e insoddisfatto. Un attimo! Insoddisfatto?
No, questo no! Non posso permettermi l’insoddisfazione. Non più, mai più. un mese fa avrei dato chissà cosa per riassaporare queste fatiche e, sì, anche queste piccole delusioni… e oggi? Ho veramente il diritto di dirmi deluso o insoddisfatto perché le cose non sono andate esattamente come me le ero create nella mente? Lentamente, come la mia andatura attuale, ripasso il film della giornata: i ricordi suscitati dal Passatore, l’adrenalina della gara, l’emozione di sentirsi squadra. Alla fine il bilancio non può essere che in attivo. Ancora una volta ho potuto correre libero e mi sono divertito moltissimo prima e dopo (durante un po’ meno). È stata una fantastica giornata anche grazie a questo splendido sole che ho potuto godere appieno senza essere rinchiuso tra quattro mura (forse bastava un po’ meno di generosità…).
E, certo, adesso ho un conto in sospeso anche virtuale con questo Passatore e mi sa che dovrò proprio regolare i conti di persona con lui… magari già l’anno prossimo.
Marco Bertoletti km 13,03




