di Marco Bartoletti



Dopo la delusione e le polemiche della Stramilano avevo bisogno di riconciliarmi con le gare, di non sentirmi un numero e godermi una giornata di divertimento. Così, esaltato da un allenamento particolarmente gradevole, mercoledì sera cedo a uno dei miei colpi di testa fatti di improvvisazione e incoscienza e decido di iscrivermi alla 50 km del Valentino.
Le premesse sono ottime. L’organizzazione, sapientemente guidata da Paolo Gino e Enzo Caporaso (più altri il cui nome ora mi sfugge), è una garanzia. Il percorso si annuncia spettacolare con un anello di 10 km immerso all’interno dello splendido Parco del Valentino ad eccezione di 1,5 km in cui, per l’assenza di ciclabili, si percorrerà un tratto di marciapiede su Corso Moncalieri. Il tempo è ideale, rispetto alle temperature torride dei giorni scorsi fa quasi freddo (intorno ai 15°), ma senza la temuta pioggia. Anche l’essere qui senza nessuna preparazione gioca a favore. Una volta tanto la mente è totalmente sgombra: nessuna aspettativa, nessuna ansia di risultato. Sono qui solo con la curiosità e la voglia di mettermi alla prova accettando quel che verrà.
Come speravo le premesse trovano puntale conferma. Atmosfera da ritrovo di amici in cui non poteva mancare il grande Maurizio Colombo. Ristori ricchissimi ogni 5 km con gran varietà di solidi e liquidi, dal dolce al salato frutta inclusa. Percorso ricco di scorsi meravigliosi e assai impegnativo, mai banale o pianeggiante: tra strappetti, dossi e ondulazioni alla fine sono circa 50 metri di dislivello ogni giro.
Siamo pochi e sparsi su tre distanze (10, 43 e 50 km) per cui a partire dal 2°-3° è una gara prevalentemente in solitaria. Unico guaio il Garmin che fa le bizze e al posto dei soliti parametri (tempo, distanza e passo) mi mostra una schermata incomprensibile con FC, calorie e non so che altro. Così sono obbligato ad andare per forza a sensazione, al limite tenendo sotto controllo la FC (cosa a cui non sono abituato). Ciononostante incredibilmente i primi 3 giri vanno che è una meraviglia con passaggi di una regolarità impressionante sui 55’ al giro, soste comprese.
Troppo bello per durare e, infatti, intorno al 32° la disabitudine alle lunghe distanze (negli ultimi 2 mesi ho fatto pochi km e solo due uscite sui 20-25 km) inizia a presentare il conto: il passo si appesantisce di colpo e comincio ad avvertire un po’ di male alle gambe e, soprattutto, alle ginocchia. Non mi scompongo. Prendo atto della cosa e cambio tattica di gara: inizio a camminare su tutti i tratti in salita o fortemente ondulati, limitando la corsa a quelli in discesa o più pianeggianti. La libertà da qualsiasi aspettativa di risultato sicuramente mi aiuta, così come l’incitamento di Maurizio urlato a gran voce dall’altra sponda del Po o le chiacchiere amabilmente scambiate con gli addetti ai ristori o sul percorso.
La cosa peggiore che mi capita è ancora una volta legato al Garmin che, poco prima del 37°, decide di piantarmi in asso del tutto, spegnendosi (e sì che stanotte l’avevo messo in carica!). Senza la coperta di Linus della tecnologia mi trovo solo con me stesso, con le mie sensazioni e con la testa che mi impone dove camminare e dove stringere i denti ignorando le gambe doloranti. Faccio il 4° giro in 1h08’ e quando vedo che il cronometro dice 3h52’ e rotti mi dico che… no, meglio non fare conti. Mancano “solo” 10 km ma sono i più duri. I polpacci e le ginocchia urlano a gran voce il loro disappunto, ma con uno sforzo di volontà mi impongo di ignorarli e mantenere fede al ritmo che mi sono dato.
L’arrivo alla passerella della Turin Marathon è una liberazione e la sua discesa mi dà lo slancio per uno sprint finale che mi consente di rimanere sotto le 5h per una manciata di secondi, ultimo atleta a riuscirci. Un risultato straordinario e inatteso. Mi abbuffo al buffet (che si chiama così non a caso!) e poi mi concedo il lusso supremo di questa signora gara: una favolosa doccia negli spogliatoi dell’adiacente PalaVela. Confesso che negli ultimi km avevo contemplato con bramosia la possibilità di un tuffo ristoratore nelle invitanti acque del Po, ma questo è infinitamente meglio. Mezzora dopo mi ripresento sul traguardo per attendere l’arrivo di Maurizio avendo lavato via polvere, sudore e tossine e subito mi sento chiamare da Paolo “Eccoti qua, dove eri finito? Ti ho chiamato per la premiazione…”. Casco dalle nuvole e ci metto qualche istante a realizzare quanto mi dice aiutato dal monitor dei risultati. Dopo l’arrivo guardare la classifica è sempre stata l’ultima delle mie preoccupazioni. Un po’ perché io sono l’avversario di me stesso e mi basta guardare il crono finale, ma soprattutto per sano realismo: anche nelle gare sociali tra i tanti campioni della M55 (quando non è M50) c’è sempre un Paggiaro, un Cimato o un D’Alessandro di turno a riempire abbondantemente il podio. Figurarsi in senso assoluto.
Per la serie “non succederà mai, ma se succede…” invece oggi era proprio scritto nel destino che fosse una giornata straordinaria e per la prima volta entro nella top ten assoluta (10° su 28, va bè) e arrivo a podio di categoria (2° su 7, ma nella categoria più numerosa). Anzi, poiché il primo è anche arrivato 2° assoluto, figuro addirittura primo di categoria, portandomi a casa non una, ma due bottiglie di vino. Neanche nella sceneggiatura di un film avrei potuto immaginare un miglior modo per far pace con le gare…


