Quelli giunti sul posto con largo anticipo sono stati colti nel bel mezzo del pasta party pre-gara, tenutosi all’aperto nel fascinoso cortile del complesso abbaziale tardo medievale, mentre facevano incetta di calorie da spendere nelle lunghe sei ore di corsa.
In oltre 200 si sono schierati al via di questa 6^ edizione della 6 ore dei Templari, alle ore 14:00 di sabato, 3
maggio. Aveva smesso, o quasi, di piovere, ma gli occhi dei concorrenti, più che sulla punta della pistola che avrebbe dato il via, erano rivolti al cielo che non prometteva niente di buono.
Tutto è filato liscio per le prime tre ore. Qualche gocciolina di pioggia ha fatto più bene che male, mentre si girava ripetutamente. Chi si era prefisso la distanza della maratona, doveva dirigersi per 22 volte verso la periferia, girare intorno alla città ad ammirare spaziosi panorami di colline verdeggianti, passare davanti alla zona archeologica con reperti databili dal VI al I secolo a. c. e, dopo poco meno di 2 km, concludere il circuito davanti all’abbazia, a sentire i commenti e le battute del bravissimo speaker, Roberto Paoletti, che spadroneggia in Abruzzo, Molise, nord Puglia e zone limitrofe.
Se i partecipanti avessero fatto visita al Templum Auguraculum in Terris della zona archeologica, nel quale venivano tratti gli auspici attraverso il volo degli uccelli, avrebbero saputo in anticipo cosa sarebbe capitato loro dalla terza ora di corsa in poi.
Ad un tratto il vento cominciò a sibilare, mentre il cielo si faceva sempre più scuro. Lampi e tuoni squarciarono il cielo, illuminando di sinistri bagliori le modeste case a tal punto che una delicata donzella: “Ho paura! Ho paura!”, balbettò lacrimante. Si fece buio e nuvoloni neri, gonfi di pioggia fino ad allora a stento trattenuta, aprirono le cateratte, lasciandola cadere con tutto il suo peso di gravità. L’intensità della pioggia annullò il verde delle colline, e tutto assunse lo stesso colore. C’era buio su, buio giù, e 200 fantasmi a vagare in un’atmosfera surreale.
Era latitante la grandine per completare la formazione degli elementi scesi in campo, che non tardò a giungere con fragore, rimbalzando con poco danno sulle teste coperte da cappelli, ma picchiando forte sulle povere orecchie indifese.
Alcuni ripararono sotto i balconi con gli occhi imploranti elevati verso il cielo per cogliere segnali di speranza. Altri fecero pit stop nell’area di neutralizzazione e tornarono in pista ricoperti dalla testa ai piedi come mummie. Non pochi continuarono imperterriti nella tempesta con lo stesso vestiario minimale della partenza.
La pioggia trasformò le strade in torrenti, sui quali navigavano ultraterreni, cui il vento gelido aveva reso il naso paonazzo, le labbra livide, le dita delle mani pallide e i denti stridenti, mentre una schiuma giallastra colava lungo le gambe dai pantaloncini inzuppati d’acqua.
Nelle gare in circuito, il ricorrente passaggio sul traguardo rappresenta una terribile tentazione già quando si corre in condizioni ottimali. E’ facile pensare cosa balenasse nella testa di quei marziani, ogni volta che transitavano davanti all’abbazia, zona della partenza-arrivo. Alcuni hanno avuto la forza di passarci soltanto tante volte quante era necessario per completare i 42 km, l’indispensabile per essere classificati, per poi andarsi a riscaldare sotto la non mai tanto agognata doccia.
Eroici i volontari, fino alla fine al loro posto di combattimento; solide le strutture, a resistere alle raffiche di vento; ben protetta l’elettronica, in grado di far cinguettare i chip nella tormenta.
Come avevano previsto i sacerdoti del Templum Auguraculum, un’ora prima dello scoccare della sesta ora, la pioggia cessò, il vento si acquietò, la temperatura si innalzò, e mai fu così piacevole correre nell’ultima parte di gara, mentre solitamente è terribilmente faticosa, a dimostrazione che tutto è relativo.
Quando i fuochi d’artificio illuminarono il cielo ancora coperto di nubi, segnando la fine dell’ultramaratona, mai medaglia più meritata fu appesa al collo dei concorrenti, dimostratisi degni dei fortissimi Templari di un tempo.
Poi tutti nel cortile, occupato da panche, alla cena medievale.
Clicca qui per le foto (di Michele Rizzitelli)



