Sabato, ore 13:00 del 3 agosto, la sala del pasta party è affollata di concorrenti che in gran parte hanno dormito in palestra. Pasta al pomodoro, olive, formaggio, frutta e crostate vengono divorati in un mormorio di dialetti regionali in cui quello pugliese fa la parte del leone.
La campana della chiesa della piazza emette sei rintocchi:
Era l’ora che volge il desio
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
lo dì c’han detto ai dolci amici addio;
e che lo novo peregrin d’amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more.
Si è pronti a partire, divino poeta Paolo Gino, non per l’Inferno, situato giù, nella discesa abissale, nella voragine che si apre nel sottosuolo! Non si percorreranno i gironi delle anime dannate!
Si andrà su! Si scalerà la montagna del Purgatorio, che da queste parti chiamano di San Rocco. Ci aspetta il girone
dove l’umano spirito si purga
e di salire al cielo diventa degno.
Purificati, si perderà il peso del corpo. Poi attraverseremo i cieli del Paradiso e giungeremo nell’Empireo per ricevere la meritata medaglia e vedere
la gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte e meno altrove.
Musiche, balli, cori festanti come viatico e, per rafforzare l’animo all’ardua impresa, l’inno nazionale del bel paese là dove ‘l sì sona.
Si è in 124, di cui 29 venute da cielo in terra a miracol mostrare; si farà il girone tante volte quante volte lo si può in sei ore. Solo in 16 lo percorreranno tanto quanto basta per coprire la distanza di 42,195 km.
Al via, corremmo verso il faticoso colle, alto 3,600 km. Poco dopo,
noi divenimmo intanto a piè del monte;
quivi trovammo la roccia sì erta,
che ‘ndarno vi sarien le gambe pronte.
Ed io a Giambattista: “ Mia guida, perché tanto tribolar?”. Mi rispuose:
“Vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”.
Dura era la salita e aspro il luogo, come quando
vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
montasi su in Bismantova e in Cacume
con esso i piè.
E io a lo duca mio: “Ma qui convien ch’om voli! Quia tanto patir?”. E lo mio autore:
“State contenti, umana gente, al quia,
chè, se potuto aveste veder tutto
mestier non era parturir Maria”.
Ma mano che salivamo, liberati dal peso (dei peccati), divenivamo più leggeri e andavamo sempre più su. E la mia guida: “Or va tu sù, che se’ valente”.
Il sole mandò gli ultimi bagliori sul mare, sì che da lontano conobbi il tremolar de la marina. La brezza mi asciugò la fronte e mi infuse vigore. Benignamente d’umiltà vestito, continuai a salire. Comparvero le stelle. Diventai lieve, diafano e le raggiunsi. Attraversai i nove cieli del Paradiso. Il campanile della chiesa della piazza emise dodici rintocchi: vassene il tempo e l’uom non se n’avvede. Ero giunto nell’Empireo. Paola-Beatrice la medaglia mi pose sul petto.



