La Arrowhead135 è stata DEVASTANTE. Semplicemente DEVASTANTE.

Una gara che già nei primi 60 km mi aveva fatto capire che non sarebbe stata una passeggiata, l’arrivo al primo CP con un freddo immane (temperature mai salite sopra i – 11°C), la prima notte in compagnia di Popof (Filippo Poponesi) con termometro sceso fin oltre i – 25°C, la difficoltà a respirare ed il “divertimento” a sputare ghiaccio!

Gli americani del posto che ci hanno messo in guardia: “da qui in poi il percorso è hilly (collinare)”…alla faccia del collinare, alcune salite sembravano delle piste da sci da risalire!

L’arrivo al secondo CP e l’errore di riposare mezz’ora (mai fatto prima) che mi ha fatto calare l’adrenalina, la ripartenza con la consapevolezza che davanti c’erano 105 km senza un posto coperto dove ripararsi ma soltanto una tenda a 40 km dall’arrivo. I problemi con la schiena che diventano guai, non riesco più a stare dritto: trovo sollievo solo piegato in avanti oppure con la schiena inarcata all’indietro.

Ad ogni strappo della slitta (maledetta, quasi 17 kg di peso nonostante l’eliminazione di tutto il superfluo) ho un sussulto. Mi piego e penso che 90 km in quelle condizioni siano impossibili.

Popof ne ha di più, sta bene e se ne va, resto solo.

La situazione è surreale, cercavo l’estremo, cercavo il “wild”. Ora ce l’ho ma è un casino. L’organizzazione mi ferma due volte, vuole vedere se sono in grado di continuare. La terza volta mi dicono che mi mandano un medico per visitarmi, perdo quasi 3 ore ma il medico non arriverà mai. Arriva invece la notte, la più tremenda da quando corro le ultramaratone. Per 9 lunghissime, interminabili ore non vedo nessuno, né organizzatori, né concorrenti. La temperatura è di – 23°C, ho continue allucinazioni, non posso nemmeno fermarmi. In realtà ci provo ma tra sacco a pelo e sacco bivacco perdo solo tempo. Sono ormai convinto di non farcela più entro il limite di tempo, inoltre si aggiunge, tanto per cambiare, un dolore alla gamba (scoprirò poi essere una flebite che sto ancora curando).

All’alba, finalmente, mi raggiunge un concorrente americano. Lo fermo, gli chiedo informazioni sui cancelli, io ormai sono confuso.

Mi dice che abbiamo margine.

Rinasco.

Questo è il momento ULTRA.

Riprendo forze, la testa ora dirige il corpo, sono spaccato, piegato ma sono ancora vivo. Gambe piantate nella neve, braccia che volano con le bacchette e dopo la notte più lunga di sempre arrivo finalmente al terzo e ultimo CP.

Mi cambio e non perdo tempo.

Mancano 42 km a Fortune Bay.

Una maratona, la quinta consecutiva. Una delle maratone più importanti di sempre per me. Ho tempo ma non troppo, il margine è sempre risicato viste anche le mie condizioni.

Riparto in solitudine, così come ho fatto le ultime ore, resto solo con me stesso e sento la spinta degli amici da casa. Ogni tanto mi fermo per bere thè caldo che fa schifo ma quello c’è e me lo faccio andare bene.

Il paesaggio è spettacolare, nel nulla più assoluto. C’è un rettilineo infinito di 20 km, sembra non finire mai. Do tutto quello che ho, non faccio più calcoli perché non serve.

Più di così è impossibile.

A 5 km dal traguardo ancora non mi sanno dire le distanze corrette, Fortune Bay sembra non arrivare mai. Sono penultimo, quello dietro di me si ritira perché va fuori tempo massimo.

Sono ultimo ma chissenefrega, l’importante è arrivare e visto come è andata sarebbe un’impresa.

Gli organizzatori con la motoslitta sono carinissimi, mi incitano, mi coccolano, monitorano quanto manca. Ad un certo punto uno di loro mi dice “manca un km e mezzo”, quasi non ci credo.

Ci credo eccome, invece, quando vedo Anna Cordero, il capo della mia crew. La visione più bella che potessi avere. È lei, è vera, non è una allucinazione. Vuol dire che manca poco! Mi dice che dopo la curva c’è il traguardo.

Ed in effetti è così.

Allora mi fermo, dalla slitta ghiacciata tiro fuori la maglietta in ricordo del mio amico Daniele che avevo gelosamente custodito nel bordello dei materiali obbligatori. Glielo avevo promesso: “vincerò il freddo”.

Avrebbe dovuto farmi da crew ma è andata diversamente.

Ora però lui è qui, con me.

In questo lungo ed infinito viaggio.

Vedo il traguardo, vedo gli amici, è fatta.

Quello che succede dopo non me lo ricordo, ci sono i video fortunatamente. Di sicuro, per la prima volta mi dico BRAVO da solo. Per come si era messa, questa è stata davvero una grande IMPRESA.

Una grandissima IMPRESA.

Dedicata a tutti coloro che non smettono mai di credere ai loro sogni.

ARROWHEAD135 2020

59h27′

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