Torno in albergo, e nel salone sento prevalere sul siciliano il vociare pugliese di Massimo Faleo, Michele Calabrese, Antonio Nicassio, Patrizia Sansone, Sante Maurizio Neve, Michele Debenedictis, Giammanco Michele e Adanti Andrea.
Non sono ancora finite le espressioni di meraviglia, i baci e gli abbracci che irrompono nella hall i toscani Mario Ferri, Piero Lucarini e Felice Portofranco, mentre Graziano Guerrieri viene dato in treno e giungerà di primo mattino.
Ci tenevo ad esserci nella Città dello Stretto, che Cicerone definisce “civitas maxima et locupletissima” (grandissima e ricchissima). Un appuntamento sempre rimandato, per colpa mia nelle sette edizioni dell’attuale gestione, per colpa dell’organizzazione in quella di una quindicina di anni fa, in cui si promettevano premi favolosi ai vincitori, che fu soppressa pochi giorni prima della data dell’evento. Un’edizione “zero” in tutti i sensi, dopo aver pagato iscrizione e programmato il viaggio!
Ho un bel ricordo di Messina, che ho visitato in quella rovente estate a cavallo tra il 5° ginnasio e il 1° liceo. Fino alla 3^ media sono rimasto prigioniero in Puglia, annoiato dai suoi ulivi e dalla povertà dei suoi muretti a secco. Il modesto altopiano delle Murge non mi diceva granché, come pure il piatto profilo del Gargano, mentre le montagne vere me le immaginavo altissime e aguzze. Anche il fiume Ofanto, distante 6 km, che raggiungevo in bicicletta, mi sembrava poco più di un rigagnolo. Tutto questo in aperto contrasto con quanto studiavo sui libri di geografia, che raccontavano di un Italia, la più bella del mondo, per la varietà del paesaggio, ricca di fiumi, di laghi e maestose montagne. Non vedevo l’ora di evadere, di conoscere le 19 Regioni, i cui capoluoghi e province avevo mandato a memoria.
Cominciai a volare negli anni del ginnasio. Feci un viaggio a Roma, Tivoli, inoltrandomi fino a Subiaco e a Vallepietra alla ricerca delle sorgenti dell’Aniene. Firenze, con le sue strade strette e anguste, non mi fece una grande impressione, a parte il panorama di tetti rossi che si godeva da Piazzale Michelangelo, non avendo ancora affinato un gusto artistico. Anche la traversata dalla costa tirrenica della Toscana a quella adriatica delle Marche non mi entusiasmò più di tanto. Pioveva quando raggiunsi Venezia, mi apparve, comunque, una città magica e da sogno. Tutte cose interessanti, ma nessuna mi aveva colpito in modo particolare.
Le prime vere emozioni le provai sul ferry boat che attraversava lo Stretto di Messina, colpito dal mare azzurro e dai colori delle montagne. Raggiunsi lo specchio d’acqua di Ganzirri e sostai a Punta Faro. Salii sui Monti Peloritani fino a Dinnammare, dove la vista sullo Stretto è grandiosa. Percorsi tutta la litoranea fino a Taormina e visitai il teatro greco-romano, che offre uno spettacolo immenso sulla costa. A Palermo, scalai il Monte Pellegrino e ammirai il Santuario di Santa Rosalia. La Conca d’Oro mi sembrò un vero paradiso terrestre e mi commossi davanti ai mosaici di Monreale: capii allora che avevo maturato un gusto artistico. Potevo, finalmente, ammettere che l’Italia era bella.
Questo avveniva 50 anni fa, e molte cose sono da allora cambiate. La cementificazione ha ingoiato molta bellezza, e solo Taormina sembra avere mantenuto intatto il suo fascino, mentre ho cambiato totalmente idea sul paesaggio pugliese.
C’era vento e dal cielo pendevano nuvoloni neri stracolmi di pioggia, domenica, 22 febbraio. Ciò non impediva ai maratoneti di fare riscaldamento lungo Corso Garibaldi, in corrispondenza del maestoso Municipio. Uno scroscio di pioggia fece fuggire tutti sotto gli alberi e la tenda. Smise, e il lunghissimo rettilineo ritornò ad essere popolato. Piovve di nuovo, tornò il sereno e ci fu perfino un raggio di sole, che non manca mai in questa città qualunque siano le condizioni atmosferiche. Alle ore 9:00 fu annunciato che la partenza sarebbe stata posticipata di 15 minuti. Il quarto d’ora di ritardo accademico ci poteva anche stare, data la situazione. Il vento continuò ad agitare le foglie delle palme, la pioggia a cadere e il sole a fare capolino. Alle ore 9:25, l’annuncio: “La protezione civile, dopo la ricognizione del percorso ha ritenuto non esserci le condizioni idonee all’incolumità degli atleti. Lungo la litoranea e, soprattutto, sul cavalcavia di Via San Raineri sono caduti degli alberi e dei cartelloni pubblicitari. La gara è annullata”.
Vista dalla zona partenza-arrivo, la situazione agli atleti, all’organizzazione, al sindaco e all’assessore allo sport non è apparsa così precaria da decretare la sospensione della gara. Ci si è dovuto inchinare ad un ordine piovuto dall’alto. E’ stata una decisione saggia? Pavida? Difficile dirlo. Una ragazza mi ha detto che aveva avuto problemi a raggiungere il luogo di partenza della maratona per via di una lunga fila di Tir che ostruiva le strade in attesa dell’imbarco. Piero Lucarini e Mario Ferri hanno raggiunto il cavalcavia incriminato, che porta alla statua della Madonna della Lettera con la scritta: “Vos et ipsam civitatem benedicimus”, ed hanno ammesso che c’erano cartelloni divelti e comprensibile la sospensione della gara.
Mesto è stato il ritorno nell’ampio salone del Municipio per la consegna del chip e il ritiro delle sacche. Molto dispiaciuti i siciliani, più di tutti Edoardo Vaghetto (SM) che, quasi tra le lacrime, chiedeva scusa a chi aveva affrontato inutilmente un lungo viaggio.
Il commento dei continentali è stato il solito che si sente quando qualcosa va storto in una maratona: “Qui, non ci vedranno più!”, detto in tono irriverente, da gente che se ne intende, che si fa rispettare, dritta. Quelli che ritorneranno, nonostante tutto, sono stupidi, allora? Il concetto di resilienza non dovrebbe far parte del patrimonio culturale del maratoneta? Dopo un infortunio, una cattiva prestazione, un’avversità non è encomiabile reagire positivamente? A ragion veduta è stato pubblicato l’articolo sottostante di Matteo Simone.
Tutti a inviare messaggi, tutti ad intasare facebook per annunciare l’annullamento della gara. Mi ha stupito la risposta che ha dato a tale notizia un residente a 1000 km di distanza: “Ci deve essere sotto qualcosa di losco!”, che la dice lunga sui pregiudizi e del piacere sadico che si prova nel rimanervi incarcerato.
Il lunedì seguente, ho sfogliato attentamente Il Giornale di Sicilia e la Gazzetta del Sud per sapere qualcosa di più dettagliato sull’annullamento. Ho consultato anche il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport, che contengono, spesso, inserti locali. Niente di niente! Una manifestazione che paralizza una città e che può essere fonte di reddito, di sviluppo, di turismo non ha la stessa dignità di una notizia di cronaca nera o di un pettegolezzo.
Clicca qui per le foto (di Michele Rizzitelli)




