La mente del maratoneta

 

a) memoria;

b) pensiero;

c) percezione.

Vi è sempre grande dibattito, specialmente in psicologia e filosofia, sui rapporti tra mente e materia, nelle funzioni umane.

Luca Speciani e Pietro Trabucchi, nel loro Mente & maratona, espongono il progetto Mind Body Work, la via per correre più forte integrando mente e corpo. Lavorando sul corpo, infatti, s’influenza la mente e viceversa. Partendo dalle basi neurologiche del pensiero e del movimento, i due autori spiegano un metodo pratico per incrementare le prestazioni di atleti e per divenire più forti interiormente. Come ciò possa accadere in una gara di maratona, è ispirato dall’analisi degli aspetti mentali di alimentazione, integrazione e allenamento.

La sperimentazione del Mind Body Work si rivolge agli atleti agonisti, agli amatori, a chi corre per puro diletto.

I principi sui quali si basa tale progetto sono i seguenti:

1) ALLENARE LA MENTE CORRENDO. Il primo punto fa leva sulla base delle risultanze scientifiche, considerando che la mente istintiva si allena con la pratica; l’impostazione degli autori è completamente diversa da quella della moderna psicologia, che sposta sul lettino dello psicologo la risoluzione dei problemi psicologici che investono i corridori. Speciani e Trabucchi asseriscono che la mente è corpo, e il corpo è mente: stretta unità. Non vi è un corpo che suda in pista, e una mente che si può condizionare separatamente sul lettino di uno studio. Il lavoro sul corpo, effettuato su terreno vario (strada, pista, collina, prato, ecc.), può interagire con gli atteggiamenti mentali tanto quanto la più mirata delle terapie da “studio”.

2) PRIORITÀ ALLA BASE FISICA Il lavoro mente-corpo deve svilupparsi su una solida base atletica. La rimozione dei blocchi fisici e mentali è un requisito fondamentale per iniziare a lavorare su se stessi; ma non se ne deve fare un problema troppo grande: il campo e la naturale propensione del nostro corpo a cercare il meglio di sé (se saremo in grado di ascoltare), faranno ciò che serve;

3) RICERCA DEI PUNTI DEBOLI DELL’ATLETA. Non vi può essere lavoro mente-corpo efficace, che non sia mirato alla correzione di specifiche carenze nell’atleta.

4) GRADUALITÀ NELL’INSERIMENTO DEI LAVORI. Al pari della normale teoria di allenamento, dove a uno stimolo organico deve corrispondere un adeguato recupero che consenta la supercompensazione ‒ quindi la crescita dei parametri fisiologici coinvolti ‒ anche nel MBW vale l’identico principio; abituale l’unità corpo-mente ad acquisire resistenza o motivazione, è un passo graduale, e come tale dev’essere gestito con intelligenza dall’allenatore;

5) CORRETTA OPERATIVITÀ NEI CASI D’INSUCCESSO I due autori ricordano che un’esperienza diretta del loro internet coaching, è che il CRI 54321 sovente viene interrotto nel primo tentativo di realizzazione. Nel secondo tentativo, talvolta, gli ultimi cambi sui 2˙000 e i 1˙000 m, sono svolti quasi all’identico ritmo del 3˙000 m, cioè troppo lentamente. Verso il terzo tentativo, finalmente, il lavoro viene svolto come si deve. Poiché il CRI 54321 è un lavoro di resistenza prettamente mentale, è ovvio come nell’intervallo tra i tre allenamenti, le capacità mentali dell’atleta siano cresciute, gradualmente, ma con un graduale salto qualitativo. Altre volte, invece, l’atleta potrebbe demotivarsi e rinunciare. Tale conseguenza dev’essere assolutamente evitata.

6) INSERIMENTO NELLA NORMALE PROGRAMMAZIONE I lavori MBW non devono né possono essere sostitutivi della normale programmazione, ma devono integrarsi a essa.

7) RESOCONTO DI DETAGLIO FISICO O MENTALE Soltanto un resoconto di dettaglio fisico o mentale può permettere a chi allena, di compierlo bene e sino in fondo.

8) ATTEGGIAMENTO COLLABORATIVO COACH-ALLIEVO. Un principio basilare per allenare un atleta in maniera completa, è che quest’ultimo venga responsabilizzato; è ormai conclusa l’epoca dei guru, che sanno tutto di tutti, e hanno sempre pronta la ricetta per risolvere qualsiasi problema.

2. La vittoria e la sconfitta

La pratica sportiva possiede una dimensione pedagogica, che non è facile né automatica. Saper vivere serenamente la vittoria (dal lat. victoria(m), non è impresa facile, anzi forse più difficile che saper vivere serenamente la sconfitta. Di fatto, al di là dell’euforia del momento, la vittoria spesso si risolve in esaltazione illusoria o in rischioso logoramento interiore.

Imparare a perdere senza considerarsi perdenti è un traguardo elevato, mèta di ogni progetto educativo: ne dipendono l’equilibrio emotivo e la tenuta di “personalità” dell’atleta. Saper accettare una prestazione negativa è una qualità che non s’improvvisa, ma richiede una sensibilità basata sull’assimilazione di valori fondamentali, coltivata mediante un vero e proprio tirocinio educativo, attraverso dinamica di gruppo, revisione di vita, ecc.; ciò dev’essere inserito in un’atmosfera favorevole, ove s’indagano le cause dell’insuccesso. Ogni atleta dovrà cercare di educarsi a riconoscere i propri limiti e le inevitabili cadute di forma, senza rimanere succube di frustrazioni e gelosie, ma accogliendo la realtà come segno concreto, di quella precarietà e imponderabilità da cui è segnata l’esistenza umana. A tale scopo, sono importanti i momenti di riflessione comune, di confronto, di verbalizzazione dei propri stati d’animo e sensazioni.

Educare alla vittoria come alla sconfitta è un’arte destinata a ricondurre l’atleta alla sua finitezza creaturale e, al contempo, alla sua vocazione a trascendersi. In fondo, umano è vincere come umano è perdere. La vera sfida sta nel riuscire a vivere con nobiltà e dignità d’intenzione e di comportamento, l’una e l’altra situazione dell’esistenza: in realtà, esse sono entrambe relative e degne di memoria soltanto se riferite al cammino di crescita e di perfezione della persona umana.

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