La mia 100 km delle Alpi

L’ultramaratona, che dai 239 m della padana Torino porta ai 575 m dell’alpina Saint Vincent, è una gran bella gara. “La 100 km più bella del mondo” ed “Io c’ero”, gli slogan per nulla originali di cui l’Organizzazione si fregia, sono molto vicini ad un giudizio oggettivo. Offre tutto quello che i partecipanti si aspettano: montagne elevate, pianura, frequenti abitati rustici, vigneti, castelli, chiese, laghi, fiumi ed adeguata organizzazione. Il problema è che la partenza viene data troppo tardi, per cui la visione di gran parte di queste bellezze viene preclusa a molti concorrenti, che percorrono buona parte della distanza di notte. Anzi, più che alle vedute panoramiche ed agli aviti castelli, sono costretti a badare dove mettere i piedi sul ciglio della strada ed a portarsi la mano sugli occhi per non farsi accecare dai fari abbaglianti delle numerose macchine. Anticipare di un paio d’ore la partenza, faciliterebbe anche il lavoro dei volontari, che di notte è più impegnativo. Le gare in linea sulla lunga distanza non sono dure solo per chi le corre, lo sono anche per chi le organizza. Un plauso va fatto all’impeccabile segnaletica che ha ben orientato i 90 classificati verso il traguardo.

2bSi parte, alle ore 10:00 di una piacevole giornata, dalla periferia nord della metropoli piemontese. Il via viene dato da Giorgio Calcaterra, che se la cava da campione nell’insolita veste di burocrate della corsa. Strade rettilinee ed alberate portano i concorrenti a Leini, Feletto e Rivarolo. E’ al 35° km di Agliè che cominciano a far capolino le cose belle. La cittadina appare come un grappolo ordinato di tegole rosse con all’apice quelle del Castello Ducale, e le Alpi a far da cornice. Per un momento, la mente si distrae dalla corsa, tutto intento come sono ad individuare la villa di Guido Gozzano (famosa per “buone cose di pessimo gusto”), che dovrebbe essere da queste parti. Invece che sulla villa del poeta, lo sguardo si posa su Angelo Cappuccio, sindaco di Santhià, che lamenta problemi non proprio podistici: li supererà e concluderà dignitosamente la gara.

3bIl tempo continua a mantenersi bello e la temperatura ideale. Le difficoltà comincia a porle l’altimetria. Si sale a Vidracco, a Vistrorio e ad Alice, il punto più elevato con i suoi 600 m.

La stanchezza è di la da venire, per cui la discesa viene affrontata con ampie falcate e con lo sguardo sul lago, su Lessolo e su Ivrea, che si distendono nella pianura sottostante.

Giunto al 60° km, dico a me stesso che il più è fatto e, se anche dovessi camminare fino alla fine, concluderei la gara comunque. Il percorso è ritornato ad essere pianeggiante, mentre tutt’intorno le montagne cominciano ad innalzarsi. Faccio corsa solitaria, ma ugualmente mi giungono alle orecchie discorsi non proprio corretti sentiti altre volte: “Mi fanno male le gambe”. “Prendi il Mesulid”. “Ho già preso il Voltaren”.

4bLa vasta pianura comincia a perdere terreno di fronte all’incedere lento ed inesorabile delle montagne. Diventa prima una valle, poi una gola sempre più stretta. Si corre sulla SS 26, che frequentemente interseca la Dora Baltea, la ferrovia e l’autostrada. Il sole sta concludendo la sua corsa ed una leggera foschia avvolge i paesi ed i monti su cui sono abbarbicati.

A Carema (72° km), 12° paese attraversato ed ultimo del Piemonte, comincia a scendere la sera. Mi sposto sul lato destro della strada ed allungo il passo perché voglio vedere il famoso ponte romano, dal punto più favorevole e prima che diventi buio, di Pont Saint Martin (74° km), primo paese della Valle D’Aosta. Lo guardo dal basso, esaltato dal cono di luce di un faro, ardito ancora dopo 2000 anni, sembra domare le selvagge e spumeggianti acque del fiume.

5bL’ultimo quarto di gara lo percorro avvolto dal buio. Le montagne sembrano giganti che minacciosamente si avventano nella gola sempre più angusta. Le luci dei castelli di Arnaz, Issogne, Verres e Montjovet sono appena visibili. Il silenzio della notte è infranto dal rumoreggiare della Dora Baltea.

Dopo 11h30’ di corsa sono al 95° km, ai piedi della salita di Montjovet. Non sono stanco, i quadricipiti, che tanto dolore mi daranno l’indomani, stanno facendo i bravi. Ho un’ora e mezza a disposizione per concludere in un abbordabile ed accettabile 12:59:59. Mi supera Antonio Salvatore, che mi informa essere Angela a circa 500 m. Per pigrizia ed altro, decido di procedere al passo, in cui non sono certo un fenomeno. A 100 metri dal traguardo mi sento chiamare. Angela ed io terminiamo la 100 km mano nella mano in 13:05:23.

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