La mia 100 km di Asolo 2019

Dicevo dei 50 amici di strada incontrati alla partenza, ed invece destino vuole che incrociamo il nostro incedere con Carla e Paolo, credo marito e moglie, che si autoinvitano a condividere la strada con noi. Arriva la salita: 13 km senza respiro su su su fino ai 1600 metri del primo chec point con pendenza  media del 12% e punte del 25%.
Paolo accusa la fatica e rallenta, Carla comincia a confessare i suoi limiti, ma Angelini non le propina strategie astruse o snocciola ricette preconfezionate, da vero Maestro cammina e soffre la salita con lei, io mi domando come l’asfalto possa rimanere appiccicato a queste pendenze.
Una  ambulanza a sirene spiegate ci corre incontro percorrendo la strada rovescio puntando dal nulla, probabilmente qualcuno poco davanti si è sentito male. Dopo un quarto d’ora una nuova ambulanza ci supera e facciamo in tempo a scorgere una ragazza in difficoltà già coricata sul lettino, bianca come un cencio, con gli occhi rovesciati; buon per lei che tra poco sarà in ospedale per evidente disidratazione e calo di energie.
Superato il tratto ripido Paolo ci comunica con cellulare di aver alzato bandiera bianca; lo stomaco ha fatto troppi capricci per permettergli di continuare ma ci troviamo davanti, steso di traverso ancora un ragazzone che stenta stare seduto; pur essendo lucido non riesce nemmeno a parlare senza socchiudere gli occhi e riprendere fiato dopo ogni quattro sillabe pronunciate; la regola del non c’è due senza tre colpisce ancora.
Un atleta romagnolo impreca a voce alta; conosce a memoria il numero dei soccorsi e per la terza volta chiama l’ambulanza; si anche i due interventi precedenti sono stati tramite sua richiesta.
Ma la corsa continua, lo show deve continuare e ci troviamo in un gruppetto di sei atleti che cercano l’un l’altro di rincuorarsi e Carla ancora non molla.
Finalmente il 40° km, un cambio veloce, frontale in testa e via di corsa nel tratto in discesa di circa 4 km; si corre in fila, qualcuno cammina ma pochi parlano. La montagna è piena di gallerie scavate nella roccia ad uso deposito-rifugio durante la Grande Guerra e lassù a 1750 metri di quota ci attende il Monte Grappa. Ormai è buio e il Grappa è vicino; in preda ai miei pensieri perdo qualche metro e mi trovo da solo, con la fioca luce della frontale a percorrere i gradini che portano all’Ossario del Grappa.
25000 giovani riposano in questo posto, 25000 ragazzoni di 19-25 anni vestiti da soldati e mandati al macello, 25000 anime che hanno regalato la loro gioventù e la loro vita per un mondo migliore. Dio buono, anche le lacrime sfuocano la mia vista scarsa, questo silenzio grida troppo forte; il momento è magico e surreale ed io poco prima pensavo al male ai piedi  a al crampo che mi fa compagnia da sette kilometri. Vorrei gridare e mandare affanculo tutto il mio mondo di asfalto sudore e km, ma in fondo è grazie a questo se sono qui adesso, in questo posto, in questo momento, mio, solo mio con le mie miserie di uomo capriccioso e volubile.
Dicevo prima di scrivere la storia sulla propria pelle; ecco questi ragazzi hanno scritto la storia, ma non è la storia dei libri, non è la storia delle date imparate a memoria, non è la storia degli episodi descritti come una battaglia virtuale e dove noi siamo solo spettatori. Queste persone hanno il diritto di non essere dimenticate e oggi ho imparato una nuova lezione, un lezione di storia per non dimenticare.
Inizia la discesa e Carla che non molla, ritrova Luana, una compagna di squadra che si aggrega alla nostra combriccola a cui si aggiungono  Federica  e Na, due vecchie compagne di corsa con cui ho diviso tanta strada. Anche io ho un momento di gloria quando Federica, che accompagnai nella sua prima maratona, mi chiama maestro e quando Na mi ricorda e ringrazia per il fardello più leggero dei km condivisi in tante gare.
Maestro!!!  Troppo onore per una persona che in fondo fa e promuove ciò che gli piace, troppa distanza mi separa da Angelini, uno dei veri  Maestri di corsa, che nel silenzio del calpestio di passi infiniti, mi ha regalato tanto.
I dolori vaganti crescono con i km e  con la discesa; la gamba sinistra collabora poco nel cammino svelto ed ancora meno nella corsa lenta, Luana decide di correre fino alla fine della discesa per poi prendersi una pausa riposo in attesa del gruppo; la seguo con un passo poco più lento e resto indietro distratto o meglio dilaniato dalla storia che ho appena attraversato. Un tuono secco e un colpo al naso mi desta dai miei pensieri; il tappo della borraccia destra, riempita di Coca e acqua frizzante, non ha retto la pressione ed è saltato sfiorandomi il naso e l’umido che sento sulle cosce non è liquido organico ma Coca ed acqua che mi sbrodolano di brutto.
Km 75 chec point  con controllo; mi cambio e negli ultimi tornanti che si vedono più in alto non ci sono frontali che indicano l’arrivo della combriccola. Non indugio nell’attesa e parto di corsa e per ben un km la strada è piatta ed illuminata, ma poi inizia a salire e per i successivi 8 km aumenta la quota di circa 450 metri. Alterno corsa e cammino ma nonostante un dubbio sulla strada troppo buia, isolata, sconnessa e senza frecce per essere la strada giusta, inizio a raggiungere e superare altri pellegrini della notte  che mi lasciano andare nel mio trotterellare dinoccolato. 
La dietro il cielo schiarisce, ma non sono contento perché non voglio distrazioni; mi basta la strada, i miei pensieri, i doloretti vagabondi da una gamba all’altra; tutto il resto adesso non conta. E dire che poco prima di arrivare sul Grappa maledicevo la mia scelta di partecipazione; chissà quante persone la sul Grappa sono diventati uomini per forza, senza possibilità di scelta e magari senza via di uscita, senza potersi ritirare. Ecco la macchinetta del “quanto sono fortunato ad essere qui adesso”, parte in automatico; “Sandro (è la voce della mia coscienza che parla) sei un pirla, ti ammazzi di fatica, piangi, ridi, sei contento, zoppichi, lasci indietro i tuoi compagni di strada e ti fai tutte queste seghe mentali, e poi alla fine sei ancora quello di  prima; alla prossima ultra in calendario ti iscriverai in default come da copione”.
Brutta bestia la mia coscienza, mi strappa di dosso tutte le maschere, mi mette a nudo, qualche volta picchia duro e poi mi prende in giro; è come una vecchia brontolona, mai contenta, sempre all’erta e figamaria con una lingua senza peli e tagliente come un rasoio. Ma cosa ci volete fare , mi ci sono affezionato e non  cambierei la mia coscienza con un’altra più morbida o compiacente, perché alla fine, dopo 16 ore e 46 minuti, appena tagliato il traguardo mi dice “ almeno per la prossima edizione fai qualche allenamento in salita perché Asolo 100 è la cento km più dura d’Italia” . 
Pensate che la possa ascoltare? Anche no visto che le storie vere sono quelle che lasciano cicatrici………

Boglioni

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