La mia 17^ Maratona di Reggio Emilia

Cielo azzurro e termometro a meno tre, mentre mi dirigevo a piedi verso la partenza. Non mi sono lasciato intimidire dal freddo e non ho rinunciato ai pantaloncini corti. Non lo soffro, per avere abituato gli arti inferiori a sopportarlo; il giorno in cui indosserò i pantacollant, ne diventerò schiavo e non potrò più farne a meno, avendo rammollito le mie gambe. E’ vero, in testa ho messo il berretto, ma per il motivo opposto per il quale lo usa la maggior parte delle persone: per riparare dai raggi del sole un capo non più protetto dai capelli e per impedire al sudore d’irritare i miei occhi sensibili; nevichi o spiri un vento polare, non mi vedrete mai imberrettato fuori gara.

foto 2Ha continuato a fare freddo anche durante i primi chilometri, percorsi nel centro storico. Il sole splendeva nel cielo limpido, ma appariva gelido, non riuscendo a penetrare tra i palazzi ed a giungere nelle strette vie. Quando le strade non sono state più delimitate dalle case e l’orizzonte è diventato ampio, il sole ha cominciato a sprigionare la sua energia vitale. Ha riscaldato l’atmosfera direttamente con i suoi raggi ed indirettamente rifrangendosi sui cristalli di neve.

La sera precedente, ero stato nella magione di Antonio e Gabriella Tallarita, che da qualche anno sono soliti invitare a cena, per motivi di spazio, un numero limitato di ultramaratoneti. E’ superfluo dire d’essermi dimostrato ultra anche a tavola; tutti gli altri non sono stati da meno, con in testa i sommi capi IUTA, Gregorio Zucchinali e Stefano Scevaroli.

Non essendosi completato il processo digestivo, nella prima metà di maratona non ho fatto altro che mettere in pratica il precetto della nobile scuola medica salernitana: post prandium lento pede ambula.

Ho ascoltato le lezioni di calcio di Gianfranco Toschi e le sue idee sul doping. Quando il discorso è scivolato sulla politica, ho allungato il passo: arduo argomento in tristi tempi.

foto 3Imbattendomi in Paolo Gino, ho continuato il discorso iniziato alla Maratona di Sabaudia, dandomi ulteriori notizie sulla Maratona du Cognac e su quella di Beaujolais, dove si era recato per dimenticare le sei maratone completate negli Stati Uniti nell’agosto scorso.

Mentre corro in compagnia di Vito Piero Ancora, c’è Marco Simonazzi che ci supera alla velocità di un centometrista; poi rallenta e lo raggiungiamo. Si rimette a fare Mennea e ci distacca; rallenta e lo risuperiamo. Non so quale sia stato il suo tempo finale, certamente è il modo meno idoneo per correre una gara aerobica. A meno che non volesse fare dei test alla Faleo di una volta.

Al 10° km, il mio orologio segna 1:07:45; alla mezza maratona, quello ufficiale dice 2:20:10.

Mi sento più leggero. Il mio addome non descrive più una convessità; è rientrato e si è messo sulla stessa linea del torace, segno che la cena del sabato è stata smaltita. Bando alle scuse, d’ora in poi!

Dal 24° al 26° km, Gianfranco Nania mi fa l’andatura; poi, colpito dai crampi, mi lascia solo. Wilma Repetti mi dice che Angela è molto lontana, tanto da non essere in grado di quantizzare il distacco.

Al 30° km, Giovanna Penazzo valuta in almeno dieci minuti il vantaggio di Angela. Poi, mi guarda con sufficienza, molto diffidente sulle mie capacità di recupero. La sua solidarietà femminile non mi scoraggia.

Al 32° km, Rino Napoletano mi assicura essere, Angela, non molto lontano, a circa due minuti. Incasso la solidarietà maschile, e mi lancio all’inseguimento.

foto 4Nei rettilinei, levo lo sguardo per individuare la sua sagoma. Dallo stile di corsa e dall’altezza, la riconoscerei da un miglio di distanza. Niente, neppure l’ombra! Eppure, sono soltanto due minuti!

Al 34° km, vedo il Presidente, Gregorio Zucchinali, pagare il conto della cena. Con in mente solo Angela, non lo ossequio e me ne vado.

Verso il 36° km, scorgo prima Silvana Tosolini e poi Mario Liccardi, che mi dice: “Aveva un buon passo. Devi mettercela tutta per prenderla”.

Corro, corro ed, al 40° km, eccola. Giustizia è fatta!

Al 41° km, la pace maker delle 4:30:00 nota le mie gambe nude.

Al collo mi viene messa una medaglia di pregevole fattura, come da tradizione. Sono passate 4:29:08 per il tempo ufficiale, 4:26:55 per quello reale.

Reggio Emilia ha adottato come slogan: “Città delle persone”. Immagino essere stato coniato dai politici, che a loro volta si sono ispirati agli Organizzatori, che hanno messo su per la 17^ volta la “Maratona delle Persone”, non dei numeri di pettorale.

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