L’amore per la corsa sembra far miracoli a giudicare dai sacrifici per arrivarci fatti da Piazza, Guerrieri, Gemma, Capecci, Funghi, Mocellin e compagni. Silvana Tosolini è riuscita a coinvolgere anche l’altra sua metà, che si è sobbarcato un viaggio non alla mitica maratona di New York, ma ad una delle più piccole maratone del mondo. Quando si dice, amore vero!
Poi si arriva, e tutti i preconcetti, ammantati nel migliore dei casi da buonismo compassionevole, si sciolgono come neve al sole, al vedere l’impegno profuso nella salvaguardia di tradizioni e valori che trovano la massima espressione nella santità di San Pompilio Maria Pirrotti, ben documentata nel Museo Pompiliano.
Fino a qualche giorno fa, conoscevo solo Monte Calvo che, con i suoi 1050 m, è il punto più alto del Gargano. Ora so che esiste anche un altro Montecalvo che ha la collegiata di S. M. Assunta, la cappella Carafa, palazzi nobiliari, un castello e un pane fatto con grano vero e cotto in forno a legna.
Non è difficile concludere che la corsa rappresenta, per i piccoli borghi, l’investimento più economico e redditizio per affacciarsi al mercato del turismo. Chi, poi, porta in porto l’iniziativa è il volontariato, non ben rimunerate agenzie pubblicitarie.
Ovviamente, nella settimana di ferragosto, in una gara a circuito, a Montecalvo Irpino non potevano che esserci i fedelissimi, lo zoccolo duro del podismo. Che poi il percorso, come era prevedibile, sarebbe stato impegnativo non ha influito più di tanto su gente rotta ad ogni difficoltà.
Un chilometro e qualche metro la lunghezza del tracciato. La misura più adatta per evitare ai concorrenti complicati calcoli matematici per dedurre quanti giri occorrano a coprire la distanza della maratona, o per determinare il ritmo di gara.
S’è capito chiaramente che il tracciato fosse duro prima del via, nel momento in cui l’Organizzazione ha preteso che si sostasse un attimo davanti alla chiesa dedicata al santo di cui la città è fiera. La benedizione di San Pompilio avrebbero reso più lievi le sei ore di fatica.
Pertanto, non mi sono meravigliato quando, dopo aver corso per circa 180 m in leggera discesa in una stradina del centro storico con pavimentazione a selciato che non permetteva alle gambe di distendersi, mi sono trovato di fronte un muro di circa 30 m da scalare.
La strada, quindi, s’è allargata ed è stata in discesa per 300 m. Ai suoi lati sono comparsi palazzi padronali con meravigliosi portali in pietra. La pavimentazione era in armonia con l’architettura del luogo, ma non in sintonia con tendini, articolazioni e menischi, che non potevano sfruttare adeguatamente la pendenza. In compenso, la vista era magnifica e molto ampia sul paesaggio circostante.
Poi la musica è cambiata. Il percorso s’è innalzato per 200 m fino a giungere davanti al castello medievale. L’asfalto era levigato, ma chi se la sentiva di correre sul duro colle?
La susseguente discesa di pari lunghezza ha proposto difficoltà di segno opposto: troppo ripida per essere adeguatamente sfruttata. I più innestavano la retromarcia.
Tutti correvano la salita degli ultimi 100 m per fare bella figura davanti al numeroso pubblico e ricevere lodi dallo speaker.
Per circa un’ora ho fotografato persone e cose. Resomi conto della difficoltà del percorso, ho riposto la macchina fotografica nello zaino e sono riuscito a completare la distanza della maratona per il rotto della cuffia.
Per due ore è stato attivo un solo ristoro in cui veniva servita acqua, coca, cocomero e frutta. Lorenzo Gemma, data la santità del luogo, non potendosi esprimere con il solito motto, mormorava: “Possibile che Aldo Gallo non abbia pensato di dotare i ristori di cibi solidi!”. Non aveva terminato la frase che, nel punto più panoramico del tracciato, quello che offriva la prospettiva della chiesa del Carmine, veniva allestito un secondo ristoro con biscotti, caffè, cioccolato ecc. Un terzo ristoro con sola acqua era posizionato sulla salita del castello.
Silvana Tosolini, la recente vincitrice della “Maratona sotto le stelle”, era scoraggiata. Calcolava il tempo impiegato ad ogni giro e concludeva sconsolata: “Non ce la posso fare in sei ore!”. Voleva ritirarsi. A questo punto è entrato in azione il marito che le ha dato coraggio, sostenuta e guidata felicemente fino al traguardo della 42 km ed oltre!
Sebbene il regolamento delle gare a tempo parli chiaro, anche a Montecalvo non sono stati misurati i metri dell’ultimo giro. E’ stato permesso di fare un altro giro a quei concorrenti che passavano sotto il traguardo prima dello scoccare della sesta ora. L’organizzazione di queste gare prevede un impegno nettamente minore di quelle in linea, per cui quest’ultima norma andrebbe rispettata. Non sono contrario a concedere più di sei ore per completare la maratona (a New York ne danno otto con un percorso pianeggiante), a condizione che tale clausola sia ben chiara nel programma, in modo tale che possano iscriversi tutti quelli che prevedono di completarla oltre le sei ore. A questo modo, si avrebbe uniformità di comportamenti da parte degli organizzatori e, soprattutto, si eviterebbero “facilitazioni” ad personam in itinere.
Poi tutti a tavola per la più buona delle spaghettate alle quali abbia partecipato.
Le premiazioni, logicamente, sono avvenute ai piedi della chiesa di San Pompilio. Siamo tornati a casa curvi per la stanchezza e sotto il peso di possenti scatoloni.



