Villanoviani, Liguri, Etruschi, Galli, Romani, ecc. vi hanno lasciato tracce del loro passaggio. Le più odiose sono quelle recenti lasciate dalle truppe tedesche del maggiore Reder, che massacrarono per rappresaglia 1830 civili sorpresi nei comuni di Grizzana Morandi, Marzabotto e Montezumo. L’eccidio si consumò tra il 29 settembre e il 5 ottobre, e l’Ecomaratona, programmata il 28 settembre, ne vuole tenere vivido il ricordo.
Credo non esserci modo migliore per ricordarli del correre nella natura, attraversare la stessa terra in cui le loro umane membra si sono dissolte, e meditare!
La giornata è bella, e comunque vada sarà un successo. Il bel tempo induce all’ottimismo, giustifica e fa sopportare sforzo fisico, cadute, imprevisti e sbagli di percorso. Ha anche il suo rovescio di medaglia. Il sole illumina il paesaggio, rende la natura più splendente, ti fa fermare nei punti panoramici, ti distrae, e… perdi la strada!
Per gli ambienti naturali, a buon diritto può chiamarsi ecomaratona; per le strade, in parte asfaltate, sarebbe più ragionevole considerarla una semi-ecomaratona.
Ma le difficoltà di un’ecomaratona ci sono tutte. Sulla prima delle tre cime previste, Monte Sole (668 m), situata nei primi chilometri, si arriva facilmente perché le energie sono ancora intatte ed è piacevole giungervi per larghe strade bianche. Inoltre, da quelle parti c’è San Martino che offre un panorama immenso con a ovest il Reno e a est il Setta, fiumi che si fanno notare più che per la portata d’acqua per l’abbagliante luccichio dei loro ciotoli.
I dolori cominciano quando si sale per 6 km sulle strade asfaltate del Monte Venere (966 m). La natura è incantevole, l’ascesa dura. Allevia la fatica il fatto che la vetta si guadagna a gradoni, che permettono un attimo di respiro.
Si giunge al 28° km, da dove inizia la discesa. All’inizio si è titubanti per il pendio sconnesso; intorno al 32°-34° km si va piano perché si affronta la terza ed ultima asperità (400 mslm); poi la strada diventa scorrevole e si corre, anzi si vola.
Più di me vola Luisa Betti, che mi supera poco dopo il 36° km. Tento di resisterle, ma non c’è niente da fare. La perdo di vista nelle curve, la rivedo sempre più lontana nei rari rettilinei. Mi aspettavo una strada in discesa e mi trovo in una in salita, ampia e trafficata da molte macchine. Sebbene vada spedito, il 37° km non compare mai: “E’ un’arteria importante”, penso “non sarà stato possibile mettere i cartelli chilometrici”. Quando dopo mezz’ora di corsa giungo ad una rotonda, Luisa è scomparsa dal mio orizzonte da un pezzo. Non c’è nessuna indicazione: “Sono fuori percorso” concludo. I passanti non sanno dirmi niente. Poi, colpo di fortuna, sopraggiunge la macchina di un organizzatore, che mi dice di stare 5 km lontano dal percorso e mi accompagna all’ultimo ristoro.
Passo sotto l’ardito arco autostradale, poi sotto quello gonfiabile e banale del traguardo in 6:12:22, chiedo se sia arrivata Luisa Betti e lancio l’allarme.
Al 36° km, ho indotto io all’errore Luisa che mi seguiva? Ha indotto Luisa me all’errore quando mi ha superato? Abbiamo sbagliato ambedue indipendentemente?
Clicca qui per le foto (di Michele Rizzitelli)



