La 24 ore Telethon di Lavello rappresentava per me il coronamento di una stagione oltremodo intensa, dove la quantità ha necessariamente “piallato” la qualità, ma non più di tanto: sono andata lenta come sempre, dappertutto, e qualche volta, qua e là, ci ho messo pure un guizzo di sprint! Mi sono anche regalata esperienze nuove e impegnative, quali le 4 maratone in 4 giorni ad Amburgo, le 10 maratone in 10 giorni ad agosto col caldo mercuriano sul lago d’Orta, 3 corse di 100 km, distanza prediletta, un’Ecochianti da incorniciare e una UltraK di 50 km molto appenninica al limite di ciò che sono le mie capacità fisiche, nel senso che non si può cavar sangue da una rapa. Non le ho ancora contate, forse in tutto le mie gare lunghe quest’anno non arrivano a 40… ma di poco. La scaletta serve però anche a fini pratici, gare di preparazione ad altre più impegnative. La 24 ore è una distanza che ancora non riesco a gestire al meglio, l’inevitabile crisi colpisce, ma, al contrario di distanze più brevi, mi distrugge e mi annienta, non riesco a risollevarmi e il chilometraggio non rispecchia mai quello che sarei sulla carta in grado di raggiungere. Così pensavo di averla preparata bene: in ottobre avevo corso tre 12 ore, una in pista, una diurna e una notturna, tutte sugli 87 km, più l’Ecochianti, la Maratona di Casa che non si può perdere, e così mi sentivo pronta per arrivare a superare la soglia da me mai infranta dei 130 km in 24 ore.
Tuttavia, la vita è ciò che accade mentre si fanno altri progetti, e una settimana di grande pressione è sfociata, nel venerdì finalmente libero, in un malessere gastrointestinale con febbre e vomito, così che, oltre a non aver bevuto né mangiato nulla per 36 ore buone, non ho avuto la forza di preparare il necessario alla corsa: bevande, integratori, indumenti, tutte cose vitali per affrontare una notte insonne, e Paolo è riuscito a caricarmi in auto solo la mattina del sabato, giorno della corsa. Alle 5 del mattino era sceso in macchina: avrei dovuto seguirlo subito dopo, in 5 ore e 20 si arriva a Lavello e la gara parte a mezzogiorno. Invece riceve da me un laconico sms: sto vomitando. Partiamo mezz’ora dopo, ce la possiamo fare ancora agevolmente.
Quella mezz’ora è stato lo iato incolmabile, imponderabile, tra la vita e la morte, mentre altre ruote percorrevano il tratto dove avrebbe potuto trovarsi la nostra auto al momento in cui un uomo, solo al volante, un 47enne di Bologna, dice la cronaca laconica, ha perso il controllo dell’auto e si è schiantato sull’ Autosole, tra Chiusi e Valdichiana, là, poco più avanti, dove al nostro sopraggiungere abbiamo trovato una fila di automezzi e Tir incolonnati, a motori spenti, i camionisti scesi in strada, il suono tetro delle ambulanze, la lentezza dei minuti, delle ore, che passavano, la consapevolezza e la compostezza che pervade la gente quando capisce che qualcosa di grave è accaduto. Dopo un’ora ho smesso di guardare l’orologio, tanto era chiaro che non ce l’avremmo più fatta, e non era poi più così importante. Tratta chiusa, noi tra gli ultimi ad essere entrati, il vuoto e il silenzio dietro e davanti alla lunga fila metallica in attesa, mentre la notte scolorava in una bella mattina d’autunno.
Poi ci siamo mossi, i soliti birilli bianchi e rossi, qualche catarifrangente infranto sulla carreggiata, auto incidentate già rimosse, una corsia chiusa fino a quella pattuglia della polizia messa di sghembo, a formare un angolo acuto col guard rail. Due poliziotti in piedi presso l’auto, il volto bianco, apparentemente segnalano la fine della deviazione. Ma non è così. Paolo, dallo specchietto retrovisore, coglie in un lampo, altrimenti occultato dall’autopattuglia, un telo bianco sull’asfalto, pietoso riparo di una sagoma umana.
Della corsa ricordo che siamo arrivati con un’ora e 25 minuti di ritardo, che non ho mai dormito, che ho avuto tanto freddo la notte, che sono entrata in auto una mezz’oretta a mangiare a morsi il salamino con la pagnotta che Paolo aveva comprato all’Autogrill, che le ultime due ore, dalle 10 a mezzogiorno, con un sole quasi estivo, sono state un Calvario con cervello e piedi in fiamme, e che Paolo mi ha preso per la manina trascinandomi per gli ultimi penosissimi minuti, per un totale di 123 giri della piazza del mercato di Lavello, corrispondenti a…. 130 km netti.
Mentirei se dicessi di aver pensato a lui. Solo al ritorno, Autosole, corsia nord verso Bologna, di notte, passato il casello di Chiusi, Paolo ha visto il luogo dove quell’uomo era morto due giorni prima e non aveva potuto raggiungere la sua personale Lavello, la sua anima ancora attonita e smarrita nella nebbia, mentre, neanche a farlo apposta, la radio cantava le parole di “Fragile” di Sting: “Se il sangue scorrerà quando carne e acciaio sono una cosa sola, asciugandosi nei colori del sole al tramonto, la pioggia di domani laverà via le macchie, ma qualcosa nella nostra mente rimarrà. Ancora e ancora la pioggia cadrà, come lacrime dalle stelle. Ancora e ancora la pioggia ci dirà quanto noi siamo fragili.”
Clicca qui per le foto (di Paolo Gino)


